domenica 3 aprile 2011
martedì 8 marzo 2011
La Redenzione di Tony Yayo
E ancora più notevole è certamente il fatto che il suo Thoughts Of A Predicate Felon sia stato probabilmente il peggior album uscito sotto etichetta G-Unit: viste le cagate post Beg For Mercy, è certamente un record impressionante.
Detta così, sembrerebbe finita (“un chiodo nella bara”, direbbe Eminem) per Yayo, ma non è questo il caso, anzi. Questo è un post di apprezzamento. Se mi seguite un attimo, provo a spiegarmi.
Assodato che le qualità tecniche gli fanno difetto, infatti, il buon Marvin, che è un “goon” coi controcazzi (non ha problemi a picchiare anche i ragazzini, se questo può essere utile a 50 Cent), ha una qualità che è rara, anzi rarissima nel business di oggi. Qualità che lo rivaluta del tutto e che cancella qualunque misfatto pseudo R’n’B o rima zoppicante.
Tony Yayo è uno di quei rarissimi artisti che sanno ritagliarsi una fetta di celebrità per fare quello che vogliono. Per essere più chiari, al di là dei compromessi da fare con la Interscope, Yayo è conscio che la “fan-base” che la G-Unit si è costruita nel corso degli anni può servire anche per assorbire quella che è la produzione più personale dell’artista. Che non necessariamente è quella “trademark” della G-Unit (suoni “lisci”, megamastering e canzoni da un milione di dollari su cui impostare le generiche schermaglie gangsta).
Trovo molto rinfrescante che Yayo sia un fan del Based God Lil B. Adattando il sistema “based” alla propria estetica, Tony Yayo riesce a coinvolgere l’ascoltatore in un caleidoscopio di rime disgiunte e non sequitur sorprendenti che aggiungono fascino ai limitati contenuti e flow del rapper. Se a questo si aggiunge che l’orecchio di Yayo per i beat è di sicuro migliore della media dei colleghi e che a questo il “Gun Powder Guru” accoppia un’ottima capacità di apprezzare rappers diversi, non solo da quanto uno si aspetterebbe rispetto all’affiliazione del newyorkese, ma proprio in generale, è facile capire come la redenzione sia completa.
Per una conferma, basta ascoltare Hawaaian Snow, tutto realizzato in coppia con Danny Brown da Detroit, uno dei rappers più interessanti in giro in questo momento. La voce nasale di Brown e il suo flow a base di immagini al contempo disgustose e accattivanti nella costruzione delle metafore fanno da perfetto complemento alla cadenza leggermente “stoned” e minacciosa di Yayo nella rivisitazione idiosincratica dei classici concetti G-Unit, contaminati da un immaginario da crack-strip club, fumetti Marvel, film di mafia a basso budget e riminiscenze “trap-hop”. Yayo si sa reinventare in maniera naturale, fa quello che gli piace fregandosene delle mode, realizza un mixtape con un solo produttore (Doe Pesci dal Queens) con un complice dai calzoni stretti come Danny Brown e l’unico ospite che chiama è Lil B, egualmente amato ed odiato per il proprio rap spontaneo e privo di regole e sicuramente all’opposto delle posizioni, in teoria.
Per me la redenzione è completa. Se qualcuno di voi invece ha dubbi, si recuperi Hawaaian Snow e poi ne riparliamo. Qui sul blog, possibilmente.
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Antonio
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giovedì 4 marzo 2010
DMC - Calculator
A questo riguardo, il fatto che il risultato finale dei 36 minuti di Calculator sia una sorta di tributo alla musica elettronica tedesca d’annata è dovuto sia a una scelta precisa che all’impostazione di fondo del musicista partenopeo. Se infatti non è possibile ignorare i compiaciuti ammiccamenti di Sweet Germany e Berlin, è altrettanto chiaro come neanche l’uso di un campione dei Portishead in Black Book / Wooze sia un caso.
Difatti, l’impostazione generale di DMC è quella di lavorare sul suono in maniera da creare atmosfere dilatate, con finalità più evocative che ritmiche, e rifuggendo dall’approccio straniante di certo suono “techno” modernista.
Calculator trasuda un certo gusto melodico che si abbina bene a ritmi a gradazione di bpm comunque relativamente bassa, e si fa ascoltare senza particolari problemi (anche per chi non mastica questo tipo di genere tutti i giorni come me).
La maturazione dell’autore, in costante evoluzione, sembra avviata sui binari giusti, e ciò si riflette in molti particolari importanti, dal mixaggio alla registrazione, dalla copertina di sapore quasi “magrittiano” (con l’aiuto di Fugu di Rap Maniacz) alla confezione tout court del CD.
Per maggiori informazioni su Calculator (incluse le modalità di acquisto), fiondatevi sul myspace di DMC, su cui potrete trovare altri campioni del suono del prolifico musicista napoletano.
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Antonio
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martedì 2 marzo 2010
Sex Sells
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domenica 28 febbraio 2010
Leakers of the Funk
Una forzatura, forse (non voglio scatenare il dibattito, dico solo che la qualità degli album che hanno fatto uscire per anni ha pochi paragoni), ma di sicuro sono innegabili la potenza sonora e la capacità di riportare il genere hip hop alle atmosfere idiosincratiche di quando tutto basato su un microfono, un DJ e una batteria elettronica. Nothing pretty.
Certo, la voce nasale e clownesca di B-Real e il tono baritonale e forzato di Sen Dog non sono quanto di più melodico ci sia in giro, ma alla fine il tambureggiare tribale, per dire, non si preoccupa di essere melodico per essere funzionale.
E non c’è dubbio che in questo senso la forza del funk e le batterie dei Cipressi (word to Fabio G.) siano straordinariamente on point ancora oggi.
E nessuno può negare che i ping pong “blunted” di Sen e B-Real siano funzionali a creare una straniante atmosfera a metà fra il contagioso e l’intimidatorio.
