Visualizzazione post con etichetta Muxtape. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Muxtape. Mostra tutti i post

mercoledì 5 ottobre 2011

There's a War Goin' On Outside… Intervista a MCP

-->

L’uscita dei due volumi di Esse Esse War, mixtape fortemente voluti dalla coppia Josè Quervo/Senka (ovvero Morto che Parla), a Sassari è stata salutata come un piccolo evento. Compilation eterogenea ma non troppo, Esse Esse War ha radunato quasi tutte le migliori realtà del rap turritano, di cui in questo momento MCP sembra essere centro nevralgico, anche visto il lavoro con l’etichetta La Mannaia Records, che sta diventando un punto di riferimento per molti talenti della scena. Forse proprio con Esse Esse War Senka (SNK nel proseguo) e Josè Quervo (JQ) hanno fatto il salto di qualità, dopo avere affinato le skills con anni di demo e concerti senza sosta. Ci sembrava giusto parlare del progetto “pivotal” della scena sassarese proprio con loro, dopo l’uscita di singoli e video e in attesa di altri video e di serate a tema.

1) Come e quando è nata l’idea di Esse Esse War?
SNK
Il termine Esse Esse War è stato coniato circa 3 anni fa, durante le registrazioni di Necro Loquio, per indicare la nostra condizione, cioè gente che fa guerra a Sassari. Per guerra s'intende la musica, il modo con cui noi portiamo avanti una "guerra psicologica" contro tutto quello che ci fa schifo.

2) Volete parlare del mixtape per chi non lo conosce?
JQ
L’idea del mixtape è nata subito dopo aver fatto uscire Necro Loquio. Al tempo facevamo diverse collaborazioni con i Gremi Flow e visto che ci eravamo trovati bene con gli mc’s che hanno fatto i featuring in NL, abbiam deciso di tirare su un progetto come Esse Esse War, cercando di far rientrare tutte le persone che rappassero o facessero beat e che a nostro parere fossero in grado di tenere alto il livello del rap made in Sassari. I nomi non stiamo ad elencarli, basta che scaricate i due volumi e vi sentite quanta bella gente c’è dentro.

lunedì 17 gennaio 2011

Full Metal Jacket

DJ Dead Eye Presents: Full Metal Jacket è un mixtape che il DJ della ST. da Squad/ShowOff mi ha regalato in occasione del concerto di Termanology a Sassari una decina di giorni fa e che fa da ideale preludio all'album di Dead Eye in uscita, su cui vi aggiorneremo a tempo debito.
Ben eseguito, ancorché non originalissimo come concetto (i campioni di Full Metal Jacket, per quanto ben assortiti, sono stranoti), il mixtape scorre bene, soprattutto per una buonissima selezione di beat e per sessioni di scratch non invasivo che qui sono sempre apprezzate. DJ Dead Eye Presents: Full Metal Jacket è apprezzabile perché, invece di puntare sulle "solite" canzoni top 10, è invece pieno di freestyles/esclusive dalla scena di Boston (più qualche comparsata di Cormega, AZ e Royce, che non fa mai male). Inoltre, il mixtape (che non so quando sia uscito originariamente) si segnala per una versione "fritto misto totalissimo globale" (word to Caccamo) del remix di I Wanna Rock f. Cani e Porci: da sentire, non fosse altro che per il fatto che dura 19 minuti (!).
Qui in versione rippata da me e a 256 kbps con le due copertine originali (che non ho visto in giro, ma potrei sbagliarmi).


