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lunedì 25 marzo 2013

Fenomenologia dei Cambi di Nome nel Rap


Sarà l’età, sarà la routine, ma a un certo punto capita a tutti. Arriva una certa insicurezza/insoddisfazione e i rapper devono cambiare nome.
Il primo che mi ricordo è stato Frost, seguito a ruota da Tragedy Khadafi.
Ma nel loro caso, la cosa sembrava naturale e giustificabile: è un po’ difficile spacciarti come “Kid”, quando l’età è vicina alla pensione, e certamente la parola “Intelligent” stona, quando stai sforacchiando i vestiti di Versace dei nemici a colpi di Uzi.
Così come non fu una sorpresa che, dopo certe tragedie personali, Zev Love X dei KMD ritornasse in scena sotto la nuova guisa di MF Doom, completo di maschera da Dottor Destino e tutto.
Successivamente, la poli-identità artistica è stata sdoganata definitivamente dal Wu-Tang. La necessità di re-invenzione da parte di Prince Rakeem (diventato The RZA) e Genius (The GZA), nasceva dal fatto di rifarsi una verginità dopo i non esaltanti trascorsi in Tommy Boy e Cold Chillin’ rispettivamente, e si è trasformata in un trionfo di soprannomi per ogni membro del Clan (come dimenticare l’esilarante skit di Ed Lover sul secondo album di Method Man)? Va notato che, però, a parte qualche aggiustamento nello spelling, i membri originali del Wu-Tang hanno sempre inciso con lo stesso nome, nonostante la cornucopia di pseudonimi.

Lo sdoganamento del cambio d’identità, successivamente, ha favorito tre tipi di cambio di identità:
1) cambi di nome per motivi legali: mi vengono in mente Smiff’n’Wessun in Cocoa Brovaz, il breve giro degli Artifacts come Brick City Kids e Slum Village/J88. Probabilmente, il discorso vale anche per Jay Dee/J Dilla (oltre alla necessità di differenziarsi da quel monumento vivente all’imbarazzo che è l’altro JD, Jermaine Dupree). In questo caso, poco da dire: la regola 4080 vale sempre, nell’industria del rap.
2) Cambi di nome per poliedricità: alcuni artisti hanno una tale gamma di espressione artistica che è difficile ingabbiarli in un solo moniker: Madlib (DJ Rels, Beat Conductor/Konducta/Konductah), Kool Keith (Dr. Octagon, Dr. Dooom, Big Willie Smith, Tashan Dorrsett etc.) e il già citato Zev Love X (MF Doom, King Gheedora, Victor Vaughn), hanno inciso sotto una varietà di nomi che in massima parte giustificano i vari pseudonimi usati, e testimoniano il livello di ossessione per il Wu-Tang del signor Daniel Dumile.
3) Cambi di nome per indecisione/opportunismo/coglioneria: qui la situazione si fa già più imbarazzante: di solito, infatti, gli artisti che iniziano in un modo e a un certo punto cambiano nome commettono due errori. Il primo è quello di scegliere nomi più scadenti/noiosi/idioti degli alias iniziali (un chiaro esempio sono 2Pac/Makaveli, Medaphoar/MED, Everlast/Whitey Ford, Puff Daddy/P Diddy/Diddy e 8-Off/Agallah/Don Bishop Agallah, che prenderebbe il premio se non ci fosse quel capolavoro del nonsense che è Mos Def/Yaasim Bey). Un errore chiaramente imperdonabile, ma mai come il secondo: consegnare di solito la carriera alla mediocrità. Esempi? Cappachino/Cappadonna (dopo la prima apparizione su Cuban Linx e il primo album, è stata tutta discesa), Jo-ell Quickman/Joell Ortiz (vabbè, nel suo caso non c’è mai stato altro, nonostante mezzi di base impressionanti. Incidentalmente, il primo nome era inascoltabile!), ma anche MF Grimm/Jet Jaguar/GM Grimm. Nel caso di Freddie Foxxx/Bumpy Knuckles e di What What/Jean Grae, l’eccezione che conferma la regola vuole che questi ultimi due siano riusciti, almeno per qualche momento, a riaccendere l’interesse su di loro.
4) Cambi di nome nel tentativo di rinvigorire la propria carriera. E qui arriviamo all’apice della tristezza, in quanto questo cambio di nome è l’ultimo colpo di coda prima dell’oblio. Senza ritorno, parrebbe. Ricordate N.Y. Oil (Kool Kim degli UMC)? Dr.Ama (Dark Skinned Assassin)? Swigga (L-Swift dei Natural Elements)? Supercoven (Goretex Medinah dei Non Phixion)? No? Nemmeno noi.
Quantomeno P.A.P.I., ovvero l’incomparabile Noreaga, ha avuto il buon senso di ammettere che si tratta di un tentativo: se le cose vanno male, tornerà a farsi chiamare N.O.R.E., come sempre. Più che pragmatico, thugmatico. Sono sicuro che gli piacerebbe.
E ora arriva la pietra tombale a questo trend. Gucci Mane ha recentemente annunciato su Twitter (per altro senza errori di ortografia- anzi, solo uno) che da Luglio il suo nuovo nome sarà Guwop.