Nel contesto di una rivisitazione della carica innovativa ed esplosiva del funk dei Cypress Hill, dal 1991 ad oggi, segnalo l’ottimo mixtape Leakers of the Funk in collaborazione con gli L.A. Leakers. Tale mixtape ha due caratteristiche molto interessanti:
a) è mixato (wow),
b) contiene piccoli inserti vocali con commenti alle canzoni da parte di B-Real e Sen Dog, che conferiscono un tono di esclusività alla cosa.
Buon ascolto.
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giovedì 25 febbraio 2010
New Ras Kass
Enjoy.
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mercoledì 24 febbraio 2010
Recensione: Planet Asia and Goldchain Military - Chain of Command
Per i curiosi casi della vita, vado a guardarmi la grafica interna di Mykill Miers e il giorno dopo Reiser mette online la rece di The Second Coming (||). Ma soprattutto, lo stesso Reiser parla bene di Montage One, che prima delle apparizioni su In Search of Stoney Jackson non aveva mai fatto un cazzo nella vita, e pochi giorni dopo, il nostro “Montaggio” (||) ci stupisce tutti diventando parte di Gold Chain Military. Mah, poteri messianici?
In ogni caso, GMC sono il nuovo gruppo di weed carriers di Planet Asia, recuperati a destra (New York) e sinistra (Fresno, L.A.) e con budget abbastanza limitato.
Le premesse non sarebbero le migliori, ma invece Chain of Command scorre abbastanza liscio. Infatti le reclute di Planet Asia, ovvero Tristate, Killah Ben, Turbin, Killa Kali, Sav Killz e il suddetto Montage One, non sono affatto scarse, e dal punto di vista lirico si fanno valere.
Non fraintendetemi, è hardcore di maniera e qualche caduta c’è (Evidence che campiona Don’t You dei Simple Minds? Non proprio “deep digging”... Alchemist che gli passa un beat - per altro decente - che sarà di almeno 5 anni fa? Check), ma rispetto a tante altre cose di ispirazione hardcore (del QB, per esempio) gira bene. Montage One e Planet Asia si fanno notare, ma nessuno demerita in particolare, e i produttori “di nome” (Alchemist, Babu, ma soprattutto i piani smorzati di Large Pro) non fanno particolari cagate. Chi invece si è bevuto il cervello è Thayod Ausar (pensare che è lo stesso di Freestyle Ghetto e Paparazzi mi fa esplodere il cervello), ma vabbè.
Un ascolto il disco lo merita, ed anche di più. Vi dirò che in questi giorni l'ho ascoltato spesso. Le basi sono decenti e il supporto lirico non mi fa sanguinare le orecchie. L'attitudine spartana, ogni tanto, ci vuole.
Citazione a pera del giorno: “I love what GCM is bringing to the game right now. It was just something that was lost. A common denominator of dope beats, dope rhymes, dope cuts. And they always reminded you how nice they were.” – DJ Babu, Dilated Peoples
Bonus: Pleasure and Pain (MP3)
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Antonio
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giovedì 14 gennaio 2010
Redman - Funk from Hell
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sabato 9 gennaio 2010
In Cerca di Stoney Jackson
Sinceramente, chi sia Stoney Jackson lo ignoro, e sono troppo scazzato per andare a cercarmelo su Google (o, se siete particolarmente sfigati, sul Bing della Microsoft).
So che deve avere qualcosa a che fare con J.Rocc, che pare sia il Deus ex machina che ha presentato Madlib agli Strong Arm Steady, visto che il blog del Funky President si chiama proprio Stoney Jackson.
Sia quel che sia, SAS fino ad oggi aveva sofferto di quello che Muggs definirebbe “il morbo di Planet Asia” (che guarda caso compare come ospite in alcune tracce di Stoney Jackson).
Ovvero, al di là di una discreta perizia tecnica, i Nostri risultavano piuttosto generici nella scelta dei beat e nella capacità di apparire personali (e con personalità, soprattutto). In questo senso, l’esempio principale era proprio un Phil The Agony completamente involuto, nel corso degli anni, dopo le prime, impressionanti, prove con i Barbershop MC’s, fino alla trasformazione in un rapper poco più che mediocre.
Enter Madlib. Ovviamente mr. Jackson (che è anche uno stonato) ne sa una più del diavolo e, in palese trip da Dilla, cuce addosso al terzetto del West un vestito nuovo, a base di (funky) soul in (moderato) lo-fi, campioni a base di piano discretamente “blunted” e vocals impregnati di anima, presumibilmente campionati da dischi non posteriori al 1969. E la cosa funziona alla grande: ma c’era da dubitarne?
La cosa interessante è come Madlib riesca a rendere le cose interessanti pur essendosi posto limitazioni ben precise per quanto riguarda la definizione di quello che dovrebbe essere il suono degli Strong Arm Steady, e di come, in controtendenza rispetto al solito, si impegni ad andare oltre i soliti (per altro geniali) schizzi di beat su cui ultimamente sembrava essersi appiattito (anche se il pp è fuorviante, ad averne di “appiattiti” così).
Ottimo il lavoro sulle ritmiche, sui tagli dei campioni, su interludi incollati alla fine delle canzoni in stile Muggs (o Dilla, per restare in tema), sull’interazione con gli MC, e sull’atmosfera in generale, che sembra beneficiare da un uovo di Colombo tanto ovvio quanto incredibilmente efficace.
Da parte loro, anche gli Strong Arm Steady sembrano meno svogliati e piatti del solito (vedi la stupenda performance di Phil The Agony in Pressure), e alzano il livello in maniera sorprendente, tenendo la scena con piglio grintoso e con liriche che riescono ad innalzarsi dal solito schema “hoes, cash, ‘dro” che tante volte abbiamo sentito, anche da loro, per optare invece per un approccio, che se non si può definire “conscious”, quantomeno risulta “adulto” (anche nel trattare i temi di droga e sesso, che sono molto più interessanti che in altre occasioni).