sabato 8 gennaio 2011

Guida (S)Ragionata a Esse Esse War Volume 1

Più o meno due mesi fa, usciva in free download la compilation Esse Esse War Volume 1, il primo di una serie di “mixtape”[1] tesa ad illustrare in maniera relativamente esaustiva quella che è la scena hip hop sassarese.[2] Ed in questo sta il maggiore trionfo e, allo stesso tempo, la sconfitta della compila.[3]
La “scena” sassarese, infatti, è affascinante per una serie di ragioni,[4] la prima delle quali è che non è una scena nel senso comune del termine. Infatti, a Sassari non esistono artisti sotto contratto di qualsivoglia etichetta, dischi prodotti professionalmente (se si eccettua Un Attimo Di Riflessione di Giocca, uno dei prime movers della città e uno dei rappers con maggiore seguito cittadino, che se lo è fatto mixare in Francia) o vecchie glorie, anche bollite, con qualche cicatrice di battaglia.[5] Queste caratteristiche sono riscontrabili in altre zone importanti dell’isola, come Nuoro (culla degli “O.G.” Menhir, ancora attivi e padrini dell’hardcore sardo) o Cagliari (patria degli ex Sa Razza/SR Raza, uno dei gruppi storici del periodo “posse”, e altri nomi un tempo conosciuti come Maku Go &Sardo Triba, fra gli altri).
Eppure a livello di rap fatto bene (qualunque cosa ciò voglia dire: per comodità, mi riferisco a quello con testi ben scritti e/o arguti, ben rappati a livello metrico, e basi musicali ascoltabili ancora dopo un mese dal download), né Cagliari né Nuoro, se uno è onesto intellettualmente, possono essere minimamente paragonate a Sassari, oggi[6]: Nuoro per motivi prevalentemente numerici, Cagliari per motivi storico/culturali.
Infatti, se a Nuoro non mancano gli MC (molto) validi dal punto di vista tecnico, è forse l’esiguità dei partecipanti a costituire il punto debole della città barbaricina. Cagliari, invece, sebbene capace di assurgere spesso alle cronache (quantomeno quelle di defunti magazine “mitici” come Aelle), storicamente è sempre stata scarsa proprio dal punto di vista tecnico, interessata invece a pose da poseur[7] che replicassero le cafonerie West Coast in salsa di mirto e olive.[8]
Come dicevo, il paradosso e l’interesse di Esse Esse War Volume 1 stanno entrambi nel fatto che quello sassarese è un “movimento” che, sebbene anche il più ingenuo degli osservatori non può non considerare destinato a non andare da nessuna parte, si mostra vitale e, cosa più importante, valido dal punto di vista eminentemente “artistico”.[9]
Certo, quello che la compilation evidenzia è che i segnali sono spesso contraddittori, le direzioni spesso non ancora affinate e i pezzi di qualità (sonica e lirica) altalenante, ma alcune (piacevoli) conferme si possono certamente trarre.[10]
Sassari non è Milano, in cui i ragazzini, a colpi di “zio”, possono sognare di diventare i nuovi Dogo, qualunque cosa ciò voglia dire,[11] e non è Roma, dove i fantasmi possono essere esorcizzati a colpi di vizio e di nichilismo (invero) romanzato in stile Romanzo Criminale e/o TruceKlan.
Sassari è un posto di profondo disagio sociale, in cui la gente rifiuta quella che da altre parti è l’alternativa più logica, per quanto dolorosa: andare via.
A Sassari l’aggettivo “urbano” porta con sé caratteristiche solo negative: si sente nel cemento e nella speculazione edilizia. Tutto ciò che di buono hanno gli agglomerati urbani (centri sociali, eventi di tipo culturale, concerti, tanto per dirne tre), a Sassari non esiste.
Sassari, nel bene e soprattutto nel male, non è “cool”. A Cagliari ho visto un concerto dei Sonic Youth (!), a Sassari al massimo qualche buona band italiana (tipo gli Afterhours).[12]
A Sassari, se fai rap non sei nemmeno un “nemico” o uno da reprimere. Al limite sei uno strano. I fascisti e i figli di papà vanno in discoteca, e nella società del consumismo hanno già vinto, con le loro macchinone e il cash facile. Agli altri, come quelli di Esse Esse War Volume 1, resta il microfono, il computer/campionatore e due giradischi (o un controller).[13]
È questo denominatore comune a tenere insieme il disco: non una celebrazione della “sassaresità/sassareseria” (così ben caratterizzata, nel bene e nel male)[14], ma una guerra a colpi di decibel dal retrogusto più disperato che anti-sociale, filtrato attraverso un immaginario antagonista (un po’ horror-metal, a volte, vedi i campioni dei film usati come intro) e fieramente tecnico.
A Sassari, nessuno si può permettere di rappare di soldi, coca e puttane: intanto perché nessuno ha abbastanza grana per farlo, e poi perché l’America (figurativamente e letteralmente) è davvero lontana.
Gli sbirri non ti pestano, e allo stesso tempo non si fanno corrompere:[15] quindi tutto quello che ti resta è comprare un po’ di alcol e qualche spinello e stonarti di sostanze che creano dipendenza e soprattutto di musica.
Musica che, dal punto di vista stilistico, ha relativamente pochi punti di omogeneità, per la verità. In Esse Esse War Volume 1, se i Gremi Flow si fanno portatori di un’estetica abbastanza “dark” (debitrice di certe produzioni di Dr. Dre e Eminem in senso lato, sembrerebbe), gli Ashtra Gubba optano per una sampledelia “trash” anni ‘80. Se i South’s Seed si uniformano al credo più paradossale di un “dirty South” alla sassarese (Auto-tune e colpi di simil 808 inclusi), i Rigantanti rimangono sul soul più classico. Se Cosimo Martinez segue una traiettoria più elettrica e “moderna”, i Raighinas riescono nell’impresa di registrare Syl Johnson sotto un cuscino.[16] Senza dimenticare il boom-bap classico metà anni ‘90 su cui Giocca cesella l’anthem sassarese su cui rappano tutti i protagonisti del disco e il groove West della “smokin’ life” di Senka.
Facendo un attimo una digressione, forse questo è il difetto più visibile della “scena” hip hop sassarese (ma non solo): mentre le controparti metal dei rapper sognano (probabilmente) di fare dischi con la coesione stilistica di un album dei Sabbath, degli Slayer o persino di Marilyn Manson, chi appartiene alla generazione hip hop odierna, cresciuta con album generalmente “patchwork”, non può concepire affatto l’idea di compattezza sonora.[17]
Appena alcuni dei membri della scena sassarese riusciranno a costruirsi una identità musicale forte, vedremo se faranno cadere le premesse di ciò che mi ha portato a scrivere qui.[18]
A livello di versi, le cose sono più semplici e più complicate allo stesso tempo: i protagonisti spesso si mischiano sulle tracce, e, quando ciò accade, si contaminano a vicenda.
Come detto, prevale un sentimento “antagonista” e “dannato”, ma fra le metafore e le punchlines lasciano intravedere il tentativo di crearsi un proprio mondo personale, al di là della musica. E questo avviene mischiando lo slang sassarese con l’italiano e imbastardendolo ulteriormente con espressioni in americano. Il tutto, va sottolineato, avviene con fluidità e non, come accadeva per l’allucinante costrutto di un falso cagliaritano-messicano-slang giovanile dei SR Raza, con una rigidità di fondo spaventosa e una logica incomprensibile (se non all’interno dello scimmiottamento di soluzioni dell’hip hop USA).
Quello che si evince dall’ascolto è che a Sassari non ci sono rappers “scrausi” nel senso vero del termine: alcuni sono più bravi e/o più interessanti da ascoltare, alcuni sono più “chiusi” di altri, ma nessuno lascia mai quell’amaro in bocca[19] che resta dopo l’ascolto di presunti “pezzi grossi” della scena romana o milanese, per citare i posti da cui escono alcuni dei rappers più famosi del momento.[20]
Il resto sono canzonette: ma canzonette che identificano una “scena” che, se le condizioni al contorno fossero diverse, potrebbe dire la sua.[21]
L’otto dicembre 2010, il mixtape Esse Esse War Volume 1 è diventato una performance artistica in un locale di Sassari: il biglietto d’entrata era di 5 euro, e ne sono stati staccati più di cento. Per una scena che non esiste, è un risultato da non sottovalutare.[22]



Piccola guida alle crew di EsseEsse War (in ordine alfabetico):

Ashtra Gubba: duo formato da Sparra e Nepa. AG si distingue per testi di livello spesso alto e di natura (a volte) supertecnica, e per beat (di Sparra) con campionamenti anni ‘80. Passerà, spero, anche se in verità AG è uno dei gruppi che più stanno lavorando a livello di coesività musicale (e gli esiti sono certamente personali). Sono sicuro che se Sparra vivesse a Milano sarebbe conosciuto in tutta Italia.
Brigata Klandestina (o BK): trio formato da Konflitto, Sam61 e B-Raid. BK trae le proprie ispirazioni dai momenti più politicizzati del fenomeno delle posse. A parte qualche caduta nel retorico (perdonabile per la scelta di un tale preciso sotto-genere di rap), una critica che si può muovere al gruppo è quella pecca a volte di identità, nel senso che Konflitto va spesso più sul versante politico e Sam su quello “sociale”. Se facessero i solisti, forse ci guadagnerebbero.
Gremi Flow: Maru, Shine e Carne (il nome peggiore di tutti i rappers sassaresi) sono fra gli MVP del disco Esse Esse War Volume 1. In particolare Carne se la cava molto bene anche come produttore. Appena imparerà a variare un po’ le tracce di batteria e i suoni del drumkit, diventerà uno dei più bravi di Sassari (e non solo).
MCP/Morto che Parla: Senka e Josè Quervo (il nome migliore fra quelli dei rappers sassaresi e uno dei migliori d’Italia certamente) hanno nel DNA il funk californiano, ma anche il gotico in moviola di Soul Assassins-Psycho Realm. Senka, in altre condizioni, avrebbe i numeri per essere una “stellina” della scena italiana. Dovrebbe andare via da Sassari.
NBT: crew formata da Emana e Cosimo Martinez, si segnala per un rap un po’ “chiuso” e beat di discreta fattura. Dovrei sentire più roba, ammetto.
Raighinas: i giovani Futta e Don Malo da Carbonazzi rappresentano la faccia più “tirriosa” (rabbiosa) del rap sassarese. Mangiano “l’hardcore più marcio” e, a parte qualche caduta dovuta all’inesperienza, sono bravini dal punto di vista tecnico. Vedremo come evolveranno dal punto di vista eminentemente musicale.
Rigantanti: Kabaddu e Vlade sono i rappers dal piglio meno incazzato e più ironico di Sassari, e annoverano fra le influenze anche i ritmi (riddim) giamaicani. Sono fra i pochi a nobilitare l’innata rozzezza (in slang “grezzuria”) cionfraiola dei sassaresi. L’intro di Janine è un classico.
South’s Seed: per me l’idea di basi rap “moderne” a Sassari è decisamente perdente, ma forse sono io ad essere un dinosauro.[23] In ogni caso, i ragazzi sono giovani e miglioreranno, immagino. A livello musicale, ciò che manca in originalità lo mettono in esecuzione (traduzione: anche se non mi piacciono i beats, sono fatti bene).
WooDoo Clan (o Ganja WooDoo Clan o GWC): il gruppo più storico di Sassari, formato da Giocca e Moza (e c’è anche Bolder), cui ora si è unita Bantu G (ovvero Gaelle, la moglie di Giocca). Giocca e Moza non potrebbero essere più diversi come stile e personalità, ma quando si integrano funzionano quasi sempre (e hanno prodotto miliardi di demo). A solo, di solito Giocca è funky-soul e Moza paranoico e “stonato”. E va bene così.