Guwop.


Guwop.


Guwop. Ora possiamo morire contenti.*



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* I cinghiali veri, invece, non cambiano mai nome. Vedi Shorty Shit Stain, che resta coerente in saecula saeculorum.

venerdì 22 marzo 2013

Cinque Duetti Che Ci Siamo Evitati



Notorious B.I.G. non è mai stato il mio rapper preferito, ma mi capita di pensarci. Spesso, ultimamente. Era uno bravo: la natura lo aveva dotato di quasi tutto quello che serve per essere il numero uno. Flow, voce, umorismo, senso della costruzione delle canzoni, one-liner devastanti (“Your reign on top was short like leprechauns”, anyone?), e via dicendo: aveva tutto.
E quando è morto, così tragicamente, ha lasciato molti rimpianti (tranne che nel caso del suo supposto migliore amico, che è diventato personaggio globale solo grazie allo sfruttamento dell’immagine di Biggie. Prima era noto soprattutto per essere quello che faceva il duro alla Uptown, e poi andava a piangere di non essere licenziato). Ma, a posteriori, si potrebbe pensare che la carriera del Notorious One fosse già in fase discendente, per certi versi. Quello che è sicuro, è che il tempo è stato galantuomo e i primi due album di Christopher Wallace suonano ancora molto bene.
Un’altra cosa che è sicura, ancora di più della prima, è che la tragica morte precoce ha impedito a Notorious B.I.G. di sputtanarsi come hanno fatto tanti suoi colleghi.
Morendo quasi due decadi fa, infatti, si è risparmiato l’umiliazione di cinque duetti che, se fosse ancora vivo, Biggie avrebbe sicuramente registrato:

1) Rhianna. Questo è sicuro al 100%. Immaginatevi Biggie in qualcosa di goffo come Umbrella pt. 2 o similia. Peggio, immaginatelo in un video tipo Take Care, con il bianco e nero “artsy”, qualche animale a caso e i calzoni stretti. Come bruciarsi una carriera in tre minuti, scanditi dai coretti da gatta morta di Rhianna.

2) Lil Wayne. Anche questo è una scommessa pressoché sicura. E il fattore brivido è ugualmente alto. Già me lo figuro, a partire dal campione dei Communards o altra mondezza da one-hit-wonder di metà-fine anni ’80 (Go West? One Night in Bangkok? Flash and the Pan? Oppure i ’90? La mente vacilla). E sento nel retro del cervello quella vocetta da rana bollita di Wayne che, dopo il primo verso di Biggie, si insinua nelle nostre coscienze: “Yoooooooooo... It’s ya Boy Wayne... Drinking sizzurp with my man Biggieee... Making Millions! Young Money! Bad Boy! Tougher than Nigerian hair...” per poi partire con qualche non sequitur dei suoi, o una delle mille metafore scontate sulle stagioni. Nel video, manco a dirlo, ci sarebbe stata una sequenza slo-mo in cui baby si sfrega le mani per dieci secondi mentre cammina su una strada in cui sono allineate tante future deputate del PDL. E esplosioni di fuochi artificiali. Tante esplosioni.

3) Gruppo pseudo rock prodotto da Timbaland. Devo aggiungere altro?

4) David Guetta. Non voglio aggiungere altro. Anzi no. Il video sarebbe stato certamente in piscina e la base pseudo-house di quart’ordine.

5) Rick Ross. Possiamo solo immaginare il livello di stalking che il Bawse avrebbe fatto a Biggie per averlo su un suo pezzo. The Emperors, World’s Fattest, o America’s Illuminati il titolo più probabile, a giudicare dalla fantasia dell’agente Ross quando si tratta di fare collaborazioni con i pesi massimi. In tutta onestà, devo anche dire che un beat dei J.U.S.T.I.C.E. League con verso di Biggie non avrebbe fatto nemmeno così schifo, ma l’immancabile remix con Wale, Meek Mill e Drake mi sfianca anche solo come possibilità. Video in yacht? L’idea di Ross e Notorious in bianco non la voglio nemmeno contemplare.