Anche la scelta degli ospiti, eterogenea come poche (si va da Talib Kweli a Sick Jacken), è effettuata con criteri assennati, e, da piccolo cultore delle frange del web, non posso che rallegrarmi del ritorno di un ex-scomparso come Montage One, una volta protetto di Xzibit e oggi discreto posse-rapper (True Champs suona come un bignamino della “true school” di Los Angeles, col solito Evidence in evidenza su un beat assolutamente assurdo).
Alla fine del piacevole ascolto (51 minuti senza tagli), tutto torna, anche il fatto che Madlib non ci metta neanche una parola in rima. Anzi no, mi viene in mente una domanda: ma perché Mitchy Slick è indicato come “featuring”? Non era parte del gruppo?
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Antonio
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giovedì 3 dicembre 2009
Recensione: Kento - Sacco o Vanzetti
Nel mio piccolo mondo autocontenuto e autoreferenziale, lo sapete, Rakim gira sempre insieme a Eric B., gli A Tribe Called Quest sono ancora “the next school”, e i Public Enemy sono la band più potente del pianeta. Roba da 1987, insomma.
Eppure, per fortuna (o no) non è più così, e quindi nell’orbita di una monade old school può anche entrare qualcosa di diverso e di cui valga comunque la pena parlare.
Come per esempio il disco di Kento, Sacco o Vanzetti, che mi costringe a confrontarmi di nuovo con l’hip hop italiano. Esercizio che, da parte mia, faccio volentieri, perché comunque mi spinge a far fare un po’ di ginnastica ai miei preconcetti ben pasciuti.
E quindi, come direbbe Elfayed: “And so we return and begin again”.
Sacco o Vanzetti, album d’esordio solista del rapper calabrese Kento, è uscito il 26 ottobre per Relief Records EU. Il disco è ispirato dalle vicende dei due anarchici italiani uccisi negli USA, gode di un ottimo mastering (Dehran Duckworth, presso il Relief Records NYC studio a Brooklyn), ed è disponibile in Italia anche sui principali portali digitali.
Il prodotto è molto professionale e curato in ogni aspetto, con una grafica che rifugge dallo scimmiottamento di certi modelli americani per concentrarsi invece su un minimalismo no-gimmick elegante e organico, a partire dalla copertina.
Kento è il prototipo dell’italico b-boy duro e puro, e magari oggi non è proprio l’animale rimatore più di moda nel Belpaese, in tempi di “dogate” imperanti, ma sicuramente ha un pregio non da poco: la sincerità.
Questa caratteristica di base, in sé, non è risolutiva, se non si accompagna a quella maturità che invece Kento dimostra nel tentativo di costruzione di un universo (musicale e oltre) che risulti personale. Operazione riuscita, anche se non manca qualche momento in cui la voce che il rapper calabrese sta evidentemente cercando si perde in derive un po’ troppo retoriche. Del resto, sin dal titolo, sembra chiara la posizione anarchica del rapper (e degli ospiti), e quindi il rischio di qualche scivolone “politico” è intuibile. Alla fine, comunque, la personalità del rapper è abbastanza definita e la visione del mondo sufficientemente matura e rielaborata. Anche quando la poesia lascia il posto a qualche schematismo leggermente superficiale, come per esempio in qualche momento di La Verità. Comunque meglio questo che i (finti) mafiosetti di quartiere, no?
Nonostante le piccole sbavature (perdonabili), la cosa che ho apprezzato di più è il tentativo di fondere influenze diverse (e certamente, nell’insieme, originali, come Coltrane, dance hall-reggae, l’approccio ricercato al “citazionismo culturale” e i tempi in quattro quarti, ma non solo) con un’attitudine militante che, sebbene a volte leggermente troppo enfatica, non manca di umanità e di intelligenza. In questo, emerge il tentativo intimo e sentito di ricerca di una “terza via” che, fortunatamente, si allontana dagli estremi - gangsta o backpacker - che sembrano definire le visioni dell’hip hop non solo in Italia (ironicamente, alla faccia di uno come Mike Ladd, citato invece nell’album). L’impianto della scrittura di Kento è certamente influenzato da alcuni dei pesi massimi della scena italiana (non faccio nomi, ma quel richiamo - “la vittima è la musica” - sembra chiaro, così come lo spirito di certa scuola romana), ma Kento si fa notare comunque per un flow spigliato che coniuga “personal struggle” e visioni poetiche più vicine alla sensibilità cantautorale italiana che non ai freestyle americani.
Una menzione la meritano anche i (pochi) featuring, scelti con cura e sempre appropriati, fra cui si segnalano il Lord Madness “a solo” di Marchetti House President e tutta la posse della bonus track (A).
La parte musicale del progetto è affidata in massima parte al beatmaker napoletano Peight, ed è informata a un boom bap di stampo classico in stile East, né troppo “sporco” né troppo fighetto. Invero, è un approccio che coglie molto spesso nel segno, come per esempio quando Willie Hutch viene triturato in Poeta Laureato o quando i suoni si fanno più “muscolari” (La Verità, Il Reale E L’Astratto).
In altri momenti, magari il bersaglio non è proprio colpito in pieno (come in Stalingrado, dove l’ottimo beat non sembra il più adatto all’argomento trattato), ma la stoffa c’è.
Un buon inizio che va premiato.
Per ulteriori informazioni: info@reliefrecordseu.com
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lunedì 16 novembre 2009
Triple Threat
E se pensavate che Slaughterhouse fosse qualcosa di grande, fate largo a Dilla, Mazza, Ghostface.

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sabato 14 novembre 2009
Recensioni in Dieci Sillabe
Libro: Charlie Williams - Stairway to Hell (Serpentstail): è un cazzo di capolavoro!
Album: Triple C's - Custom Cars & Cycles (Maybach-Def Jam): beat potenti non redimono.
Fumetto: Barone+Dall'Oglio - L'Era dei Titani (BD): epica satellitare sarda.
Film: Stiller+Wilson - Zoolander: gira a destra e non sbagliare.
