sabato 30 aprile 2011
martedì 19 aprile 2011
From Hel-London (not)
Buona lettura.
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giovedì 7 aprile 2011
Vecchie Ruggini
Per tutta una serie di motivi: primo, Emiliano è un amico. Anzi, un grande amico. Poi, Rusty Dogs l’ho visto nascere (e ne vedo i dietro le quinte abbastanza regolarmente). Poi ancora, il noir, in molti casi, mi annoia.
Insomma, il pericolo esiste: o non essere preso sul serio per complimenti considerati di prammatica nel caso di critiche positive, o essere criticato per posizioni considerate pregiudiziali nel caso di critiche negative.
In ogni caso, alla tastiera non si comanda e siccome mi va di scrivere di Rusty Dogs, mi assumerò tutti i rischi del caso. Soprattutto perché qualcosa di sensato da dire credo di avercelo.
Parentesi: non credo di avere la verità in tasca, e parlo delle mie impressioni. A volte fondate, a volte basate su esile (o inesistente) evidenza. Quindi non cercate rivelazioni da insider perché non ce ne sono, per la maggior parte.
Rusty Dogs ha tutti i difetti, ma soprattutto i pregi del “vanity project”. Emiliano scrive per sollazzarsi (almeno questo mi sembra), ma così facendo riesce a sintonizzarsi perfettamente sui gusti dei propri lettori, e quindi il risultato è molto spesso azzeccato. In ogni caso, non vorrei essere frainteso: quando parlo di “vanity project”, non intendo la sterile masturbazione mentale che flagella moltissimi dei blog tenuti da fumettisti che mi capita di leggere. Mi riferisco semmai all’idea di dover dimostrare qualcosa a se stesso nella forma del padroneggiare perfettamente la materia noir, ritmi, atmosfere, personaggi e quant’altro.
Si può non essere d’accordo con l’idea di smontare e rimontare il genere per giocare con i meccanismi (ed infatti io non lo sono, in parte), ma certamente il modus operandi è meno fastidioso di quell’approccio post-moderno che fa della scopiazzatura-citazionismo il proprio fulcro. Rusty Dogs non cita, richiama.
In questo senso (ed è forse la parte che meno mi attira del progetto), la missione è compiuta: la serie è un perfetto compendio di letteratura noir che riassume tutti i topoi della materia, e lo fa bene. Questo, al di là dei miei gusti personali (come ho detto), è certamente un pregio.
Ma se fosse finita qui, me ne potrei tranquillamente andare a letto, invece di tediarvi con le mie elucubrazioni.
Che non verteranno certamente sul discorso del mosaico che si sta formando, del meccanismo di costruzione di un “microclima” (qualunque cosa questo significhi), della presunta immobilità che invece sta cedendo il passo a un cambio (immagino) epocale. Di quello può tranquillamente scrivere chiunque, soprattutto i tanti che il noir lo amano più di me.
E non verteranno nemmeno (per questa volta) sull’ottimo lavoro di Mauro Mura come grafico/letterista (Rusty Dogs, un blog gratuito, ha il proprio font personalizzato, a differenza di tanti fumetti cartacei che si limitano a usare il primo font freeware della Blambot!).
Da parte mia, invece, mi importa di quella che ritengo la parte più interessante di Rusty Dogs, costituita, in perfetto stile (questo sì noir) dai presunti (presunti da me, in larga parte) fallimenti della serie.
Andiamo a vederli uno ad uno nel dettaglio, se avete voglia.
Il primo fallimento, sebbene non evidenziato, in genere, da chi ha parlato della serie, è evidente, almeno ai miei occhi: la serie è penalizzata da problemi di periodicità, legati per la maggior parte (per come la vedo io - che ho sempre ragione) ai tempi realizzativi dei disegnatori (so già che Emo avrà da eccepire, e so già che non è proprio così semplice, ma permettetemi un ragionamento in bianco e nero milleriano, perché è funzionale alla mia analisi).