venerdì 3 giugno 2011

Shadez of Fat


Ultimamente, data anche la mia spiccata propensione ad aumentare di peso (e di panza), mi sono messo a riflettere sul discorso “Grasso è bello”. Che detta così è una banalità di quelle a là “Non ci sono più le mezze stagioni”. Una stronzata pazzesca, infatti.
E dire che il grasso il suo fascino ce lo ha. Nel calcio come nel rap come nel mondo del cinema, la mia visione romantica mi porta a vedere il “buzzicone” come una sorta di asceta che preferisce coltivare la propria arte piuttosto che dedicarsi ad attività di routine, noiose e per palati poco fini come l’ottenimento di un fisico cesellato.
Un Beto Acosta con il fisico di Walter Nudo sarebbe snaturato a dire poco.
Action Bronson magro perderebbe il 50% del potenziale.
John Goodman con 70 kg in meno sarebbe una nullità.
Lou Albano rende meglio in versione XXL, nel video di Cindy Lauper.
Ma al di là di queste forme più nobili e utopiche del grasso, dire che tutto il grasso è bello non regge: c’è grasso e grasso. Io per ora ne ho identificati quattro tipi, di grasso.
Il primo è il “non grasso”. In un mondo di Kate Moss cocainomani, una ragazza di più di 55 kg magari è considerata “in carne”, “cicciona”, “frustellona” o quel che volete voi. Non ci vuole molto buon senso per capire che è una fesseria, quindi sul “non grasso” non ci perdo più tempo del dovuto.
Mi soffermo di più, invece, sul “grasso di contorno”. Questo è quel grasso classico che si vede nei film, che solitamente trova in una alterità magra la propria ragione di vita. È un grasso ancora “recuperabile”, ma che per essere riabilitato deve (secondo la visione miope e stereotipata di Hollywood, per esempio) rinunciare alla pinguedine per abbracciare quel credo salutista-esibizionista che ben conosciamo (una sorta di California state of mind, se volete). Ma se questo grasso, con tutte le distinzioni del caso, esercita ancora le proprie facoltà intellettive (seppur con obbiettivi sbagliati), invece si cade nel baratro con il “grasso immondo”, la nostra terza categoria. Questo è quel grasso senza speranza di redenzione. Un grasso esagerato e ameboide che preclude ogni altra funzione. Un abominio estetico che non ha ragione di essere. Il passaggio fra l’esercizio prioritario della propria arte a una discutibile schiavitù nei confronti del cibo. Il Fat Bastard è un’ameba, mica un modello di riferimento.
Però c’è un altro grasso, quello bello: è il “grasso funzionale”. In questo senso, un po’ di sana abiura del narcisismo in funzione di una pinguedine non esagerata rimanda alla capacità di godersi certi piaceri intellettuali senza porsi limiti.
Ed è quello che rompe i tabù artistici. Most of my heroes are not on a diet, per parafrasare I Public Enemy. Notorious B.I.G. era fatto per rappare. Dubito che se fosse nato con le fattezze di Tyson Beckford avrebbe scritto pezzi meravigliosi come alcuni dei suoi.
Ripeto, il grasso funzionale, oltre che simpatico, ha un suo perché. Non ci credete? Chiedetelo a Maradona, Kevin Smith, Raekwon. E Action Bronson e Beto Acosta, già che ci siete.


lunedì 7 febbraio 2011

Torres Dreaming

Andare alla Torres per uno con tendenze misantrope come me è come andare ad uno dei festini di Berlusconi ad Arcore per una femminista: pericoloso, perché ti conferma che le tue convinzioni sono fondate. Troppo fondate.
Vorrei riuscire ad essere ironico, trenchant, cinico, ma non ci riesco. Lasciamo perdere l’aspetto agonistico della partita di calcio: è il campionato di Eccellenza, e come tale non ci si può attendere niente (anche se un bagliore di calcio nel niente sarebbe un bel cambio).
Lasciamo pure perdere il fatto che la gente non capisce assolutamente UN CAZZO di calcio. Il pallone è uno sport in apparenza democratico e quindi chiunque ha il diritto di dire le baggianate che vuole (e alla Torres, come credo in ogni campo di calcio, se ne sentono una marea).
Quello che amareggia (e non riesco a non essere scandalizzato ed arrabbiato, anche se in qualche modo non vorrei) è che lo stadio è il riflesso del disfacimento della società civile.
Come si fa ad andare allo stadio (in maniera premeditata, sembrerebbe) con l’unico scopo di insultare l’arbitro a priori? Come si fa a non avere altro interesse, se non quello di elaborare involute teorie del complotto secondo cui un arbitro di Ozieri sarebbe in combutta con Cagliari per danneggiare la Torres?
Come si fa a non capire l’infantilità (totalitaria per altro) del sentirsi sempre accerchiato, in maniera non dissimile da come fanno, storicamente, tutte le merde dell’umanità (Bossi, Hitler, Berlusconi)?
Come si fa a proferire frasi come: “Beh, alla fine, se scendessimo in campo e pestassimo l’arbitro, poi ti possono dare tre o quattro giornate di squalifica del campo, che non sarebbe malissimo, no?” con la faccia seria, nei confronti di un arbitro che non ha minimamente inciso sulla partita?
Mi sono sentito profondamente disgustato di essere sassarese e italiano. Ma l’idea di andare a vedere una partita tifando per la propria squadra e lasciandosi dietro tutto il corredo di piccinerie e opportunismi sembra così peregrina?
L’idea che si possa essere civili allo stadio è irrealistica?
Forse iniziare a lavorare in questo senso, dal basso, sarebbe un buon punto di partenza.