Libro: Ballard - Rushing to Paradise (Picador): uno stratosferico ambaradan.
Album: Masta Ace+Edo G - A&E (Traffic): il migliore modo possibile.
Fumetto: Serra+Denna/Palomba - Greystorm 1 (Bonelli): positivismo mostrato male.
Mixtape: Lil' Wayne - No Ceilings: abbassa lo sguardo mio autore.
P.S.: il sottotitolo della foto postata è “la gnagna tira ora e sempre” (in 10 sillabe, wow!)
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Antonio
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venerdì 6 novembre 2009
Mixtapes ed EP
Stavolta ne segnalo tre, con una insolita vena buonista da parte mia. Alla fine, la cosa buona di un viaggio in autobus è che ci puoi dormire sopra...
Crooked I - Mr. Pigface Weapon Waist. Crooked I potrà anche essere il membro meno appariscente di Slaughterhouse (e quello col tatuaggio più brutto), ma resta una bestia. L’EP non è un capolavoro in senso assoluto, ma è un bell’esercizio di rap abile e abbastanza focalizzato, con un concept di base originale e una copertina ottima. Non un ascolto imperdibile, ma un buon esempio di tecnica e un modo diverso di inquadrare la West Coast.
Freddie Gibbs - Midwestgangstaboxframecadillacmuzik. Freddie Gibbs è un rapper serio. I suoi mixtape sono album veri e propri, e il Nostro suona come uno che ha in mente di migliorare le proprie abilità all’interno di un genere già stracodificato. Oltretutto, l’idea di eseguire bene le potenzialità presenti nel genere gangsta si somma a uno spettro sonoro basato sul funk più “pimpadelico” che rende il tutto più speziato e digeribile. Sentiremo ancora parlare di lui (già ci ha pensato il New Yorker, comunque, e non è poco).
Sid Roams - Remix Archive EP (Circa 1998-2003). Il duo Sid Roams fa musica tamarra per rapper del QB con budget non abbastanza alto da assoldare Alchemist, ma il talento c’è e si vede. Questa breve raccolta di remix evidenzia soprattutto i pregi del combo, ma anche qualche difetto.
A volte l’effetto “tastieroso” del mixtape fa perdere punti ai remix, ma in qualche occasione Sid Roams piazza la zampata vincente da applausi. Joey e Bravo dovrebbero seriamente considerare un album insieme agli M.O.P., che beneficiano nella maniera migliore del trattamento remix Sid Roams.
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mercoledì 4 novembre 2009
(Non) Siamo gli Epigoni
Tutto nasce dall’ascolto del mixtape di DJ Delz, intitolato con il solito gusto criptico There’s Something Abut Nicki (tenete a mente il nome perché poi tornerà, nel discorso). Ascolto che, al di là dei gusti personali (se seguite il blog potete immaginare da che parte io stia), è interessante perché mi ha fatto capire come la mia specie sia da proteggere al più presto, in quanto prossima all’estinzione. Abbiate pazienza e seguitemi nel ragionamento, ché esso è, se non contorto, quantomeno non il massimo della linearità.
Partiamo da un assunto incontrovertibile: i mixtape di oggi sono probabilmente l’ascolto più interessante che si possa sperare di fare. Mi spiego meglio: il formato album, con buona pace di noi dinosauri e nonostante i tentativi (velleitari, secondo me) della Apple, è deceduto. Amen. Quante persone conoscete che hanno le playlist dell’iPod solo per gli album? Io mi guardo allo specchio, poi basta. A meno che non si tratti di “veri appassionati” di musica, qualunque essa sia, che però, a quanto mi risulta, non esistono più (chiedete conferma agli M.O.P.).
Le ragioni della morte del formato album sono molteplici: il discorso è lungo e non lo affronterò, ma è indubbio che ci sia un forte legame con la moderna modalità di fruizione dei media. Ovvero la modernità, che lo vogliamo o no, impone una fruizione veloce e, in qualche maniera, superficiale (senza stare a fare indagini sociologiche, il mondo preferisce leggere i tweet che non un libro. E parlo di velocità, non sto esprimendo giudizi sulla qualità).
In questo senso, deprivato il mixtape di ogni possibile valore commerciale (quanto avrà venduto Warning Shots 2 di Saigon? 30 copie?), il formato resta quello migliore per diventare una palestra dove l’artista può fare TUTTO ciò che vuole. Questa frase ambigua, nel mondo moderno, significa non certo sperimentare (almeno non nel senso tradizionale), ma essere sé stessi. Tanto meglio se ciò avviene in maniera amatoriale, con le proprie idiosincrasie e difetti innati, ché tanto l’ascoltatore vuole ossessionarsi ed essere ossessionato/ossessionante con quelli.
Oggi è il formato mixtape a fornire la maggior soddisfazione all’ascoltatore medio. Che si tratti degli ultimi album di Ghostface e Raekwon (che suonano esattamente come ci aspetteremmo da un buon mixtape), che sollazzano il (buon) gusto del fruitore “classico”, o degli ultimi “capolavori” di Gucci Mane o di Lil Wayne, che invece fanno leva sul cosiddetto “egocasting” dello stan ossessionato da un malposto senso di completismo nei confronti del proprio idolo, poco importa.
La ricollocazione del proprio rapper preferito nella “confort zone” di un cut-and-paste di versi e beat “riscaldati”, tenuti insieme dalle urla del DJ medio funziona, ed è il metro di giudizio cui la “modernità” dovrà confrontarsi, nel bene e (soprattutto) nel male.
Se avete seguito fino a qui e siete più o meno d’accordo con l’inevitabilità di certe mie conclusioni (che, ovviamente, non significa che mi rendano felici, giusto per esplicitare ulteriormente ciò che dovrebbe essere ovvio), non potrete non intuire dove sto andando a parare.