Questo, che è certamente un difetto, ha come altra faccia della medaglia il fatto che Emiliano Longobardi, con (giusta, direi) testardaggine, ha deciso di puntare su una serie di disegnatori scelti ad uno ad uno, col risultato che la parte grafica risulta molto forte ed omogenea nella propria eterogeneità: il massimo cui si possa aspirare, direi. L’ovvia soluzione sarebbe stata di contattare chiunque in giro: immagino che la mantenuta (?) periodicità avrebbe avuto come contraltare una parte grafica in stile patchwork.
La seconda critica l’ho sentita esplicitamente, invece, e si riferisce alla scarsa fruibilità/cattiva impostazione commerciale di Rusty Dogs a livello “digitale”. Verissimo, il blog non è lo strumento più agile per un progetto del genere, in generale. Ma questo vuole anche dire, in particolare, che il fulcro di tutto resta il progetto, non l’e-book, o il lancio come possibile serie. A quello ci si penserà (suppongo) a storia conclusa. Personalmente apprezzo di più un discorso del genere: come lettore mi interessa solo la forza del progetto.
Per ultimo, lascio l’aspetto per me forse più interessante, su cui mi sono spesso infervorato. Ovvero (esulando dalla specificità del progetto per passare a un discorso di filosofia della serie) quello del fatto che, secondo me, Rusty Dogs rimane soprattutto un’opportunità sprecata come modello “produttivo”.
Ovviamente in questo caso le colpe non sono degli autori (o dell’autore, meglio), ma di chi, in una situazione simile a quella di Longobardi (esordienti di talento, semiprofessionisti alla ricerca della svolta, artistoidi vogliosi di pubblicare il proprio capolavoro), non ha capito che Rusty Dogs ci dimostra soprattutto una verità incontrovertibile. Ovvero che l’idea di proporsi ai nostri editori per avere (massimo) 1000 euro di compenso è ormai obsoleta e soprattutto by-passabile, specie nell’ottica del bacino di utenza dei suddetti editori (cioè, se va bene, un migliaio circa di lettori).
Questo vale in egual misura sia per chi ha un’urgenza narrativa imprescindibile, sia per chi ha semplicemente l’interesse di farsi notare per poi passare in Bonelli/Disney/Marvel/DC (esigenza per altro legittima, non fraintendetemi).
Se uno ha un’idea forte, per farsi leggere da un numero maggiore di persone rispetto ai potenziali acquirenti “su carta” (o generare un po’ di interesse nei confronti della propria opera per averne dei vantaggi a lungo termine) è sufficiente mettere su una struttura che non necessita di grossi costi (su web). Un passo successivo (in molti casi desiderabile, ma non strettamente necessario) è quello di coinvolgere qualche grosso nome (anche in maniera marginale, ma spendibile). Trattandosi di lavoro gratis, immagino che sia garanzia di un’adesione ideologica, in qualche maniera. In ogni caso, una pin up di un nome grosso non rappresenta un fattore molto diverso da una specie di “copertina”. È sempre la forza del progetto (o la capacità grafica, o qualunque altro punto di forza su cui l’autore voglia puntare) a sostenere il tutto.
Questo dovrebbe garantire l’eliminazione del “bisogno” di ingraziarsi l’editore e sottostare ai servilismi e brutture di cui si sente a ogni piè sospinto quando si parla della piccola editoria fumettistica in Italia.
Mi si dirà che col blog non si guadagna nulla: vero (anche se esistono modi per farlo, se uno si sbatte), ma non mi si vorrà dare a intendere che invece 800 euro per 100 pagine da realizzare in pochi mesi sono un’alternativa…
Se gli autori esordienti/semiprofessionisti fossero più svegli, i piccoli e medi editori fumettistici italiani dovrebbero iniziare ad aver paura. E invece, per loro fortuna, possono ancora dormire sonni tranquilli. E fare il bello e il cattivo tempo. Per questo, e per l’occasione mancata da potenziali epigoni, viva Rusty Dogs.