(P.S.: vi risparmio quello che potreste percepire come moralismo, riguardo l'arroganza e la maleducazione dei giocatori nei confronti dell'arbitro e l’incapacità di accettare le decisioni, nonché la penosa coda di insulti fra giocatori dell’Olbia e pubblico. No comment.)

venerdì 21 gennaio 2011

(Breve e Schematica) Storia della Propaganda Televisiva Berlusconiana

In principio fu Sgarbi. Lui e la sua Sgarbi Quotidiani erano il veicolo perfetto per propagandare le idee del nascente Partito di Berlusconi. L’Istruttoria di Giuliano Ferrara, andata in onda nel 1991-1992, era certamente uno dei prodromi, ma la trasmissione dell’Elefantino non era sufficientemente focalizzata (e popolare) per servire gli interessi del padrone. Oltretutto, il momento storico non era quello giusto: ancora la pressione dei giudici era sopportabile (Mani Pulite iniziò nel 1992).
Nel 1994, le cose erano notevolmente diverse: Sgarbi, un cialtrone con la fama di intellettuale, bucava lo schermo per la capacità di coniugare idee (fintamente) culturali con un lessico accessibile al popolino (e le parolacce, che ancora oggi, per le teste d’uovo della TV, sembrano fare simpatia). Era quindi naturale che Sgarbi potesse essere usato per veicolare, in 15 minuti quotidiani prima di pranzo, una rimasticatura di confusa filosofia fatta di mistoni di idee meritocratiche e retorica “self made man” all’amatriciana che prepararono indiscutibilmente il campo alla “improvvisa” discesa in campo del Cavaliere.
Puntualmente, Sgarbi fu poi candidato in Forza Italia, e altrettanto puntualmente, fu lasciato in TV ad anestetizzare le coscienze degli sprovveduti spettatori di Sgarbi Quotidiani, irretiti da una presunta “credibilità” presto sfaldatasi (anni dopo avremmo assistito a patetici tentativi di attirare l’attenzione mandando affanculo l’interlocutore, ma questa è un’altra storia).
Nel corso degli anni (e specialmente in certi periodi, come logico), i “subliminals” di Sgarbi furono sempre e puntualmente interpretabili, se letti bene, come una difesa del “regime”. Ad esempio, questa perla risalente al 1998, su Frank Sinatra, non assume tutto un altro significato, alla luce di potenziali “cattive amicizie” berlusconiane come Mangano, Dell’Utri e compagnia cantante?
Una volta “fatto il fondo” (come dicono i grandi mangiatori di Sassari), si palesò al Cavaliere un’idea allo stesso tempo lapalissiana e geniale: il pubblico (coincidente con l’elettorato), vaccinato con dosi di propaganda berlusconiana nel corso di anni, aveva bisogno essere “normalizzato” tramite giornalieri “boost” a base di “oggettivi” telegiornali. Da cui l’impiego di Straccio Liguori e, successivamente, di Voce d’Oca Giordano come direttori del TG di Italia 1. Purtroppo per loro, i due non avevano il cialtronesco carisma del “pallore gonfiato” (come felicemente lo definì Roberto D’Agostino) e quindi furono presto relegati nel dimenticatoio (dopo avere fatto dei danni, ma relativi: chi potrebbe mai prendere sul serio Paolo Liguori o Mario Giordano? Nemmeno Berlusconi). Il tutto, ovviamente, dopo una serie di ospitate, spesso risibili, in trasmissioni sportive Mediaset. A testimonianza del tracollo, oggi Liguori è il direttore di TGCom, una sorta di pillola di olio di ricino che i più, in Italia, si evitano volentieri.
In contemporanea, la macchina propagandistica di Berlusca si inventò una nuova interessante idea: una sorta di “par condicio” finta fra il leccaculismo esplicito di Emilio Fede e lo strisciante (e per molti invisibile, ahimé) servilismo di Costanzo/Mentana.
Parentesi: Costanzo e signora (?) sono responsabili di tutto il peggio della televisione italiana. E per questo dovrebbero pagare. Fine parentesi.
Con tecnica ben studiata, Emilio Fede, con le proprie acrobazie da sicofante, fu un buffone talmente scoperto da attirare su di sé tutta l’attenzione delle persone dotate di intelligenza normale, lasciando campo libero per le precise operazioni “cliniche” di Costanzo e Mentana che, forti di presunte posizioni “di sinistra” (era un argomento della destra, frutto di stupidità o di malafede, chiaramente), non fecero altro che stendere i classici tappetini al Cavaliere. Vale la pena ricordare le disgustose interviste al Maurizio Costanzo Show (ecco uno spezzone tratto da Blob) o le ospitate a Matrix.
Ovviamente, ça va sans dire, Mentana poi è stato licenziato. Tutto deve tornare.
Oggi non è più tempo di strategie raffinate (vedi Minzolini al TG1). È il momento dell’arma finale: Alfonso Signorini. E ora sono cavoli.