La Young Money è il futuro. Il motivo? Semplice, sta spingendo fino alle estreme conseguenze i prodromi di quello che nel mondo musicale in primis e poi nell’hip hop sta accadendo da anni. Come Necro porta alle estreme conseguenze l’oggettivazione della donna (ha, non vi aspettavate Necro nello stesso post di Nicki Minaj, vero?), la Young Money esaspera le velleità pop insite nel genere sin dal giorno che quel tizio di Los Angeles campionò i Funkadelic in quell’album di cui forse avete sentito parlare, The Chronic.
La Young Money è la cosa più vicina alla perfezione pop che sia mai stata concepita per quanto riguarda l’hip hop. Intanto, il roster è strutturato come quello di una boy band, se ci pensate. C’è quel senso di trasversalità, sia a livello regionalistico che di “ceto sociale”, che sta alla base di ogni moderna boy band. A livello di presentazione siamo di fronte alla quadratura del cerchio, a livello di marketing: Wayne è il “genio”, lo stralunato alieno che si autoproclama “best rapper alive” (e che nel paradossale mondo moderno, automaticamente per la massa lo diventa), Drake è il bello, lover-boy nordista di classe, Gudda Gudda il rapper del ghetto col tatuaggio in faccia, Mac Maine il “tradizionalista” (che viene sempre buono per gli adlib), e Nicki Minaj la versione ghetto-puttana di Britney Spears. Quanto è lontana una presentazione del genere dai Backstreet Boys?
Non è certamente sorprendente che altri artisti dalla visione simile a quella di Lil Wayne assemblino un roster simile. Vedi Bangladesh, altro “genio” di cui ho già parlato, e Kanye e la sua G.O.O.D. Music.
Ovviamente, Kanye (come G.O.O.D. Music) fallisce non solo per il proprio egocentrismo, ma anche perché a livello commerciale Malik Yusef e Consequence sono una palla al piede, e Bangladesh perché manca di una visione effettivamente pop e di una potenziale superstar con carisma (e infatti l’unico con “buzz” della sua crew è lui, a parte un po’ Muffy).
Invece Lil' Wayne ci vede bene. Se Weezy fosse un colore, diciamo il rosso, ogni membro della sua crew ne sarebbe una tonalità. E qui entra in scena Nicki Minaj, che sarebbe ovviamente il rosso cremisi, simbolo dell'amore e della lussuria. La sua immagine sessuale spinta fino al parossismo (ma idealizzata nella stessa maniera di quelle delle pop-star odierne) è talmente sopra le righe da diventare “altra” (la materia di cui sono fatti i sogni, per citare un poeta inglese di un certo livello). Nicki Minaj-Nicki Lewinsky è tanto coinvolgente e poco credibile quanto un Rick Ross che fa il boss del narcotraffico o Jeezy che sembra il boss della coca di Atlanta. Ma più ci si allontana da una visione realistica del sesso (Necro docet), più ci si avvicina alla dimensione ideale della mercificazione del sesso stesso. Funzionava per quello che Grant Morrison felicemente definiva “L.A. porn”, nella stessa maniera in cui funziona per la Britney Spears “adulta” e, ancora di più, per la nostra Nicki. E ciò non è casuale, se si pensa che la Young Money spinge il pedale soprattutto su quello che possiamo definire “twitter rap”, dove i riferimenti al crimine e al ghetto vanno via via rarefacendosi per lasciare spazio a una visione materialista del mondo in cui l’emotività diventa roba da punchline veloce e in cui conta apparire fighi nella stessa maniera in cui lo sono le celebrità di MTV Cribs o dei programmi di VH1 che poi vediamo su MTV Italia. Ciò funziona ancora di più in quanto il tutto, compresa la ovvia dose di quello che gli anglosassoni chiamano edge (Nicki Minaj parla di pompini, Wayne è un ribelle tutto tatuato), è inserito in un contesto genuinamente pop (almeno per come il pop è concepito oggi). I beat sono tastierosi e cingommosi come si conviene e non si discostano (troppo) da certe patinate produzioni presenti sui dischi delle “dive” bianche del momento. Il remix di New York Minute potrebbe pure avere il cantato di Miley Cirus, per quanto ne so, e Bedrock, Ponytail e Shoppaholic (sic), non si discostano dalle basi che potreste trovare, chessò, su un album di Gwen Stefani. Ma ciò non basta. Messa così sembrerebbe l’ennesima formula, ma invece c’è di più. Gli artisti Young Money sono proprio inquadrati nella maniera giusta per incarnare lo spirito del tempo: auto-ossessionate, vacue, viziate star che poi un pubblicitario penserà a rendere “geni”, con buona pace di quelli che dovrebbero essere critici seri. Ma questo, volere o volare, è quello che li avvicina al pubblico. Un pubblico che si sentirà gratificato per avere capito la citazione di There’s Something Abut Mary e per l’intelligenza (???) del rimando ai Flinstones di Bedrock.
Flow d’apparenza e non di sostanza, lavoro sul ritmo vocale più che sui significati/significanti (vedi una certa ossessione per l’autotune e per l’allungamento di certe vocali), accostamenti pop scontati e ripetuti (vedi le ricorrenti associazioni “fly-Red Bull” e “bad-Michael Jackson”), e di nuovo la lente d’ingrandimento puntata più su sé stessi e sui propri capricci-feticci che non sull’ambiente circostante (vedi il discorso di Nicki Lewinsky, che farebbe ridere se non fosse sintomatico di una certa spettacolarizzazione del sessismo popolare): questi sono gli ingredienti di un successo che io penso nei prossimi tempi sarà inarrestabile. Se Kool G Rap, anni fa, raccontava le strade di New York, quelli della Young Money stanno in camera a specchiarsi, a bearsi della borsetta Gucci e a chattare prima di uscire a fare baldoria. E, alla fine, questo interessa ai sedicenni, non altro. Siamo noi ad essere il “passato”. Del resto, checchè ne possano dire Jay-Z e soci, il rap ha sempre funzionato in quanto musica da giovani (meglio se del sottoproletariato). E i giovani non vogliono rime interne a là Rakim, flow a prova di bomba a là Kool G Rap o concettualizzazioni a là KRS-One. Vogliono una sorta di McDonald’s del rap, dove l’apparenza figa del verso nasconde la piattezza caratteristica dei nostri tempi. E infatti non è un caso se sono proprio gli episodi più “classici” (le cover di All About The Benjamins e Doin' It) a spiccare di meno, con Nicki Minaj a fare la parte di una Lil' Kim senza la necessaria dose di epicità e in tono minore. Ma basta passare a un pezzo coi necessari lustrini, e Nicki torna a brillare nella propria superficialità.