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lunedì 7 febbraio 2011
Torres Dreaming
Lasciamo pure perdere il fatto che la gente non capisce assolutamente UN CAZZO di calcio. Il pallone è uno sport in apparenza democratico e quindi chiunque ha il diritto di dire le baggianate che vuole (e alla Torres, come credo in ogni campo di calcio, se ne sentono una marea).
Quello che amareggia (e non riesco a non essere scandalizzato ed arrabbiato, anche se in qualche modo non vorrei) è che lo stadio è il riflesso del disfacimento della società civile.
Come si fa ad andare allo stadio (in maniera premeditata, sembrerebbe) con l’unico scopo di insultare l’arbitro a priori? Come si fa a non avere altro interesse, se non quello di elaborare involute teorie del complotto secondo cui un arbitro di Ozieri sarebbe in combutta con Cagliari per danneggiare la Torres?
Come si fa a non capire l’infantilità (totalitaria per altro) del sentirsi sempre accerchiato, in maniera non dissimile da come fanno, storicamente, tutte le merde dell’umanità (Bossi, Hitler, Berlusconi)?
Come si fa a proferire frasi come: “Beh, alla fine, se scendessimo in campo e pestassimo l’arbitro, poi ti possono dare tre o quattro giornate di squalifica del campo, che non sarebbe malissimo, no?” con la faccia seria, nei confronti di un arbitro che non ha minimamente inciso sulla partita?
Mi sono sentito profondamente disgustato di essere sassarese e italiano. Ma l’idea di andare a vedere una partita tifando per la propria squadra e lasciandosi dietro tutto il corredo di piccinerie e opportunismi sembra così peregrina?
L’idea che si possa essere civili allo stadio è irrealistica?
Forse iniziare a lavorare in questo senso, dal basso, sarebbe un buon punto di partenza.
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venerdì 21 gennaio 2011
(Breve e Schematica) Storia della Propaganda Televisiva Berlusconiana
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mercoledì 29 dicembre 2010
A Friendly Game of Hockey
| Immaginate un sottofondo metal che sta per spegnersi all'improvviso. |
Durante le tre ore di match in totale fra i Jokerit di Helsinki e gli Espoo Blues (60 minuti effettivi divisi in tre tempi da 20) all’arena Hartwall di Helsinki, gli omaccioni sul campo ghiacciato si sono pestati per approssimativamente 58 minuti effettivi, secondo più, secondo meno. Quei due minuti in più, che generosamente sto allocando al resto, invece, tengono conto dei secondi in cui il pack è passato di giocatore in giocatore, ovviamente prima di arrivare nelle vicinanze degli atleti (cosa che, come intuibile, fa ri-scattare tutta l’aggressività dell’hockey). Il livello di testosterone è alto, e si respira puzza di sudore e intimidazione in ogni frenata, spallata e colpo di bastone che i giocatori si scambiano senza sosta lottando sul pack (ma non sugli spalti, dove i tifosi sono vistosamente mosci, quantomeno rispetto alle bestiali controparti del calcio, che, anche a livelli risibili come quelli della Torres, dove le “arguzie” si contano a centinaia, rendono lo spettacolo degno).
Nell’hockey tutto ruota attorno al testosterone, a cominciare dall’entrata pirotecnica in campo (speaker urlante, scattini da NHL e fiammate in stile WWF inclusi). Il livello di ormoni maschili, è talmente alto, infatti, che sembra quasi paradossale che ogni tanto erompano momenti di rissa (che, in un contesto del genere, potrebbe quasi sembrare da copione). Pensandoci bene, invece, quando devi pattinare, e pestare un altro, e usare la tecnica per controllare il pack, e mantenere un livello di aggressione (fisica e mentale) del genere per tre ore/venti minuti effettivi (più overtime più penalty shootouts), l’idea di perdere la calma un paio di volte non sembra poi così peregrina. Mia moglie perde spesso la calma con me (spesso più di due-tre volte in tre ore), e sono inesistente in ognuna delle attività menzionate sopra.1
Come dicevo, l’hockey su ghiaccio è hardcore.2 Talmente hardcore che riesce a fare diventare sostanzialmente eroico l’accompagnamento musicale, che in altri contesti sarebbe patetico o quantomeno fuori tempo massimo di almeno 20-25 anni.