sabato 28 agosto 2010

Una Visione

Uno dei privilegi (?) dell’essere padre è quello di essere svegliati a ore impossibili dai figli, e quindi avere la possibilità di guardare quella televisione che, diciamo, alle sei di mattina uno non guarderebbe, normalmente.
In questo splendido contesto, vedere l’ultimo video di Lady Gaga, Alejandro, non è così terribile, anzi porta con sé una serie di affascinanti riflessioni.
Intrigato dalla scritta a caratteri cubitali “Klein” che appare all’inizio (sarà il regista, ma chi è?), mi sono sciroppato il video, accorgendomi per la prima volta di una cosa: Lady Gaga ha una visione.
Che non è necessariamente una visione che mi piace né alla quale posso aderire ideologicamente (o esteticamente, per quello che importa), ma che riconosco.
In questo video, al di là di una paccottiglia pseudo-ribelle che finge di essere trasgressiva (quante volte abbiamo visto suore sexy in pelle, in TV?) e di deliri pseudo totalitari a base di giovanotti androgini e glabri in uniforme che sembrano usciti dalla mente di un Jean Paul Gaultier in camicia bruna, ho finalmente capito dove vuole andare a parare Lady Gaga, cosa che prima mi risultava oscura. Stupido io, che pensavo avesse importanza la musica. E invece no (anche se la signorina Germanotta un certo talento per le melodie pop sputtanate ce lo ha, riconosciamolo): la musica non conta, conta l’immagine. E qui l’illuminazione. Lady Gaga era la sfigata delle superiori che ora è diventata famosa e cerca la rivalsa sul mondo.
Ma se altri artisti, due nomi a caso Eminem e Pink, partendo da posizioni simili arrivano ad una rivalsa-catarsi che li spinge a utilizzare quel buco nero dell’infanzia come propellente per scrivere (anche) canzoni che abbiano un significato, nel caso di Lady Gaga è diverso.
La rivalsa della Lady è, fondamentalmente, masturbazione. Ovvero, a base di palestra e lingerie, la Lady brama di trasformarsi in una vamp-troia che si autocompiace della propria algida essenza e sguazza in immagini di sapore totalitario che non fanno altro che evidenziare quanto il problema alla base non sia stato superato e, soprattutto, non sia superabile. Certamente non a base di cerone e scarpe Armadillo.
Per il resto, di una cosa i giovanotti del futuro dovranno ringraziare Lady Gaga: fra dieci anni, quando le brave ragazze troveranno una cosa normale soggiacere ai peggiori istinti maschili in animaleschi gang bang, non si dimentichino chi è che ha fatto accettare il concetto.
A parte questo, nel mio piccolo mondo monomaniacale mi godo la piccola soddisfazione che almeno Lady Gaga mi ha fatto, per un momento, ritornare la voglia di scrivere sul blog. A ognuno le soddisfazioni che si merita.


lunedì 21 giugno 2010

Quasi Vero

Ieri mi è capitato di vedere Almost True di Lucarelli, la cosiddetta “altra storia del rock”. Interessante esercizio, sulla carta, anche se già le puntate su Jim Morrison e quella sui Led Zeppelin (di cui so poco o nulla) mi erano sembrate un po’ esageratamente forzate.
Ieri era il turno degli omicidi di Biggie e 2Pac, di cui invece qualche cosa sapevo.
Ovviamente, un disastro. Ora, io ci posso pure stare al fatto che per cercare una soluzione improponibile ma d’effetto come quella di una vecchietta (Mama Rose o come diavolo si chiama) che canta il gospel e fa il killer dei rappers si possano ignorare alcuni fatti importanti, ma il pastrocchio fatto è imperdonabile.
Ignorare i legami fra Bad Boy e Death Row, mettendo in mezzo la Murder Inc. di Irv Gotti, 50 Cent (che Lucarelli, imperterrito, ha continuato a chiamare 50 CENTS per tutta la trasmissione), improbabili gang di messicani di L.A. (Byz-Latz, chi li ha mai sentiti?), rappers inesistenti (Marlo?) mi pare proprio una porcata, specialmente se accoppiata alle dichiarazioni generali di una agente dell’FBI infiltrata nel mondo musicale che diceva tutto e il contrario di tutto e le affermazioni di un Luzzatto Fegiz impreciso e superficiale come non mai. Due sole perle del Luzzatto Fegiz nazionale: 50 Cent ferito alla lingua che acquista in quella maniera il proprio stile, e Puff Daddy che, pur essendo uno stupratore (!), conquista donne bellissime come Jennifer Lopez.
Ma non si era detto che dovevano essere (quasi) vere, le basi delle trasmissioni?


martedì 1 giugno 2010

La Tristezza


Trova le differenze.


martedì 11 maggio 2010

La Fine del Mondo

Sentire il pezzo Armada Latina dei Cypress Hill al programma di Platinette su Radio DeeJay, ieri, mi ha convinto che la fine del mondo è vicina. O, alternativamente, la fine dei Cypress, non so.