O forse non si tratta di superficialità, quanto di rispondenza a certi canoni della modernità. Per essere obiettivi (e corretti) nei confronti della Young Money, Jay-Z, per quanto ci provi, non riuscirà mai a essere moderno nella stessa accezione di Lil’ Wayne (o del “fratello minore” Kanye West, per dire). Gli stessi che hanno acclamato The Carter III come un capolavoro, hanno trovato Blueprint 3 formulaico. Questo è un fatto. Eppure, all’atto pratico, si tratta del tentativo di fare un’operazione simile. Il problema è che Jay ci puo’ arrivare fino a un certo punto, essendo uno degli ultimi discendenti dell’era in cui si rappava in un certo modo. Se oggi lo standard di singolo rap è A Milli (word to Sasha Frere-Jones), è chiaro che uno come Jay-Z può ambire al rispetto della critica, ma il contatto con il pubblico “vero” di adesso è quel che è (scarso).
Ora (per favore non confutate le mie conclusioni, perché è un dato di fatto che gruppi seri vendono pochissimo e Khaled molto di più e ciò sarà sempre peggio in futuro) la domanda è semplice ed è una: come ci difendiamo noi dinosauri dall’estinzione?
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mercoledì 28 ottobre 2009
Lezioni di Rap
Meditate, gente, meditate.
P.S.: Lo so che la foto l'ho usata 150 milioni di volte in mille salse. Che cosa ci posso fare, mi piace...
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Antonio
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lunedì 26 ottobre 2009
Change the Beat
Se è vero che “you can’t own no loops” (word to Guru), il plagio (per casuale che possa essere) sembra smaccato. Sarebbe interessante saperne di più.
Chissà se sugli album dei Dogo appariranno (o sono apparsi) altri beat tratti da Street Beats Vol. 1 di Show. Sarebbe interessante un input da parte dei lettori che ascoltano rap italiano.
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Antonio
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venerdì 16 ottobre 2009
Me And Jesus The Pimp In A '79 Granada Last Night
I lettori più assidui di questo blog sanno che ho un debole per lo “storytelling rap”, e quindi non sarà una sorpresa il fatto che mi accingo a un esame approfondito di Me And Jesus The Pimp In A '79 Granada Last Night dei Coup, dall’album Pick A Bigger Weapon (1999).
La West Coast non è proprio considerata il top per quanto riguarda le storie in rima, anche se forse si tratta di un pregiudizio ingiusto, visto che gli esempi di eccellenza, da Ice Cube allo stesso 2Pac, non mancano.
E nella categoria dell’eccellenza rientra a pieno titolo anche la canzone in questione, Me And Jesus The Pimp In A '79 Granada Last Night. La canzone rappresenta un esempio di rap “sociale” che non scade nel didascalismo e nella brodaglia riscaldata di tanti alfieri del conscious hip hop, ma utilizza la finzione come specchio rivelatore del mondo (facendo uso di una serie di raffinatissime tecniche di storytelling e di MCiing e una scrittura vibrante e tecnicissima, per altro).
Iniziamo da un dato di fatto. La Bay Area ha sempre avuto un atteggiamento ambivalente: se da un lato ha generato alcuni dei più grandi magnaccioni del mondo (anche se non il più grande), dall’altro ha dato anche i natali (o il giusto “brodo di cultura”) alle Black Panthers e a gente come Tupac Shakur e Paris. Senza dimenticare, ovviamente, i Coup.
I quali, proprio nella canzone in questione, affrontano in 5 minuti e mezzo l’ambivalenza di cui sopra nel modo più obiettivo e “chirurgico” possibile, arricchendo con particolari straordinariamente vividi la percezione di una disfunzione sociale drammatica.
Il lato musicale della canzone è il perfetto tappeto sonoro per il tema trattato: a metà fra il G-Funk in stile vecchi CMW e il soul (il top, pre-Chronic?), incorpora richiami di vecchio R’n’B (la citazione di Gladys Knight and the Pips non è casuale) e di riti orgiastici da stadio (leggi: Parliament-Funkedelic dal vivo), che creano da subito l’atmosfera giusta per quella giostra fra passato e presente che rappresenta una delle caratteristiche migliori della canzone (come poi vedremo anche a livello lirico).
A questo punto è Boots a prendere il comando con un flow preciso e potente, contrappuntato da numerose rime interne, e a trasportarci subito in medias res, presentandoci un personaggio disgustoso e vile come Jesus, appena raccattato all’uscita dalla prigione dall’anonimo protagonista che funge da voce narrante. Del magnaccio ci vengono presentate subito l’arroganza (che il sorriso da avvoltoio della prima strofa definisce perfettamente in modo sintetico e preciso) e l’aderenza allo stretto codice da pappone (l’approvazione per la Granada del protagonista e il nom de plume Jesus - all’inglese, non alla spagnola - sono esemplari, in meno di 100 parole).
Allo stesso tempo, Boots Riley fa elegantemente venire fuori sia le vestigia di una antica cattiveria mai sopita (“Slapped a hoe to pieces with his plastic prosthesis”) e allo stesso tempo il declino del pimp, dovuto agli anni di prigione e di “game” (con velati echi di Iceberg Slim, che fa sempre figo), che comunque non intacca l’atteggiamento da predatore di Jesus.