____________

[1]. Con questo termine, preso in prestito dall’americano, si designano di solito prodotti non “ufficiali” messi insieme in genere da DJ del circuito “street”. Sebbene oggigiorno non siano più né tape (nastri) né (spesso) mix, il nome è rimasto, anche per indicare quella che in questo caso sarebbe forse più corretto designare come “street compilation”.
[2]. Mancano alcuni gruppi e/o personalità importanti nel contesto cittadino, ma sono eccezioni che non inficeranno i ragionamenti che tenterò di sviluppare più sotto.
[3]. Ad oggi (8 gennaio 2010) pare che il CD sia stato scaricato, download più, download meno, circa 800 volte, che mi sembra un numero tutt’altro che disprezzabile, tutto considerato.
[4]. Da piccolo, parteggiavo per i Cartaginesi e per gli Indiani d’America. Da grande, ho apprezzato la Def Jux e i Dictators. Il mio regista preferito è David Cronenberg. Ho affinità per i perdenti di classe.
[5]. Se avessi mai fatto uscire qualcosa, forse io potrei qualificarmi come “vecchia gloria bollita”, ma così non è mai stato, e quindi i Boorish Crew, storicamente il primo gruppo rap di Sassari (sfido chiunque a provare il contrario), dal 1991 restano una sorta di ectoplasma da “Greatest Story Never Told” e null’altro.
[6]. Non c’è da offendersi: in sostanza la tesi è che la scena di Sassari, anche se non andrà da nessuna parte, è una delle migliori d’Italia, per qualità/quantità.
[7]. Bella figura etimologica.
[8]. Come non ricordare quel capolavoro di comicità involontaria di Cani da Presa de La Fossa?
[9]. Per l’uso (sbarazzino) del termine “arte”, si veda quanto scritto da Stewart Home nell’introduzione di Assalto alla Cultura (AAA Edizioni, maggio 1996), specialmente nella nota 7.
[10]. Almeno per chi ama i perdenti di classe, cioè.
[11]. Sospetto conti di più a livello di immagine, nel giro degli hip-hoppers isolani, che non a quello di conto in banca.
[12]. I Ramones li considero un incidente (e l’eccezione che conferma la regola), soprattutto visto l’accoppiamento con band di supporto sassaresi quantomeno improbabili (senza fare nomi, per una volta).
[13]. Ovviamente, in maniera puramente egoistica, spero che continui così, almeno per quanto riguarda la produzione rap.
[14]. Si veda quel che il defunto Presidente Cossiga aveva da dire sulla “cionfra”, il fenomeno principe dell’essere sassaresi.
[15]. Frequentano altri giri, più redditizi, ovviamente.
[16]. Detta così sembra un insulto, ma non lo è. La base, incredibilmente “fangosa”, tanto da seppellire praticamente qualunque frequenza alta del campione, rende perfettamente, facendo da contraltare musicale al tentativo di esprimere la rabbia per la “Solita Merda”, veementemente odiata dagli autori del pezzo.
[17]. Eppure gli esempi “cool” ci sarebbero, senza scomodare per forza Marley Marl e la Juice Crew o Eric B & Rakim (mie ossessioni, chiaramente): i Mobb Deep all’apice della carriera, il Wu-Tang Clan dei primi tre dischi (di gruppo), e persino la Death Row d’annata (Tha Chronic su tutti). Oppure, in ambito conscious, i dischi di Common prodotti praticamente in toto da J Dilla.
[18]. Ne dubito, ma sarebbe essere molto interessante essere smentiti: immaginatevi se il prossimo Fabri Fibra o Guè Pequeno (parlo solo di popolarità) fosse nato a Sassari.
[19]. Word to Kaos One.
[20]. Troppo facile sparare addosso alla Croce Rossa, ma Surfa lo devo citare per forza.
[21]. Per onestà, devo anche dire che magari, se le cose fossero diverse, la scena sarebbe probabilmente meno interessante, di sicuro.
[22]. In ultima analisi, un breakdown delle singole canzoni di Esse Esse War Volume 1 non ha senso: più o meno tutti se la cavano bene. Per chi scrive, è più interessante il significato di Esse Esse War Volume 1 come rappresentazione della Sassari hip hop.
[23]. E se anche Termanology e DJ Deadeye se la menano con Kanye West e Lil, Wayne, forse hanno ragione i South’s Seed.

domenica 28 febbraio 2010

Leakers of the Funk

A ben vedere, i Cypress Hill, disco per disco, potrebbero essere anche considerati il miglior gruppo di sempre.
Una forzatura, forse (non voglio scatenare il dibattito, dico solo che la qualità degli album che hanno fatto uscire per anni ha pochi paragoni), ma di sicuro sono innegabili la potenza sonora e la capacità di riportare il genere hip hop alle atmosfere idiosincratiche di quando tutto basato su un microfono, un DJ e una batteria elettronica. Nothing pretty.
Certo, la voce nasale e clownesca di B-Real e il tono baritonale e forzato di Sen Dog non sono quanto di più melodico ci sia in giro, ma alla fine il tambureggiare tribale, per dire, non si preoccupa di essere melodico per essere funzionale.
E non c’è dubbio che in questo senso la forza del funk e le batterie dei Cipressi (word to Fabio G.) siano straordinariamente on point ancora oggi.
E nessuno può negare che i ping pong “blunted” di Sen e B-Real siano funzionali a creare una straniante atmosfera a metà fra il contagioso e l’intimidatorio.
Nel contesto di una rivisitazione della carica innovativa ed esplosiva del funk dei Cypress Hill, dal 1991 ad oggi, segnalo l’ottimo mixtape Leakers of the Funk in collaborazione con gli L.A. Leakers. Tale mixtape ha due caratteristiche molto interessanti:
a) è mixato (wow),
b) contiene piccoli inserti vocali con commenti alle canzoni da parte di B-Real e Sen Dog, che conferiscono un tono di esclusività alla cosa.