N.B.: Prima che iniziate a fare illazioni, ero in macchina per andare al lavoro. La mia macchina ha il motore guasto e la macchina in prestito di mio padre non mi permette di attaccare l'iPod che generalmente consola i miei viaggi a Porto Conte.

domenica 2 maggio 2010

From Hell(sinki)

Mentre le persone normali si fanno il ponte del primo maggio, o al massimo se vanno a perdere tempo a Napoli Comicon, io sono qui ad aspettare che arrivi l'ora di poter andare al negozietto a comprarmi lo spazzolino, grazie allo smarrimento della valigia di Suvi da parte di non si sa chi. Provateci voi a stare due giorni senza lavarvi i denti. Potete anche mangiare due tonnellate di cingomma, ma la sensazione di esservi sfregati i denti con una salsiccia di cinghiale non ve la toglie nessuno...
Domani, a battesimo di Nino concluso, torno in Sardegna. Ci si risente da lì.
EDIT: mi sono finalmente lavato i denti. Il Paradiso esiste.

lunedì 15 marzo 2010

Come Scrivere uno Spot per la TIM in 10 Semplici Mosse

Per scrivere uno spot (o meglio, una serie di spot) per la TIM (o qualunque altro gestore telefonico, per quel che può importare, anche se mamma TIM si distingue sempre) è necessario abbandonare ogni velleità di essere creativi e occorre invece solleticare tutti gli istinti più bassi dell’uomo, facendo ovviamente perno sul maschilismo più becero e trito.
In poche semplici mosse è possibile progettare una campagna pubblicitaria che avrà successo e renderà babbo e mamma fieri di avere un figlio “creativo”. Del resto, non si definiscono così quelli che fino a ieri erano solo “pubblicitari”?


1) Christian De Sica
Il primo passo è semplice. Ci vuole Christian De Sica come protagonista.
Qualunque altro minchione non funziona, nemmeno se è un modello bellissimo (anzi, il modello bellissimo distruggerebbe ogni possibilità di identificazione del consumatore col prodotto, attenti). Le pubblicità della TIM sono pensate per uomini mediocri e quindi bisogna trovare l’esemplare ideale di inutilità (inutile dirlo, il nostro Christian è il golden standard).

2) La Bonazzona
La co-protagonista (se no il senso di esistenza di De Sica in solitaria sparisce) deve essere necessariamente una bonazzona. Attenzione, questo è lo step più importante del processo, e l’errore è sempre dietro l’angolo. Non è che qualunque bonazzona vada bene, sia inteso. Innanzitutto, deve essere una bonazza sessualmente attraente ma senza alcuna classe: scordatevi una Valeria Mazza, o Charlize Theron, per dire. Il modello deve essere quello del troione da combattimento, senza sottigliezze (meglio se abbondante di seno). E, preferibilmente, deve essere una bonazza appena uscita da un reality, o (ancora meglio) l’ospite di tutti i talk show del momento. Da pompare fino all’inverosimile (pun intended) e poi cambiare quando si profilerà all’orizzonte la nuova bomba sexy (che sarà logicamente affiancata a De Sica nella nuova serie di spot TIM: guardate Canale 5 e l’Isola dei Famosi e sarete avvantaggiati).

3) Il (non) sottile sottotesto sessuale
Ora, se avete un uomo mediocre e una gran figa come coprotagonisti di uno spot, che cosa può succedere? Ovviamente il fulcro della storia è l’infoiamento pazzesco del maschio-subnormale. Questo non può essere sublimato (non sia mai che ci si possa elevare al di sopra dello status di personaggio da film dei Vanzina) e invece deve chiaramente essere sottolineato da inquadrature ginecologiche e dal sempre vincente doppio senso dello scambio dei numeri e del “messaggiarsi”. Ovviamente il corteggiamento deve essere eseguito da De Sica nella maniera più becera e viscida possibile, altrimenti il consumatore potrebbe essere confuso.

4) L’azione è sempre originata da De Sica
Questa è un po’ più raffinata. L’inizio dello spot deve sempre vedere De Sica come protagonista, preferibilmente impegnato in qualche azione per la quale non ha il minimo interesse (è un poliziotto e aspetta il collega nuovo, oppure va a parlare con la maestra del figlio, oppure ancora la moglie lo manda dal salumiere, oppure deve vedere un cliente di cui non gli frega nulla, insomma ci siamo capiti).
E, improvvisamente, come nella più meravigliosa fantasia da maschio mentecatto, la situazione si trasforma in una stupenda occasione per cuccare: il collega nuovo non è l’atteso messicano puzzolente ma una stangona dalle gambe lunghe, la salumiera è una strafica, il cliente è un magico troione (anche qui le variazioni sul tema devono essere allo stesso tempo illimitate e sempre prevedibili). Questo meccanismo, ovviamente darà il la a tutta una serie di espressioni caricate che fanno capire quanto De Sica sia spiazzato e sollazzato dall’inaspettato sviluppo (anche qui, il cliente non va confuso: non deve semplicemente essere messo di fronte a una donna sessualmente attraente, ma è necessario che veda di fronte a lei i contorcimenti di un uomo adulto - in maniera che neanche il sedicenne segaiolo di turno si sognerebbe).