E qui arriva il primo colpo di scena, con una rivelazione importante: Jesus è il padre del protagonista. Ma non solo: è il responsabile della sua carriera da magnaccio, ironicamente. E siamo solo a 45 secondi di canzone. Wow.
Questo momento di riflessione dolceamara (un flashback, in termini fumettistici-cinematografici) è interrotto dal pedale d’acceleratore, che in puro stile burino, fa sgommare la macchina e dimostra a Jesus che il figlio ha imparato bene alcune “lezioni di vita”, cosa che poi viene elaborata sulla musica di Gladys Knight and the Pips.
Anche se oggi Jesus ha perso il proprio “pimp power”, resta sempre un dispensatore di filosofia del magnaccio: cosa che in maniera esplicita ci dice che ha rovinato la vita del figlio, che ne ha ereditato i comportamenti misogini, violenti e socialmente devianti, nonostante l’azzeccata metafora informatica (lo sanno anche i Coup che i Macintosh sono meglio dei PC).
E qui, poco prima del coretto, Boots piazza la seconda bomba: la madre del protagonista era la prostituta numero uno di Jesus the Pimp!
Dopo l’azzeccato inserto “funkedelico”, torniamo in tempo reale, con la breve descrizione di quella che il mangaka Maruo chiamerebbe una “notte putrescente”, che fa partire l’amaro flashback che in maniera precisissima descrive come Jesus abbia rovinato la vita della madre del protagonista, facendone appassire la bellezza e obnubilandone il giudizio (al contrario del bambino-Bootsy, che aveva capito tutto), il tutto alternato a scene di vita familiare che mettono in primo piano l’amore della madre per il figlio (“With tears in my momma's eyes, I was her everything”). Ben costruito e veramente toccante.
Ma non è finita, perché gli assi Boots se li sta lasciando per ultimi: un “ponte” cantato ci introduce all’ennesimo colpo di scena. Le luci dell’ambulanza danno il via al montaggio alternato, con l’ennesimo flashback (con stacco interno, giusto per fare uno sfoggio di tecnica narrativa assolutamente strabiliante) che riporta alla memoria la fatale notte in cui Jesus uccise la madre del protagonista per non avere fatto abbastanza soldi (in realtà aveva dovuto pagare l’affitto, ironicamente), il tutto raccontato attraverso gli occhi di un bambino di nove anni, traumatizzato e incapace di comprendere il perché di tanta insensata violenza. La scena si chiude con la madre del protagonista che muore fra le braccia del figlio, in uno dei momenti più poetici e meravigliosi della composizione (“She didn't even have the strength to say, "I love you Boo" / But I said it to her and she knew that I knew”), mentre Boots piazza una dissolvenza che ci mostra l'auto che trasporta Jesus e il protagonista senza nome che gira all'incrocio verso Frisco.
Coro con il campione di Swing Down (Sweet Chariot), e poi torniamo ai due, che viaggiano sotto una pioggia da Dio incazzato del Vecchio Testamento, e col protagonista senza nome che sfoga la propria rabbia sull’acceleratore, mentre Jesus dorme e russa, relitto del serpente che catturava le troie velocissimo, un tempo.
Ora scopriamo che Jesus the pimp ha passato gli ultimi 15 anni in galera (per un altro assassinio: come sempre l’amara ironia di Boots Riley non passa inosservata), e il solito montaggio alternato ci riporta al momento in cui il protagonista (a dodici anni!) decide di scrivere a Jesus per diventare, a propria volta, un magnaccio. E se prima la mossa era una finta per incastrare Jesus in vista di una possibile vendetta, in maniera distorta e fottuta, le cose cambiano subito. Le lettere di Jesus diventano l’unica certezza della giovinezza del protagonista, e ancora Jesus sembra avere la meglio, dandogli consigli sbagliati che rendono il protagonista un coglione agli occhi del proprio figlio Dominic...
I colpi di scena però non sono finiti, e mentre Boots-protagonista pondera sull’ambivalenza degli uomini (e delle donne) nei confronti della prostituzione, accosta nel parcheggio e fa l’ultimo discorso al padre, usando un formalismo da codice da magnaccio su cui i due uomini, paradossalmente, hanno costruito la propria esistenza e tutte le miserie derivanti. L’anonimo protagonista ha deciso di uccidere Jesus, per quello che il pappone ha fatto alla sua salute mentale e alla madre (e ritorna la metafora informatica, coi Mac che continuano a vincere): dopo un breve e agghiacciante discorso, il protagonista ammazza Jesus con due colpi di pistola e chiude un ciclo iniziato più di 15 anni prima e che tanti strascichi ha avuto.
La canzone, sempre per la giustapposizione di aspetti crudi e poesia pura voluta dai Coup, si chiude ponendo fine a questa disturbante scena col protagonista che ripensa alla povera mamma.
Come è comprensibile dalla mia lunga e logorroica analisi, la stratificazione di significati e l’uso di tecniche di storytelling sofisticatissime, come il montaggio in alternato e gli stacchi interni dei flashback, rendono Me And Jesus The Pimp In A '79 Granada Last Night uno dei picchi dello storytelling hip hop di tutti i tempi. E se ai Coup non ha mai arriso il successo commerciale, quantomeno è giusto tessere le lodi a chi è capace di mettere insieme un capolavoro del genere.