Buon ascolto.


venerdì 26 febbraio 2010

Nothin' Like The Old School

Interessante compilation, courtesy of Bust The Facts. Non ho idea di chi siano questi due, ma Fresh Gordon (che produce una traccia della compila) merita...

giovedì 25 febbraio 2010

New Ras Kass

Beh, nuovo per modo di dire: sono 15 pezzi vecchi (sul termine "classico" si potrebbe discutere, ovviamente). Comunque The Endangered Lyricist gira. Il numero di quotables di Write Where I Left Off è assolutamente impressionante.
Enjoy.


lunedì 8 febbraio 2010

Recycled Beats

DJ Boo, DJ dei Juggaknotz. Un assaggio del suo mixtape, Recycled Beats. Concetto strausato ma scelta dei pezzi abbastanza decente.
Maggiori informazioni qui.


lunedì 25 gennaio 2010

Classic Tony Starks

DISC 1
01. Iron Maiden feat. Cappadonna & Raekwon
02. Ghost Deini feat. Superb
03. It’s Over
04. 9 Milli Bros. feat. Wu-Tang Clan
05. Milk’Em feat. Trife Da God
06. Hideyaface *El-P Mix* feat. El-P
07. Ghost Is Back
08. Angels feat. MF Doom
09. One
10. Assassination Day feat. Inspectah Deck, RZA, Raekwon & Masta Killa
11. Real Live Shit *RMX* feat. Larry-O, Cappadonna & Killa Sin
12. The Champ
13. Motherless Child feat. Raekwon
14. New York feat. AZ & Raekwon
15. Holla
16. Be Easy feat. Trife Da God
17. Wu Banga 101 feat. Cappadonna, GZA, Masta Killa & Raekwon
18. Josephine feat. Trife Da God & The Willie Cottrell Band
19. Be This Way
20. Fish feat. Raekwon & Cappadonna
21. Mighty Healthy
22. The Roosevelts feat. Trife Da God & Raekwon

DISC 2
01. Return Of The Iron Man
02. Run feat. Jadakiss
03. Winter Warz feat. Masta Killa, U-God, Cappadonna & Raekwon
04. You Know I’m No Good RMX feat. Amy Winehouse
05. Buck 50 feat. Cappadonna, Masta Killa, Method Man & Redman
06. After The Smoke Is Clear feat. Raekwon, RZA & The Delphonics
07. Kilo feat. Raekwon
08. Metal Lungies feat. Sheek Louch & Styles P
09. Nutmeg feat. RZA
10. Outta Town Shit
11. R.A.G.U. feat. Raekwon
12. The Forest
13. He Comes feat. De La Soul
14. Malcolm
15. Real Niggaz feat. Planet Asia
16. Daytona 500 feat. Cappadonna & Raekwon
17. Biscuits feat. Trife Da God
18. Whip You With A Strap
19. Tony/Montana feat. Cormega
20. Tha Game feat. Raekwon, Prodigy & Pete Rock
21. Maxine
22. Killa Lipstick feat. Masta Killa & Method Man

Links:
Classic Tony Starks
Grafica

Un grazie a Reiser per l'aiuto.

domenica 17 gennaio 2010

Apollo Brown - Make Do

Apollo Brown - Make Do (24 Carat Brown)

The Skilled Trade
e soprattutto Contra di Danny Brown featuring Elzhi, ci avevano consegnato un beatmaker di talento ma ancora allo stato embrionale per quanto riguardava la cifra stilistica e la personalità.
Invece, con Make Do Apollo Brown spicca il volo e si trasforma in un produttore capace di sublimare il classico boom bap newyorkese e afflati dilliani in uno stile che, per quanto classico, risulta relativamente innovativo e personale.
Il taglio dei campioni e i ritmi di batteria sono informati alla sacra scuola di Premier-Pete Rock, ma la scelta dei campioni e la resa finale riescono a incorporare quel soul “choppato” che era diventato il trademark di Jay Dee (specie in Donuts.
Il risultato, come detto, è piacevole, e, in moltissime occasioni, si avvantaggia dell’effetto “headnod” che tanto importante risulta in questo tipo di approccio al campionatore.
Ottimo il bilanciamento dei campioni e delle batterie dure e rocciose, che rendono il risultato finale variato e appetibile (soprattutto a chi ama un certo suono classico, dico io).
Ora, per la prova del 9, manca solo una bella serie di beat rappati dalla créme de la créme di Detroit (e Apollo Brown è al lavoro con Slum Village, Guilty Simpson, Invincible, Marv Won etc., oltre a una serie animata della Marvel per Adult Swim).
Se il beat maker saprà confermarsi in questo senso, allora avremo trovato una integrazione-alternativa-aggiunta a Black Milk-DJ Dez-BR Gunna-Ta’raach. Che ci sta sempre bene.

venerdì 15 gennaio 2010

Momento Gay

Ma cosa pensano questi sedicenti grafici? Roba così gay che Elton John si scandalizzerebbe...


giovedì 14 gennaio 2010

Redman - Funk from Hell

Una collezione di freestyles e roba varia per i nostalgici (come me). Enjoy.