Ora, la cosa che dovete sapere è che, durante ogni momento di pausa (che non contempli pubblicità, che pure è tanta) è virtualmente impossibile sentire un qualunque tipo di silenzio, affogato sotto la pesante coltre di spot di mezza tacca e di rock’n’roll senza scuse. Infatti, se avessi chiuso gli occhi almeno una volta, sono sicuro che mi sarei sentito come al Dungeon di Southampton, un club che suonava solo musica per metallari e indie-head (con esiti a volte dubbi). Con una differenza, però: che nel metal-club le canzoni suonavano pressappoco nella loro interezza (e, i Nirvana, pure più volte), mentre qui riempiono il silenzio fino al secondo esatto in cui il pack viene rimesso in gioco. Immaginatevi di suonare 15 secondi di una canzone metal, e poi doverla stoppare con precisione assoluta quando l’arbitro molla un dischetto nero fra due omoni armati di mazza: qualcuno deve avere il lavoro più nevrotizzante del mondo.3
Ma divago: durante il match, sono state suonate almeno una quarantina-cinquantina di canzoni rock’n’roll in quasi ogni possibile declinazione, dall’hair metal allo street rock al punk al “cheese” puro. Fra gli highlights, Girls, Girls, Girls (che appropriatamente ha segnato anche l’entrata delle pon pon girls: non potevano mancare, chiaramente), You Shook Me All Night Long, Breaking the Law. Sul versante più punk, Blietzkrieg Bop, e persino Come Out and Play, che non sentivo forse dal ‘95.
E, a proposito di evergreen dimenticati, come non rimanere basiti, invece, di fronte a Cotton Eye Joe dei Rednexx, che avevo felicemente rimosso (e di cui non sentivo il bisogno)?
Tutte le canzoni (meno ovviamente le scelte bizzarre e oggettivamente indigeribili, come un qualcosa di Lil Wayne che NON voglio riconoscere, un paio di cazzatine techno e la summenzionata Cotton Eye Joe), che in altri contesti avrei considerato di dubbio gusto e/o da finocchi e/o il diavolo (in musica, per citare gli Slayer), o che avrei quantomeno visto con sospetto e un minimo di puzza sotto il naso, invece nell’arena dell’hockey funzionano. Certamente fanno una migliore figura, ahimè, di quella paccottiglia rap che accompagnava le entrate dei wrestlers e che qualcuno ebbe pure il coraggio di compilare in un CD e vendere, mi pare di ricordare.
Ma d’altronde, come credo di avere dimostrato, l’hockey è hardcore: in quale altro sport si allunga la pausa fra un tempo e l’altro da 15 a 18 minuti per aiutare a bere più birra?4
A volte, tutto questo metal regala pure qualche “brivido” imprevisto: durante i secondi prima dell’overtime e dei penalty shootouts (per altro eseguiti in maniera veramente pedestre dalla squadra di casa, che infatti ha - meritatamente - perso),5 mi sono reso conto di essere presumibilmente l’unico degli annunciati 8000 spettatori (più probabilmente sui 3000, invece) a sapere che Wild, apparentemente l’inno dei Jokerit, è stata campionata da J Dilla. Che ci volete fare, l’hardcore resta sempre hardcore.6
Note
1. Fieramente inesistente, per quanto riguarda il discorso del pestare, ovviamente (anche quando ci vorrebbe).
2. Nel secondo intervallo, quello fra il secondo ed il terzo periodo, viene messa in palio una motocicletta. Che utilità avrà mai in Finlandia, specialmente quando fuori siamo a 10 gradi sotto lo zero? Non potrò mai scoprirlo perché lo spettatore scelto, con sommo dispiacere delle cheerleaders sedute sulla moto, non riesce a centrare 15 volte la porta da centrocampo in 20 secondi, ma resta roba da uomini duri.