5) Il cast di contorno
Se De Sica e il mignottone sarebbero anche sufficienti per i primi episodi della campagna pubblicitaria, è chiaro che a lungo andare è più saggio stemperare la possibile atmosfera di noia (anche la reiterazione della gnagna stanca il consumatore, parrebbe) con siparietti “comici” stimolati dalla presenza di un cast di contorno che, in nessun modo, si deve distaccare dallo stereotipo più becero, né ambire a nessun tipo di rappresentazione positiva: come questi personaggi di spalla appaiono, li dobbiamo disprezzare (perfino De Sica si pone in posizione di superiorità, nei loro confronti). Il massimo che la moglie buzzicona, la figlia petulante, l’amico romanaccio, il gagà milanese (che si piglia lo schiaffo) possono sperare è di ispirare la battuta finale dello spot. Meglio ridere di loro, che non ridere per niente.

6) Il riferimento alla romanità più grezza
In questo senso, negli spot TIM, le battute che fanno ridere sono quelle romanesche, specie se rozze che non se ne può più. Anzi, più che battute, meglio se espressioni e ammiccamenti. Il romanesco è simpatico, sempre e comunque, negli spot TIM. E se volete essere irresistibili per il consumatore, mettete un momento in cui, mentre il mediocre De Sica finge aplomb per fare il raffinato con la figona, per un attimo, mentre la bonazza è distratta, si lascia andare all’animalità burina. Il successo è garantito.

7) L’ambientazione esotica scontata
Le prime puntate della campagna pubblicitaria possono anche essere ambientate in un posto a caso (diciamo Roma, per esempio), ma poi il consumatore dovrà essere gratificato da ambientazioni esotiche. Ovviamente scontate e banali (Miami, New York, Cortina), perché così il consumatore potrà vivere - di riflesso - un sogno di grandeur finta e stinta. Società dello Spettacolo? Macché, cabaret da Bagaglino.

8) Le amiche bone ma non bombe sessuali
Dopo che sono state esaurite le prime, scarse, idee, e che anche il cast di contorno ha finito la propria (in)utilità, uno dovrebbe preoccuparsi, giusto? Sbagliato. Dopo i primi tre o quattro episodi, una volta stabilita la familiarità fra i due protagonisti (leggi: il troiume di lei che, pur avendo potuto apprezzare il fare viscido di De Sica, invece di mandarlo a cagare continua a fargliela annusare), la soluzione è semplice: uno spot (preferibilmente con ambientazione estiva: si sa, l’estate è il momento in cui si socializza, evviva lo stereotipo) in cui oltre alla bonazza-troiona appaiono le sue amiche. Che sono ovviamente avvenenti, anche se in maniera non apertamente sessuale, ma piuttosto da pervertito con tendenze pedofile. Le ragazze, tutte immancabilmente sbarazzine e vestite da diciassettenni, fanno da contorno e non disturbano la porcaggine della protagonista. De Sica, da uomo italiano, non può fare a meno di notarle, ma è solo un attimo fuggente: la sua bava conosce una sola padrona. La bonazza-troiona.

9) Il non sequitur
Chiusa la fase pedo-pornografica di “community”, la serie di pubblicità sembrerebbe avere perso smalto. Ma non è così, ovviamente. Basta prendere i protagonisti e, senza colpo ferire, riproporre le banali logiche di interazione (leggi: l’infoiamento di De Sica) in un altro contesto, meglio se incomprensibilmente diverso. Il padre della bambina e la maestra diventano poliziotti, il vigile diventa tassista, la maestra di scuola diventa maestra di sci, e il tutto viene spostato da Roma a Miami, per dire. Garantendo altri cicli di intrattenimento, nuovi possibili membri del cast di contorno (sempre disgustosi e disprezzabili) e di battute romanesche. Geniale, no?

10) La battuta scontata alla fine
La chiusura del cerchio. La battuta, quanto più scontata e telefonata possibile ci vuole sempre. Specie se con un sottofondo di becerume, quello che solo le barzellette che non fanno ridere possono avere. Magari meglio finire con un rutto...

domenica 14 febbraio 2010

When Keepin' It Real Goes Wrong

Vanderslice è un produttore di Phoenix, che si sta affermando come uno dei campioni del gangsterismo post-library music. Dopo Alchemist e Sid Roams, prevedo che diventerà uno dei nuovi architetti del suono QB.
Il ragazzo è bravo, non ci sono dubbi, con quella sensibilità dark che tanto piace ai ghettusi di New York. Non proprio la mia tazza di tè, però indubbiamente ci sa fare.
Il problema è che se sei uno che vuole fare il produttore gangsta e poi sei un panzone che Noreaga a confronto sembra Twiggy (no Ramirez), la cosa stona. Non fraintendetemi, non ce l'ho con le persone sovrappeso (sono grasso anche io), ma si parla tanto di swagger, si fa i duri e poi Vanderslice (che nei video di Youtube fa parecchio il figo, tipo qui) non è altro che un redneck di 150 kg con la maglietta sudata e l'ascella puzzolente? No grazie.
Dateci Giorgio Ariani o Big Pun, se proprio...