giovedì 7 gennaio 2010

Segnalazioni



martedì 1 dicembre 2009

Ancora Mixtapes

In un altro post, avevo già detto di come, paradossalmente, per me l’essenza dell’hip hop (nel bene e nel male) si ritrovi oggi soprattutto nei cosiddetti mixtapes (poco mix, poco tapes, e ormai praticamente soprattutto archivi zip o rar da scaricare da rapidshare, più che supporti “fisici”).
Quando si trovano quelli in cui il ruolo del DJ è poco invasivo, è fatta. Soprattutto nel caso di quei mixtapes che, come piace a me, non sono semplicemente una collezione di singoli pseudo hit di vari artisti (presumibilmente del sud e dell’area Weezy-Yeezy-Jeezy-Gucci), ma si configurano come delle specie di album “veri”.
In questo senso , la cosa importante, per un masochista come me, è che il rapper sia interessante. E per interessante si intende “con cose da dire e modi adeguati di dirle”. Ovvero gente che sappia rappare, prima di tutto.
Chiaro, ho scaricato anche le stronzate di Gucci Mane, ma per tutta l’hype che ha, per me resta sempre un incapace che scandisce le sillabe allungandole per coprire carenze di tecnica pazzesche. E anche se a livello di costruzione delle canzoni Gucci non è così scarso, quello che viene prima non mi permette di andare oltre i 40 secondi di ascolto, a essere buoni.
Ci sono invece in giro anche mixtape cui posso dedicare un’ora della mia vita senza pentirmene (o pentirmene troppo) e che non si rivelano solo megabyte sprecati sul mio hard drive. In questo periodo, per esempio, ne ho ascoltato alcuni sicuramente validi e interessanti da molti punti di vista. Per essere chiari: non cerco la perfezione, mi basta un po’ di intrattenimento senza troppa cialtroneria.
The Natural, di Green Lantern e Emilio Rojas, per esempio, potrebbe tranquillamente dare le piste a tanti album commerciali “veri”, nel senso che i beat sono tutti originali e le rime ben congegnate. Anzi, per dirla tutta, Emilio Rojas è un rapper allucinante (leggi: super-dope). L’unico problema, ma qui si entra nel reame della soggettività, è che l’impostazione di Rojas è più da “fly rapper” odierno di quanto mi sia facile sopportare e quindi dopo un po’ temi e ritmi (Green Lantern non è mai stato uno che mi fa impazzire, al campionatore) mi vengono un po’ a noia. Dal punto di vista delle rime e del prodotto nel complesso, comunque, niente da dire.
Tutto un altro discorso per quanto riguarda alcuni mixtapes di artisti sudisti che ultimamente stanno venendo pompati anche su siti tradizionalmente non associabili al dirty dirty.
La cosa interessante è che, di quelli che sto per citare,
sono praticamente sicuro che non esploderà nessuno (a parte la scena di Huntsville, direi), ma ciò non sminuisce quelle che sono le qualità e le skills degli artisti in causa (e quanto mi hanno coinvolto, almeno a livello di intrattenimento convincente - no hipsterism).
Di Freddie Gibbs ho già parlato, mentre ora è il turno di All Star-Starlito-‘Lito, un wordsmith di Nashville che ha l’unico difetto di essere stato un po’ abbandonato dalla Cash Money (se è sempre sotto contratto per loro, chi lo sa). Il terzo episodio del suo mixtape Tenn-a-Keyan conferma quanto di buono sentito da Lito, capace di scrivere in maniera fluida e convincente, passando dall’intimismo alla sbruffoneria, dalla miseria del trap rap alle rime flossy con versatilità e una punta di sfacciataggine che ci sta sempre. All Star avrebbe tutto per essere una star (scusate il gioco di parole). Basterebbe correggere qualche sbavatura, variare leggermente il sound (per restare al circuito dei mixtapes, come fa Nipsey Hussle, che passa con disinvoltura da suono East a West a South senza perdere un colpo) e trovare un’etichetta che lo spinga con convinzione, invece di perdere tempo con gente come Gudda Gudda, Mack Maine e Jae Millz.
Più o meno della stessa caratura, e ancora più amato da certa intellighenzia dei blog, è Pill da Atlanta. In realtà Starlito sarebbe più bravo, ma siamo lì. Pill ha più "hipster appeal", sicuramente.
P-I-double L è rapper capace e scrive in maniera onesta e poco incline alle iperboli tanto comuni ultimamente. O meglio, in 4075 - The Refill sa fare anche quelle, ma i momenti introspettivi sono semplicemente più veri e ben espressi della media sudista.
Pill si fa notare, oltre che per la perizia tecnica e lo spiccato accento sudista, anche per tempi sempre alti (a orecchio, The Refill difficilmente scende sotto i 95-98 bpm, che per gli standard odierni di Atlanta è roba da Flash). Se riuscirà a moderare un po’ la veemenza di un assalto sonoro quasi sempre all’arma bianca, lo spessore ce l’ha. Sentire come domina i beat di e Keep Ya Head Up per credere.
Huntsville International, invece, è un mixtape che, sotto l’ala protettiva del gruppo G-Side, porta alla luce quello che è l’enorme potenziale della scena di Huntsville, Alabama e dei suoi alfieri, che, secondo me, presto (che vuol dire nel giro di due anni) esploderanno. Il perché non è difficile da capire: siamo nell’orbita del suono sudista, ma il sound è pulito e denso, e i rappers bravi tecnicamente e molto più interessati all’introspezione che al vacuo swagger. Quando la scena di Huntsville e della Slow Motion Soundz diventerà famosa, ricordatevi delle mie parole.
Huntsville International è stratosferico.
Chiudiamo il quadretto tornando a New York. Imam Thug, insieme al solito DJ Delz, confeziona Rap Prison e ci riporta alle dense atmosfere del QB più degradato e "thugged out". Non che Imam Thug sia il rapper più dotato del mondo, ma supportato da produzioni variate e non prive di qualche spunto, si fa ancora valere. The Recipe, in coppia con Prodigy (prodotta da Steve Sola), è una bomba: si potrebbe dire un beat sprecato, per un mixtape. Magari la carriera di Imam Thug sarà finita (ancor prima di cominciare, per molti versi), ma qualche zampata il vecchio (?) leone la sa piazzare.
Dopo anni di fantomatico “swagger” e diamanti e strip club e zoccole e coca di cui non me (ce?) ne sbatte nulla (a meno che non siano trattate in maniera intelligente, ovviamente), Imam Thug e gli altri sembrano una ventata di aria. Scusate se è poco.


venerdì 6 novembre 2009

Mixtapes ed EP

Il viaggio da Milano a Siena è lungo e quindi mi dà sempre la possibilità di farmi schiacciare fra le scomode sedie del bus e di ascoltare mixtape vari ed EP più o meno interessanti.
Stavolta ne segnalo tre, con una insolita vena buonista da parte mia. Alla fine, la cosa buona di un viaggio in autobus è che ci puoi dormire sopra...

Crooked I - Mr. Pigface Weapon Waist. Crooked I potrà anche essere il membro meno appariscente di Slaughterhouse (e quello col tatuaggio più brutto), ma resta una bestia. L’EP non è un capolavoro in senso assoluto, ma è un bell’esercizio di rap abile e abbastanza focalizzato, con un concept di base originale e una copertina ottima. Non un ascolto imperdibile, ma un buon esempio di tecnica e un modo diverso di inquadrare la West Coast.

Freddie Gibbs - Midwestgangstaboxframecadillacmuzik. Freddie Gibbs è un rapper serio. I suoi mixtape sono album veri e propri, e il Nostro suona come uno che ha in mente di migliorare le proprie abilità all’interno di un genere già stracodificato. Oltretutto, l’idea di eseguire bene le potenzialità presenti nel genere gangsta si somma a uno spettro sonoro basato sul funk più “pimpadelico” che rende il tutto più speziato e digeribile. Sentiremo ancora parlare di lui (già ci ha pensato il New Yorker, comunque, e non è poco).