3. Ogni volta che si compie questo rito, che all’inizio avviene con mio enorme disorientamento, penso a Banfi in Vieni Avanti Cretino.
4. E, coincidentalmente, sentire più metal.
5. L’andamento della partita è stato: vantaggio dei padroni di casa, pareggio degli Espoo Blues, vantaggio degli Espoo Blues, pareggio dei Jokerit a 6 secondi dalla fine, extra-time e rigori (due a zero per gli Espoo Blues). Dei marcatori non frega niente a nessuno, anche se l’unico di cui ho capito il nome è un tal Justin Forrest, presumibilmente non imparentato col mago.
6. Voglio pensare che non sia un caso che abbia vinto la squadra più proletaria e quindi, in qualche maniera, più “metal”.
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sabato 18 settembre 2010
Solinas sul Manifesto
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lunedì 6 settembre 2010
Un Altro Blog
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sabato 28 agosto 2010
Una Visione
Uno dei privilegi (?) dell’essere padre è quello di essere svegliati a ore impossibili dai figli, e quindi avere la possibilità di guardare quella televisione che, diciamo, alle sei di mattina uno non guarderebbe, normalmente.In questo splendido contesto, vedere l’ultimo video di Lady Gaga, Alejandro, non è così terribile, anzi porta con sé una serie di affascinanti riflessioni.
Intrigato dalla scritta a caratteri cubitali “Klein” che appare all’inizio (sarà il regista, ma chi è?), mi sono sciroppato il video, accorgendomi per la prima volta di una cosa: Lady Gaga ha una visione.
Che non è necessariamente una visione che mi piace né alla quale posso aderire ideologicamente (o esteticamente, per quello che importa), ma che riconosco.
In questo video, al di là di una paccottiglia pseudo-ribelle che finge di essere trasgressiva (quante volte abbiamo visto suore sexy in pelle, in TV?) e di deliri pseudo totalitari a base di giovanotti androgini e glabri in uniforme che sembrano usciti dalla mente di un Jean Paul Gaultier in camicia bruna, ho finalmente capito dove vuole andare a parare Lady Gaga, cosa che prima mi risultava oscura. Stupido io, che pensavo avesse importanza la musica. E invece no (anche se la signorina Germanotta un certo talento per le melodie pop sputtanate ce lo ha, riconosciamolo): la musica non conta, conta l’immagine. E qui l’illuminazione. Lady Gaga era la sfigata delle superiori che ora è diventata famosa e cerca la rivalsa sul mondo.
Ma se altri artisti, due nomi a caso Eminem e Pink, partendo da posizioni simili arrivano ad una rivalsa-catarsi che li spinge a utilizzare quel buco nero dell’infanzia come propellente per scrivere (anche) canzoni che abbiano un significato, nel caso di Lady Gaga è diverso.
La rivalsa della Lady è, fondamentalmente, masturbazione. Ovvero, a base di palestra e lingerie, la Lady brama di trasformarsi in una vamp-troia che si autocompiace della propria algida essenza e sguazza in immagini di sapore totalitario che non fanno altro che evidenziare quanto il problema alla base non sia stato superato e, soprattutto, non sia superabile. Certamente non a base di cerone e scarpe Armadillo.
Per il resto, di una cosa i giovanotti del futuro dovranno ringraziare Lady Gaga: fra dieci anni, quando le brave ragazze troveranno una cosa normale soggiacere ai peggiori istinti maschili in animaleschi gang bang, non si dimentichino chi è che ha fatto accettare il concetto.
A parte questo, nel mio piccolo mondo monomaniacale mi godo la piccola soddisfazione che almeno Lady Gaga mi ha fatto, per un momento, ritornare la voglia di scrivere sul blog. A ognuno le soddisfazioni che si merita.