Bonus: Stu Bangas & Vanderslice - Music For Movie Villains




sabato 13 febbraio 2010

Nomen Omen

Il copyright della foto è di Ray Tamarra/Getty Images. Non dico altro.

Bonus: una grezzata con Young Jeezy.


giovedì 4 febbraio 2010

C'è Speranza

Pare che Jessica Sutta, una delle Pussycat Dolls, sia stata licenziata dal gruppo per una ferita riportata in tour e abbandonata al proprio destino di senzatetto.
In una intervista in uscita per la rivista Life & Style, Jessica racconta di come si sia fratturata una costola e sia stata mandata a casa a riposarsi: il problema è che la casa non esisteva, visto che la tipa era sempre in tour con le Dolls. Meno male che un amico (o amica, non è chiaro) le ha permesso di dormire sul divano. Non ironizzo sulle mille illazioni sessuali che si potrebbero fare in proposito.
Spiace per Jessica, ma a questo punto conviene sperare che le fratture alle costole aumentino nel mondo delle boyband e girlband, almeno ci leviamo un bel po’ di ciarpame di torno...


venerdì 29 gennaio 2010

Gone Hate

Il Village Voice prende per il culo MC Paul Barman.
Da qualche parte sento Reiser che se la ride...
E allora calo l'asso: se
Paullelujah! ha preso un bel 2.0 da Pitchfork (giudizio: "Completely fucking useless.") allora è matematico che il protetto di Prince Paul NON può essere male.
Come direbbe Muffy: "let them hate". E a proposito di odio, si inizi il valzer di odio nei commenti.



mercoledì 27 gennaio 2010

La Coerenza

Lo so che magari tocco un beniamino del pubblico (anche se gli ultimi album gli avranno alienato un po' della propria base), ma DJ Shadow che qui si lascia andare ad una filippica contro internet ("Honestly, I just think a large portion of the dialogue and content available online is an utter shit fest: a Pandora’s box of violence, neurosis, bad impulses, and bad intentions. It has become the “Super Horror Show” the Last Poets could never have dreamed of, like bad television on steroids and angel dust simultaneously. CL Smooth memorably called television “a schism…negative realism.” And much like the TV of the ‘60s and ‘70s, you will NEVER hear or read anything negative about the Internet ON the Internet. There’s too much money to be made, by someone somewhere (and hey, why ruffle the feathers of the goose that’s laying the golden egg, right?). 20 years from now, it will be interesting to see what hindsight reveals. I predict a flag on the time-line: when we moved closer to becoming a passionless, listless, hollowed-out society, one in which art and nature could no longer provide the psychological shock to the system required to endure another harrowing day of terror alerts and super-bugs. Music can only suggest sex and violence…the Internet provides both, full frontal and full strength, 24/7. Maximum dose.") e poi vende il DJ Hero/DJ Shadow- Video Game + Tee Shirt + Stickers Bundle a 99 euro sul digital store del suo sito mi fa un bel po' schifo (strano che "bel po' schifo" abbia molta assonanza - anzi allitterazione - con "Belpietro").
Non so che ne pensiate voi, ma a me piace riuscire ancora a scandalizzarmi.



martedì 19 gennaio 2010

Momento Gay 2

lunedì 11 gennaio 2010

La Gente Ha Gusti di Merda

Dopo questo (che ci bastava), questo, questo, questo, questo e questo abbiamo la prova matematica che la gente (almeno per quanto riguarda i blog hip hop), non solo ha gusti di merda, ma non ha neanche vergogna.
Un consiglio: meglio non farle, le liste di fine anno.


domenica 3 gennaio 2010

Banksy vs. Robbo

Premesso che sono l'ultima persona al mondo che dovrebbe parlare di graffiti, questa cosa mi ha colpito.
I motivi sono ovvi: per prima cosa il fatto che Banksy (direi il più conosciuto street artist del mondo, in questo momento) usa i metodi del détournement per compiere allo stesso tempo una azione di critica artistica e di purissimo diss; poi perché Banksy compie un'azione che è allo stesso tempo accettabile dal punto di vista artistico e deplorevole da quello della "scena" (e qui possiamo parlare fino allo sfinimento di certi codici hip hop); poi ancora perché Robbo rovescia con classe l'offesa di Banksy, riportando tutto alla dimensione delle skills e del "Who's the Greatest?"; e infine perché il pezzo di Robbo ne riafferma lo status nonostante (o forse a causa) della mutilazione di un pezzo vecchio di oltre 25 anni.
Ripeto, il dibattito è lungo e non mi sono fatto una opinione su chi abbia ragione nella disputa (pare che Robbo, in precedenza, avesse preso a pugni un Banksy troppo arrogante, ma siamo nel reame della speculazione, per quanto documentata in un libro).
Mi pare invece interessantissimo come il "diss" abbia stimolato i due contendenti a metterla sul piano più squisitamente creativo, laddove lo stesso scenario nell'hip hop sarebbe stato probabilmente affrontato in maniera patetica.
Che ne pensano i miei lettori?

giovedì 17 dicembre 2009