Sid Roams - Remix Archive EP (Circa 1998-2003). Il duo Sid Roams fa musica tamarra per rapper del QB con budget non abbastanza alto da assoldare Alchemist, ma il talento c’è e si vede. Questa breve raccolta di remix evidenzia soprattutto i pregi del combo, ma anche qualche difetto.
A volte l’effetto “tastieroso” del mixtape fa perdere punti ai remix, ma in qualche occasione Sid Roams piazza la zampata vincente da applausi. Joey e Bravo dovrebbero seriamente considerare un album insieme agli M.O.P., che beneficiano nella maniera migliore del trattamento remix Sid Roams.

mercoledì 4 novembre 2009

(Non) Siamo gli Epigoni

Siamo dei dinosauri. Il futuro non ci appartiene, e il presente fa’ di tutto per ricordarcelo. Di cosa parlo? Di un mixtape (DJ MP45 perdonami l’uso improprio del termine e Reiser abbi pietà di me) di Nicki Minaj, e di cosa se no?
Tutto nasce dall’ascolto del mixtape di DJ Delz, intitolato con il solito gusto criptico There’s Something Abut Nicki (tenete a mente il nome perché poi tornerà, nel discorso). Ascolto che, al di là dei gusti personali (se seguite il blog potete immaginare da che parte io stia), è interessante perché mi ha fatto capire come la mia specie sia da proteggere al più presto, in quanto prossima all’estinzione. Abbiate pazienza e seguitemi nel ragionamento, ché esso è, se non contorto, quantomeno non il massimo della linearità.
Partiamo da un assunto incontrovertibile: i mixtape di oggi sono probabilmente l’ascolto più interessante che si possa sperare di fare. Mi spiego meglio: il formato album, con buona pace di noi dinosauri e nonostante i tentativi (velleitari, secondo me) della Apple, è deceduto. Amen. Quante persone conoscete che hanno le playlist dell’iPod solo per gli album? Io mi guardo allo specchio, poi basta. A meno che non si tratti di “veri appassionati” di musica, qualunque essa sia, che però, a quanto mi risulta, non esistono più (chiedete conferma agli M.O.P.).
Le ragioni della morte del formato album sono molteplici: il discorso è lungo e non lo affronterò, ma è indubbio che ci sia un forte legame con la moderna modalità di fruizione dei media. Ovvero la modernità, che lo vogliamo o no, impone una fruizione veloce e, in qualche maniera, superficiale (senza stare a fare indagini sociologiche, il mondo preferisce leggere i tweet che non un libro. E parlo di velocità, non sto esprimendo giudizi sulla qualità).
In questo senso, deprivato il mixtape di ogni possibile valore commerciale (quanto avrà venduto Warning Shots 2 di Saigon? 30 copie?), il formato resta quello migliore per diventare una palestra dove l’artista può fare TUTTO ciò che vuole. Questa frase ambigua, nel mondo moderno, significa non certo sperimentare (almeno non nel senso tradizionale), ma essere sé stessi. Tanto meglio se ciò avviene in maniera amatoriale, con le proprie idiosincrasie e difetti innati, ché tanto l’ascoltatore vuole ossessionarsi ed essere ossessionato/ossessionante con quelli.
Oggi è il formato mixtape a fornire la maggior soddisfazione all’ascoltatore medio. Che si tratti degli ultimi album di Ghostface e Raekwon (che suonano esattamente come ci aspetteremmo da un buon mixtape), che sollazzano il (buon) gusto del fruitore “classico”, o degli ultimi “capolavori” di Gucci Mane o di Lil Wayne, che invece fanno leva sul cosiddetto “egocasting” dello stan ossessionato da un malposto senso di completismo nei confronti del proprio idolo, poco importa.
La ricollocazione del proprio rapper preferito nella “confort zone” di un cut-and-paste di versi e beat “riscaldati”, tenuti insieme dalle urla del DJ medio funziona, ed è il metro di giudizio cui la “modernità” dovrà confrontarsi, nel bene e (soprattutto) nel male.
Se avete seguito fino a qui e siete più o meno d’accordo con l’inevitabilità di certe mie conclusioni (che, ovviamente, non significa che mi rendano felici, giusto per esplicitare ulteriormente ciò che dovrebbe essere ovvio), non potrete non intuire dove sto andando a parare.
La Young Money è il futuro. Il motivo? Semplice, sta spingendo fino alle estreme conseguenze i prodromi di quello che nel mondo musicale in primis e poi nell’hip hop sta accadendo da anni. Come Necro porta alle estreme conseguenze l’oggettivazione della donna (ha, non vi aspettavate Necro nello stesso post di Nicki Minaj, vero?), la Young Money esaspera le velleità pop insite nel genere sin dal giorno che quel tizio di Los Angeles campionò i Funkadelic in quell’album di cui forse avete sentito parlare, The Chronic.
La Young Money è la cosa più vicina alla perfezione pop che sia mai stata concepita per quanto riguarda l’hip hop. Intanto, il roster è strutturato come quello di una boy band, se ci pensate. C’è quel senso di trasversalità, sia a livello regionalistico che di “ceto sociale”, che sta alla base di ogni moderna boy band. A livello di presentazione siamo di fronte alla quadratura del cerchio, a livello di marketing: Wayne è il “genio”, lo stralunato alieno che si autoproclama “best rapper alive” (e che nel paradossale mondo moderno, automaticamente per la massa lo diventa), Drake è il bello, lover-boy nordista di classe, Gudda Gudda il rapper del ghetto col tatuaggio in faccia, Mac Maine il “tradizionalista” (che viene sempre buono per gli adlib), e Nicki Minaj la versione ghetto-puttana di Britney Spears. Quanto è lontana una presentazione del genere dai Backstreet Boys?
Non è certamente sorprendente che altri artisti dalla visione simile a quella di Lil Wayne assemblino un roster simile. Vedi Bangladesh, altro “genio” di cui ho già parlato, e Kanye e la sua G.O.O.D. Music.
Ovviamente, Kanye (come G.O.O.D. Music) fallisce non solo per il proprio egocentrismo, ma anche perché a livello commerciale Malik Yusef e Consequence sono una palla al piede, e Bangladesh perché manca di una visione effettivamente pop e di una potenziale superstar con carisma (e infatti l’unico con “buzz” della sua crew è lui, a parte un po’ Muffy).
Invece Lil' Wayne ci vede bene. Se Weezy fosse un colore, diciamo il rosso, ogni membro della sua crew ne sarebbe una tonalità. E qui entra in scena Nicki Minaj, che sarebbe ovviamente il rosso cremisi, simbolo dell'amore e della lussuria. La sua immagine sessuale spinta fino al parossismo (ma idealizzata nella stessa maniera di quelle delle pop-star odierne) è talmente sopra le righe da diventare “altra” (la materia di cui sono fatti i sogni, per citare un poeta inglese di un certo livello). Nicki Minaj-Nicki Lewinsky è tanto coinvolgente e poco credibile quanto un Rick Ross che fa il boss del narcotraffico o Jeezy che sembra il boss della coca di Atlanta. Ma più ci si allontana da una visione realistica del sesso (Necro docet), più ci si avvicina alla dimensione ideale della mercificazione del sesso stesso. Funzionava per quello che Grant Morrison felicemente definiva “L.A. porn”, nella stessa maniera in cui funziona per la Britney Spears “adulta” e, ancora di più, per la nostra Nicki. E ciò non è casuale, se si pensa che la Young Money spinge il pedale soprattutto su quello che possiamo definire “twitter rap”, dove i riferimenti al crimine e al ghetto vanno via via rarefacendosi per lasciare spazio a una visione materialista del mondo in cui l’emotività diventa roba da punchline veloce e in cui conta apparire fighi nella stessa maniera in cui lo sono le celebrità di MTV Cribs o dei programmi di VH1 che poi vediamo su MTV Italia. Ciò funziona ancora di più in quanto il tutto, compresa la ovvia dose di quello che gli anglosassoni chiamano edge (Nicki Minaj parla di pompini, Wayne è un ribelle tutto tatuato), è inserito in un contesto genuinamente pop (almeno per come il pop è concepito oggi). I beat sono tastierosi e cingommosi come si conviene e non si discostano (troppo) da certe patinate produzioni presenti sui dischi delle “dive” bianche del momento. Il remix di New York Minute potrebbe pure avere il cantato di Miley Cirus, per quanto ne so, e Bedrock, Ponytail e Shoppaholic (sic), non si discostano dalle basi che potreste trovare, chessò, su un album di Gwen Stefani. Ma ciò non basta. Messa così sembrerebbe l’ennesima formula, ma invece c’è di più. Gli artisti Young Money sono proprio inquadrati nella maniera giusta per incarnare lo spirito del tempo: auto-ossessionate, vacue, viziate star che poi un pubblicitario penserà a rendere “geni”, con buona pace di quelli che dovrebbero essere critici seri. Ma questo, volere o volare, è quello che li avvicina al pubblico. Un pubblico che si sentirà gratificato per avere capito la citazione di There’s Something Abut Mary e per l’intelligenza (???) del rimando ai Flinstones di Bedrock.
Flow d’apparenza e non di sostanza, lavoro sul ritmo vocale più che sui significati/significanti (vedi una certa ossessione per l’autotune e per l’allungamento di certe vocali), accostamenti pop scontati e ripetuti (vedi le ricorrenti associazioni “fly-Red Bull” e “bad-Michael Jackson”), e di nuovo la lente d’ingrandimento puntata più su sé stessi e sui propri capricci-feticci che non sull’ambiente circostante (vedi il discorso di Nicki Lewinsky, che farebbe ridere se non fosse sintomatico di una certa spettacolarizzazione del sessismo popolare): questi sono gli ingredienti di un successo che io penso nei prossimi tempi sarà inarrestabile. Se Kool G Rap, anni fa, raccontava le strade di New York, quelli della Young Money stanno in camera a specchiarsi, a bearsi della borsetta Gucci e a chattare prima di uscire a fare baldoria. E, alla fine, questo interessa ai sedicenni, non altro. Siamo noi ad essere il “passato”. Del resto, checchè ne possano dire Jay-Z e soci, il rap ha sempre funzionato in quanto musica da giovani (meglio se del sottoproletariato). E i giovani non vogliono rime interne a là Rakim, flow a prova di bomba a là Kool G Rap o concettualizzazioni a là KRS-One. Vogliono una sorta di McDonald’s del rap, dove l’apparenza figa del verso nasconde la piattezza caratteristica dei nostri tempi. E infatti non è un caso se sono proprio gli episodi più “classici” (le cover di All About The Benjamins e Doin' It) a spiccare di meno, con Nicki Minaj a fare la parte di una Lil' Kim senza la necessaria dose di epicità e in tono minore. Ma basta passare a un pezzo coi necessari lustrini, e Nicki torna a brillare nella propria superficialità.
O forse non si tratta di
superficialità, quanto di rispondenza a certi canoni della modernità. Per essere obiettivi (e corretti) nei confronti della Young Money, Jay-Z, per quanto ci provi, non riuscirà mai a essere moderno nella stessa accezione di Lil’ Wayne (o del “fratello minore” Kanye West, per dire). Gli stessi che hanno acclamato The Carter III come un capolavoro, hanno trovato Blueprint 3 formulaico. Questo è un fatto. Eppure, all’atto pratico, si tratta del tentativo di fare un’operazione simile. Il problema è che Jay ci puo’ arrivare fino a un certo punto, essendo uno degli ultimi discendenti dell’era in cui si rappava in un certo modo. Se oggi lo standard di singolo rap è A Milli (word to Sasha Frere-Jones), è chiaro che uno come Jay-Z può ambire al rispetto della critica, ma il contatto con il pubblico “vero” di adesso è quel che è (scarso).