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martedì 15 giugno 2010
Robot Kaard - Overtime
Puntuale come al solito, torna il prolifico beatmaker napoletano Robot Kaard (aka Carmine De Maria, aka John Cardema, aka mille altri nomi), con Overtime, un album/EP fatto di13 tracce prettamente strumentali (nonostante qualche voce effettata e distorta).
Rispetto al precedentemente recensito Calculator, che si ispirava ad atmosfere “teutoniche”, qui siamo in zone diverse e più “moderne”. La visione è chiaramente diversa, e sebbene la mano dell’autore si senta, si vira verso un suono che riesce a coniugare melodia e paranoia in maniera quasi sempre ben riuscita. Robot Kaard riesce infatti a trovare la misura per quanto riguarda lo stile, ormai diventato, oltre che personale, riconoscibile: momenti urticanti che lasciano spazio a sghembe e scheletriche melodie che sembrano arrivare dallo spazio profondo.
In più di un momento, Overtime ci porta in territori che sembrano luoghi di confine fra l’elettronica e l’hip hop di nicchia (quello in stile Def Jux, per capirci), dove dominano le ritmiche “dopate” a media gradazione di BPM e i suoni filtrati ma pur sempre grassi e, in senso molto lato, funk.
Ad esempio, illuminante in questo senso è l’iniziale Attack, su cui non sarebbe inconcepibile pensare di sentire il rap staccato e avvolgente di Aesop Rock. E se Cut Waving, con le sue atmosfere rarefatte, ci riporta in territori più prettamente elettronici, Day Digital, Smile e Too Paranoid sembrano carcasse olografiche di pezzi disco anni ‘80.
Efficaci le scelte ritmiche (anche se rullanti più potenti in qualche momento non avrebbero guastato), e buona la variazione strumentale, nella ricerca dell’omogeneità dello stile. I momenti più aggressivi e “acidi” come Light e Rue Boyer bilanciano quelli più dopati in maniera naturale e tengono su una scaletta che non annoia. In questo senso, la capacità di tenersi praticamente sempre sotto i 3 minuti per canzone, da parte dell’autore, costituisce una prova di intelligenza, vista la natura delle composizioni, che sembrano “sketch” volti a suggerire atmosfere, più che canzoni compiute. E, visto il campo di gioco scelto, questo non può che essere un pregio.
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martedì 1 giugno 2010
La Tristezza
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giovedì 20 maggio 2010
Chiuso per Bristol
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martedì 11 maggio 2010
La Fine del Mondo
N.B.: Prima che iniziate a fare illazioni, ero in macchina per andare al lavoro. La mia macchina ha il motore guasto e la macchina in prestito di mio padre non mi permette di attaccare l'iPod che generalmente consola i miei viaggi a Porto Conte.
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lunedì 10 maggio 2010
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El Jefe con la maglietta dei RUN DMC >>>> tutto.
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domenica 2 maggio 2010
From Hell(sinki)
Mentre le persone normali si fanno il ponte del primo maggio, o al massimo se vanno a perdere tempo a Napoli Comicon, io sono qui ad aspettare che arrivi l'ora di poter andare al negozietto a comprarmi lo spazzolino, grazie allo smarrimento della valigia di Suvi da parte di non si sa chi. Provateci voi a stare due giorni senza lavarvi i denti. Potete anche mangiare due tonnellate di cingomma, ma la sensazione di esservi sfregati i denti con una salsiccia di cinghiale non ve la toglie nessuno...
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mercoledì 21 aprile 2010
Guess Who's Bizzack?
Ma se mi conoscete, e soprattutto se conoscete la mia ossessione per determinati argomenti, qualche idea magari ce l'avete. Sul mio facebook ho anche lasciato qualche sibillino indizio, ma per ora non posso sbilanciarmi ulteriormente.
In più qualcosa bolle in pentola anche sul fronte del rap, ma se ne parla più avanti.
La prossima volta che torno sarà con delle novità, promesso.