Testo
[Boots]
Well, he was smilin' like a vulture as he rolled up the horticulture
Ignited it, and said, "I hope the vapors don't insult ya"
What I replied denied, but he mixin weed and hop
His head was noddin' up and down like he agreed a lot
Bored, said, "We need a plot," I comply, "Let's leave the spot"
Hopped in the Granada, he's impressed by the beat I got
His name is "hay-zoos" but his pimp name is "gee-zus"
Slapped a hoe to pieces with his plastic prosthesis
"Nigga don't you know that I'm your daddy?" said he
This is true, plus he schooled me for my mackin' degree
"Never plea, try not to flee, make niggaz pee when you stick around"
This man my momma had found taught me to put it down
I press the gas to the ground to show that I'm a hound
Makin' sho' that get rubber sound is heard throughout the town
Thirty years ago, Jesus could pull a hoe quick
But now he 50 and his belly hangs lower than his dick
Philosophy that he spit stuck in my memory chips
And now he puttin' in a disk of Gladys Knight and the Pips
Then that shit starts to skip, he said, "Somebody musta scratch it"
Put the 40 to his lips and poured the contents down the hatchet
Well since my adolescense, cause of his pimp lessons
smack my woman in the dental just for askin' silly questions
Relationship reduction to either rock the box or suction
Ain't got no close potnahs, socially I cain't function
From the pen he would scribe, on how to survive:
"Don't be Microsoft, be Macintosh with a Hard Drive"
Used to tell me all the time to keep a bitch broke
Did I mention that my momma was his number one hoe?
Clunked the 40 on the flo' and placed his palm on the dash
and wheezed out, "C'mon man, make this motherfucker mash!"
Ain't gon' mash too fast, cause my tags ain't right
Me and Jesus the Pimp in a '79 Granada last night
Chorus: *sung* (2X)
Oakland do you wanna ride?
I can't hear you! Oakland do you wanna ride tonight?
[Boots]
City lights from far way can makeyou drop yo' jaw
Sparklin' like sequins on a transvestite at Mardi Gras
There's beauty in the cracks of the cement
When I was five I hopped over them wherever we went to prevent
whatever it was that could break my momma's back
Little did I know that it would roll up in a Cadillac
And matta-fact, she couldn't see him like a cataract
And on the track, she went from beautiful to battleaxe
And back at home, she would cry into her pillow
Vomit in the commode, I was six years old
I would crawl onto her lap and we would hug and hold
She asked me what I thought of Jesus when he broke off some bread
I said, "He missin' a arm, and he seem like a pee-pee head"
She said, "Don't cuss," and my teeth to go brush
And get ready for bed, and the toilet to flush
With tears in my momma's eyes, I was her everything
Before she went out on the stroll
She'd tuck me into bed and sing:
You're much too beautiful for words (4X)
I see the red and white lights as the ambulance flies
Reminds me of midnight in a dopefiend's eyes
And my 9-year-old self as paramedics leave
Left to ball my eyes out on a neighbor's sleeve
To make illustrations that are clear and clean
I'll take you two hours back before this scene:
Early in the morning when the sun starts to creep
When the birds start to chirp and crackheads go to sleep
Moms was comin' in I heard her keys go clink
Wearin' nothin' but pumps, bikini, and fake mink
Even though she served, for fifty dollars-a-pop
Hardly had enough for rent after Jesus re-copped
That day the landlady got her rent befo' he got his knot
Slammed momma's head against the front bolt lock
Then the pump wit one arm done harm
Reached back and plowed into her head like a farm
Never saw the act, locked in the back, I was cussin'
Heard the blap blap of tewnty headcrack percussion
and body blows, her body froze from bolo's to the spine
I was hysterically cryin', all she could do was whine
She didn't even have the strength to say, "I love you Boo"
But I said it to her and she knew that I knew
She was dead by the time the ambulance got on the case
But I never will forget the plastic hand stuck in her face
Stop at the intersection to ask Jesus 'bout directions
"S go to Frisco.." (I got very friendly vocal inflections)
Mob a left at MacArthur to continue in flight
Me and Jesus the Pimp in a '79 Granada last night
Chorus
[Boots]
The rain dropped giant pearls, God was pissin' on the world
or that old man who was snorin' rolled on over and earled
My temperatyre gayge read "cold and blistery"
Spinnin' wheels made each piece of asphault history
This was Jesus debut out the penitentiary
Fifteen years, but it seem like a century
See, he went in the pen for some other murder drama
Twelve years old when I wrote him quote I wanna be a pimp comma
You accidentally killed my mom, no playa hation points
You know how bitches act, shit exclamation points
First it was a set up move, then it was the truth
His letters were the only thing I had as a youth
But his lopsided game, see, was really counterfeit
So my little son Dominic thinks that I'm a dick
Cause I was runnin' 'round like a little baby Jesus
To me women had to be saints, hoes, or skeezers
And I don't think that it's gon' end til we make revolution
But who gon' make the shit if we worship prostitution?
Ain't no women finna die for the same ol' conclusion
Put they life on the line so some other pimp could use 'em
Pulled into a vacant lot, the road to recovery
Pulled out my pistol as we brushed against the shrubbery
Jesus said, "Why the hell you pointin' a gat?"
So I pulled a piece of game I could use out the hat
I said, "This trip is over, we ain't finna ride on
This is for my mental and my momma that I cried on
Microsoft motherfuckers let bygones be bygones
but since I'm Macintosh, I'ma double click your icons"
He struggled for life, then gave up the fight
Me and Jesus the Pimp in a '79 Granada last night
Chorus
[Boots]
And I still remember momma
You're much too beautiful for words (4X)
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Antonio
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mercoledì 14 ottobre 2009
Amad-Jamal - Going Postal
So che ha fatto un film che si chiama Postal (come il videogioco: di nuovo, chiedete a Rrobe) e null'altro.
Amad-Jamal è un rapper di L.A. di cui so poco e niente, ma di cui mi informerò.
So che Amad-Jamal ha fatto un video che si chiama Going Postal.
E so anche che l'hip hop, al suo meglio intellettuale, è capace di intercettare lo zeitgeist molto meglio di uomini bianchi con i capelli lunghi ossigenati e il mascara.
E tanto basta. Quando mi trovate un altro genere che sia capace di inglobare uno spettro di riferimenti pari a quello della musica hip hop, ne riparliamo.
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Antonio
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mercoledì 7 ottobre 2009
Colpo d'Occhio
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Antonio
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giovedì 1 ottobre 2009
Pride of Finland
Jimi Tenor & Tony Allen - Selfish Gene.
Questa la dedico a mia moglie Suvi (e a Ida).
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