Ora (per favore non confutate le mie conclusioni, perché è un dato di fatto che gruppi seri vendono pochissimo e Khaled molto di più e ciò sarà sempre peggio in futuro) la domanda è semplice ed è una: come ci difendiamo noi dinosauri dall’estinzione?


giovedì 22 ottobre 2009

Superbia

Lord Superb è noto ai più (per modo di dire, essendo - ahilui - praticamente un carneade) per l’affiliazione al Wu-Tang come parte del gruppo American Cream Team, la partecipazione a Black & White come comparsa (devo ricontrollare, ma sono quasi sicuro) e soprattutto un beef abbastanza risibile con Ghostface Killah.
Per chi non lo sapesse, tutto è partito da Tony Yayo, che affermò in una intervista a Spin che a scrivere Supreme Clientele non era stato Tony Starks, ma “quel ragazzo di Far Rockaway, Superb”.
Superb, da parte sua, ha sempre confermato pubblicamente le affermazioni di Yayo, facendo un po’ la figura del piagnone e un po’ (come minimo) quella dell’esagerato, data la risibilità della cosa. Soprattutto perché mentre Superb si faceva una bella vacanza in galera (6 anni, mica nulla), Ghostface consolidava il proprio status di “fan favourite” con una stringa di ottime prestazioni al microfono.
Nonostante questo, però, è indubbio che in Supreme Clientele ci sia l’influenza del ragazzo (vedi ad esempio gli skit con Clyde il crackomane, incredibili), e soprattutto è indubbio che, a differenza di altri ex compagni dell’ACT, Superb abbia una dose di talento notevole.
Lo stile di ‘Perb (se riuscite a immaginarlo) sembra il figlio (bastardo) di Ghostface e ODB: con un flow che trasuda soul e una delivery abbastanza classica e non sincopata come altri affiliati Wu, tutto si può dire di Superb, tranne che non sia un rapper interessante (o, per dirla con gli americani, “compelling”).
In qualche maniera, questo si riflette nell’ultimo mixtape del Nostro, Superb Clientele (non è uno scherzo, il mixtape si intitola proprio così).
Partiamo da un dato di fatto. A livello tecnico, siamo di fronte al disastro: Superb Clientele avrebbe l’ambizione di essere uno di quei mixtape “mezzi album” (street album, chiamatelo come volete, ma ci siamo capiti, penso), ma le canzoni sono sequenziate malissimo e tagliate alla fine in maniera cacofonica e dilettantesca, come neanche Ludwig Van Beethoven negli ultimi anni di vita, in preda alla più totale sordità, avrebbe fatto. La dozzinalità fatta a mixtape, anche a giudicare dalla copertina.
Se si parla invece di rap, e di scrittura, le cose cambiano. Non che si tratti di un’opera miracolosa, sia chiaro, ma ci troviamo di fronte a una specie di personalità bipolare che passa dall’autocelebrazione più smaccata (“when you hear the word hustler, think of the kid”, dice in Can’t Outrap Me) alla depressione più nera da ghetto in maniera assolutamente fluida (lo skit Perb Blakks Out). E in tutto il disco si respira un’aria di sincerità che nei pezzi di tante presunte rock star e emo hipster dell’hip hop non si vede spesso (“Ghost be on my mind, I just can’t call him”, dice in Letter to Chip Banks, prima di lamentarsi di un taglio di capelli che lo fa brutto).
I beat sono assolutamente validi (quelli che potrebbero essere originali), e anche nella scelta di basi da mixtape, il ragazzo dimostra una certa stoffa, a parte qualche piccolo scivolone nell’ovvio (DOA, anyone?). E si fa il culo (no homo) a rappare, soprattutto quando il loop è un campione soul.
C’è sempre una nota, nella voce di Superb, che fa pensare che il rapper abbia un groppo in gola e che stia per piangere di stizza, rabbia o disperazione. E. considerando il fatto che è molto probabile che Lord Superb rimanga una nota a piè di pagina della storia del Wu-Tang, ci sta tutto.