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mercoledì 7 aprile 2010
Millar, McNiven - Nemesis 1
Qualcuno potrebbe pensare che questo post sarà astioso perché nella preistoria (stiamo parlando di quando esisteva la Factory), avevo un progetto dal titolo Nemesis con Emiliano Longobardi e lo straordinario Carmine di Giandomenico. Progetto che ovviamente non andò da nessuna parte (ricordo ancora le parole di Fanucci: “Bello, ma noi non crediamo nei fumetti.” Un preveggente: era il 1995-96, mi pare, ma posso sbagliarmi).
No, questo post sarà astioso (anche se astioso è una parola grossa) perché disprezzo profondamente il modo di raccontare di Mark Millar.
Nemesis, l’ultima fatica dello sceneggiatore scozzese, è infatti l'ennesima “millarata” di uno sceneggiatore che, prima che un narratore, sembra un abile calcolatore. Quando Millar scrive, la sensazione è che prima di tutto si preoccupi di adocchiare un target, poi si incarichi di sollazzarlo adeguatamente a colpi di “minimo comun denominatore”, e poi magari pensi anche alla storia.
Purtroppo, per un caso legato alla sincronicità tanto cara al suo (ex) amico Morrison, questo è l’approccio che sembra pagare di più al momento e quindi Millar ce lo dovremmo tenere per un bel po’ di tempo, credo.
Nemesis sembra un incrocio fra Wanted e Grendel, e, al di là di tutto l'hype del caso (vedi strillo in copertina con arruffianamento a Kick Ass), arriva buon ultimo, senza per altro tentare di rigirare le cose in maniera più di tanto originale. Il personaggio omonimo è una sorta di Batman al contrario, un genio che invece di combattere il crimine diventa un super-criminale (ripeto, Matt Wagner lo aveva fatto secoli fa, e, a quanto è dato vedere nel numero 1 in questione, molto meglio), e la trama di un super-decompresso che a paragone Bendis diventa Alan Moore.
Per capirci, non svelo nulla a dire che quello che accade nel primo numero è: Nemesis uccide un commissario di polizia in Asia (capiamo che lo fa routinariamente) e poi sfida il capo della polizia di Washington D.C., che, sorpresa sorpresa, forse ha qualcosa in comune con lui. Tutto il resto, per dirla con Roberto Recchioni, sono “nani in fiamme”, che allungano il brodo a dismisura e basta, a mio parere. Ma la storia? Che vuole raccontare, il nostro Millar?
L’approccio widescreen (anche qui, viva l’originalità) renderà Nemesis il fumetto preferito di chi non sa nulla di fumetti, e sicuramente ci scapperà una opzione per Hollywood, che se trova sulla propria strada roba predigerita è più contenta.
A me personalmente, Nemesis non ha lasciato nulla: non un guizzo, una battuta non prevista, una caratterizzazione meno scontata di quelle dei film d’azione di oggi. Anzi no, non voglio essere troppo ingeneroso. Un paio di momenti carini ci sono, e Steve McNiven, quando non si impigrisce troppo (e capita spesso: tante pagine sono veramente tirate via), fa una bella figura (anche se i colori troppo saturati non gli rendono un gran servizio). Per il resto, postfazione autoindulgente di Millar inclusa, per me Nemesis sembra l'ennesimo prodotto (senza virgolette) inutile.
Sembrano lontani i tempi in cui almeno il buon Mark fingeva di essere controverso: oggi, al massimo, punta agli hipster. A ognuno il suo.
P.S.: avrei potuto sbizzarirmi in paragoni Millar-Lil’ Wayne, ma ve li risparmio. Alla fine, onestamente, Millar conosce il proprio mestiere, almeno quello gli va riconosciuto. Anche se…
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martedì 6 aprile 2010
R.I.P.
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sabato 3 aprile 2010
Presa di Coscienza
Presto R.I.P. come l'autotune, speriamo. Altrimenti l'umanità è condannata.
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giovedì 1 aprile 2010
Certi Giorni...
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