domenica 13 settembre 2009

Compilation

Era da tempo che volevo fare una compilation di carneadi e rapper dimenticati del giro Queensbridge-Staten Island, riprendendone pezzi abbastanza nuovi (ma, ovviamente, sempre oscuri) dalle frange più disparate e fatiscenti della rete. Una specie di “random rap” odierno, ma con una differenza fondamentale. Infatti, questi pezzi qui non li troverete mai su Ebay a 300 dollari, primo perché la qualità (con poche eccezioni) è scarsa, secondo perché una buona parte sono disperati freestyles in cerca di attenzione (e tristi beef) e terzo perché nell’era del digitale (e di rapidshare) molte queste canzoni non esistono proprio su supporto fisico. Ma tant’è. Ricordate quegli oscuri featuring su quel particolare album dei Mobb Deep? Che fine ha fatto quell’affiliato al Wu-Tang di cui non si è saputo niente da anni? Alcune risposte sono qui, senza nessuna pretesa di esaustività, ovviamente.
Questa compilation, se volete, oltre ad essere un divertissement, è una specie di esorcismo degli anni pre-rete in cui mi sarei interessato a falliti come Killa Sha, JoJo Pellegrino, Foul Monday, Don Alon (per altro qui assente) e persino Pop Da Brown Hornet.
Da segnalare alcune curiosità interessanti: iniziamo con gli affiliati Wu-Tang, che dell’inconsistenza hanno fatto una bandiera...
Si parte con un pezzo del gruppo di Raekwon, Ice Water (qualcuno sa se esistono ancora?) con Busta Rhymes, ai tempi in cui Rae e Bussa Bus si erano avvicinati (vediamo se quando esce OB4CL II sarà ancora produttore esecutivo). Do It Big è una spanna sopra le solite prestazioni dell’Acqua Ghiacciata, e anni luce avanti a qualunque cosa l’American Cream Team abbia fatto...
Si continua con Blue Raspberry (notevole - ancorchè scontata - la produzione di Bronze Nazareth) e 12 O’Clock, che sembra avere abbandonato (per sempre?) le velleità di essere un ODB di quart’ordine per rappare in maniera più “commerciale”: vediamo se riuscirà a raggiungere le 20 copie vendute...
Scartiamo gli FBI, che con Coming Through, cercano di rifarsi al primo suono Wu-Tang, fuori tempo massimo e in maniera moscia, e arriviamo agli A.I.G., con un pezzo prodotto da quel Darkim che ebbe un breve momento di notorietà (?) ai tempi del secondo Gravediggaz. Decente.
Come decente è anche la prova di Imam Thug, che se la cavicchia senza brillare su un beat non troppo malvagio di Ayatollah.
Molto meglio invece Bloody Battlegroundz dell’affiliato Wu-Tang 33 the Great (feat. Timbo King), che nonostante il suono low-budget (no Kev Brown) riesce a risultare dignitosa (la strofa del solito Timbo mi conferma l’idea che sia uno degli MC del giro Wu più bravi e sottovalutati di sempre, Killah Priest a parte).
Il rapper del Queensbridge Foul Monday è sempre stato un frillo, e Get Straight rafforza questa convinzione, mentre la Queensbridge-Shaolin connection (via Goretex) Deadicated si fa apprezzare, nonostante una certa mancanza di originalità (anche nel beat) e la voce super-asessuata di Killa Sha.
Il resto è di livello abbastanza modesto: a parte un freestyle di JoJo Pellegrino (che qualche qualità ce l’ha), il resto è filler, soprattutto l’insulsa “cover” di Emotionless di Mike Delorean (ex Bars N Hooks, uno dei più grandi gruppi del mondo secondo Prodigy) e il disperato diss di Pop Da Brown Hornet al Wu-Tang...
Chiudono la tracklist la “perla” Cheap Thrills di Dom Pachino-P.R. Terrorist in modalità sessuale (penoso) e la indifferente Lay Down di Streetlife con Killa Sin (due degli MC più generici mai usciti da Staten Island).
Il risultato, come detto, non è grandioso, ma nella spazzatura si può scovare, se non qualche perla, almeno qualche barlume di decenza. Ora resta solo da vedere se anche qualcuno di voi aveva nostalgia di qualcuno degli ospiti di Queen Reigns Supreme. Buon ascolto.

Download: VVAA - Queen Reigns Supreme (Mini-Antologia di Carneadi e Rapper Dimenticati di Queens-Staten Island)

venerdì 11 settembre 2009

Punisher II


Due mixtapes usciti da poco, giusto per continuare con l'ossessione per il Punitore.

venerdì 7 agosto 2009

Piccola Guida Ragionata allo Stalking

Più che di guida, in realtà si tratta di un piccolo snapshot sonoro che documenta l'ossessione (insana?) di alcuni rappers americani nei confronti di sex symbols o presunti tali, al limite del morboso. Mentre in Italia si è recentemente assistito alla (controversa? boh) approvazione della legge antistalking, è curioso notare come, invece, in USA , negli ultimi tempi, siano venute fuori alcune canzoni che prendono il nome di procaci attrici e/o starlets (cosa che mi fa venire i brividi, in generale, ripeto)...
Dell'allegra banda di stalkers musicali fanno parte una serie di falliti di eccezione e weirdos di prima categoria come Lil Flip (Kim Kardashian), Supastaar con Hurricane Chris e Tum Tum
(Halle Berry), Charles Hamilton (Lacey Duvalle) e Paper Route Gangstaz (Keisha Cole). Senza dimenticare, comunque, i veri giganti di questo sottogenere (I'm high powered put Adina Howard to sleep / Yo pardon, that bitch been on my mind all week)...
Sei tracce per i vostri momenti di ossessione Psycho-style.
Chiamatelo stalker-rap, se volete.
Buon ascolto.

Download: VVAA - Stalker Music.

P.S.: Keysha Cole, in realtà, è un pezzo sull'erba buona, ma chi se ne frega. Ha pur sempre un titolo che puzza di stalking lontano un miglio.
P.P.S.: ovviamente Felt non fa testo (anche se Slug è un weirdo e Murs pure), in quanto sono due tributi a Christina Ricci e Lisa Bonet, e perciò stesso il creep factor scende praticamente a zero.

EDIT: Ho dimenticato Jean Grae di Bru Lei, che però sembra più una dichiarazione d'amore adolescenziale che stalking...


lunedì 3 agosto 2009

Ascolti per l'Estate

J Rawls, una garanzia.