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mercoledì 5 ottobre 2011

There's a War Goin' On Outside… Intervista a MCP

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L’uscita dei due volumi di Esse Esse War, mixtape fortemente voluti dalla coppia Josè Quervo/Senka (ovvero Morto che Parla), a Sassari è stata salutata come un piccolo evento. Compilation eterogenea ma non troppo, Esse Esse War ha radunato quasi tutte le migliori realtà del rap turritano, di cui in questo momento MCP sembra essere centro nevralgico, anche visto il lavoro con l’etichetta La Mannaia Records, che sta diventando un punto di riferimento per molti talenti della scena. Forse proprio con Esse Esse War Senka (SNK nel proseguo) e Josè Quervo (JQ) hanno fatto il salto di qualità, dopo avere affinato le skills con anni di demo e concerti senza sosta. Ci sembrava giusto parlare del progetto “pivotal” della scena sassarese proprio con loro, dopo l’uscita di singoli e video e in attesa di altri video e di serate a tema.

1) Come e quando è nata l’idea di Esse Esse War?
SNK
Il termine Esse Esse War è stato coniato circa 3 anni fa, durante le registrazioni di Necro Loquio, per indicare la nostra condizione, cioè gente che fa guerra a Sassari. Per guerra s'intende la musica, il modo con cui noi portiamo avanti una "guerra psicologica" contro tutto quello che ci fa schifo.

2) Volete parlare del mixtape per chi non lo conosce?
JQ
L’idea del mixtape è nata subito dopo aver fatto uscire Necro Loquio. Al tempo facevamo diverse collaborazioni con i Gremi Flow e visto che ci eravamo trovati bene con gli mc’s che hanno fatto i featuring in NL, abbiam deciso di tirare su un progetto come Esse Esse War, cercando di far rientrare tutte le persone che rappassero o facessero beat e che a nostro parere fossero in grado di tenere alto il livello del rap made in Sassari. I nomi non stiamo ad elencarli, basta che scaricate i due volumi e vi sentite quanta bella gente c’è dentro.

giovedì 29 settembre 2011

The Lov.EP Conversations


Francesco Mariani in arte Rupez è un rapper che ha fatto un EP, dal titolo Lov.EP, che rischia di diventare un game changer. Nell'era della ricerca ossessiva di visualizzazioni su Youtube, il giovane barbaricino se ne fotte della moda e rischia in proprio: inutile dire che il risultato è una collezione di canzoni personale e di impatto, d'impostazione classica ma mai datata, anzi fresca nella propria identità ben definita. Mi sembrava giusto parlarne (e vedrete nel corso dell'intervista che le peculiarità di Lov.EP sono tante): in maniera strana e imprevedibile, alla vigilia della chiusura delle vendite dell'EP in edizione limitata, stranamente (per uno riservato come Rupez), ne è venuta fuori una chiacchierata in cui a volte i ruoli dell'intervistatore e dell'intervistato si confondono (anche se io cerco di stare nel mio, non era questo lo spazio per i miei eccessi) ma in cui tutto lo spirito di Lov.EP viene fuori in maniera unadulterated. Buona lettura.



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1) Vuoi parlarci della genesi di Lov.EP? È vera la cosa che è stato scritto in poco tempo e che le basi sono state scelte “a caso”?
Sì, è vero che è stato scritto in pochi giorni, ma non è esatto dire che le strumentali sono state scelte a caso.
La storia è questa: ero a Nuoro dai miei per il Natale, e, non avendo lì internet, di solito lavoro a photoshop o disegno quando non esco. Una sera stavo appunto finendo un lavoro, e nel mentre ho aperto a caso una cartella di strumentali tra le tante che ho nell’hard-disk da mettere in sottofondo, e ho sentito la base di Volando Via… ho sentito subito l’istinto di scriverci ed è uscito il pezzo, senza pensarci troppo, di getto, in un’oretta circa. Diciamo che io scrivo così, sempre, senza preoccuparmi dell’ermetismo eccessivo o di chi possa ascoltare i pezzi. Non mi interessa minimamente chi ascolta, perché parto dal presupposto base che scrivo per me e basta. Io scrivo e faccio la musica che vorrei ascoltare io (questo quando non ho scadenze o devo scrivere per i featuring, dove lì il discorso è diverso e un po’ più ragionato su un certo feeling tra me e chi sta con me sul pezzo, per non creare troppo distacco…).
Comunque poi dopo aver scritto Volando Via, ho sentito la base di Aspettando: ho visto un filo tra le due e l’ho solo teso, e da lì in poi ho solo cercato di stare su uno stato d’animo nei giorni successivi, che poi si è modificato ed evoluto nei testi e parole… quindi, per esempio, la base di Tu è stata scelta perché doveva fare da boom emotivo… la comparsa, il finalmente vederLa! Santostereo invece è la speranza, il rialzarsi dopo la caduta, la vocina dentro che ti dice”dai!!!”, e così le altre basi mi hanno dato lo stato d’animo giusto su cui raccontare questo… Tutto questo è successo nei 5 giorni dal 27 al 31 dicembre, che infatti sono quelli scritti sull’adesivo attaccato allo slim.
Per me non è poco… ho scritto un EP di 7 pezzi in un fine settimana! Non guardo queste cose, se ho tempo e sopratutto “sento” ciò che sto scrivendo, tutto è più facile e veloce… non sono di quelli che si mettono e dicono “ah, adesso faccio la supermetrica” o “adesso faccio il pezzo hardcore o per ridere”. Scrivo sentimenti, o meglio, cerco di descrivere l’emozione che può dare ogni situazione… in altra maniera non saprei fare. Vivo di mio tutte le cose molto di stomaco, e la mia musica è riflesso obbligato di una sensazione più viva e immediata possibile. Questo EP sono i miei giorni di allora (“i giorni sono i miei, ma te li sto dando”).

lunedì 6 luglio 2009

DJ Muggs Uncut pt. 3

DJ Muggs è da oltre quindici anni il campione indiscusso di quel “gotico californiano” che si è imposto nella costa ovest come musica alternativa al G-funk di maniera, e che fonde senza sforzo elementi del “brown pride” messicano, sobrietà East Coast, funk “stonato” e influenze vagamente horror. Durante la seconda metà degli anni ’90, Muggs col suo stile ha forgiato il suono di alcune delle band più importanti per quanto riguarda il cosiddetto cross-over fra suoni hip-hop e rock, come Cypress Hill, Funkdoobiest e House of Pain, capaci di attingere a un serbatoio di fan fino a quel momento irraggiungibile per la musica “urban”. L’intervista è apparsa in versione editata nel numero 17 di Superfly e viene qui presentata per la prima volta in versione completa.

Previously: Part 1
Previously: Part 2

Ma non hai sentito la pressione di mantenere un’atmosfera consistente per l’MC?

Nessuna pressione: sai che cosa è la pressione? È quando hai un super-gruppo come i Cypress Hill e hai la Columbia con il fiato sul collo perché vogliono una hit, ma non sanno cosa vogliono, e poi quando gli dai una hit non sanno che farci e tirano fuori scuse? E poi che cazzo è “una hit”? Ogni hit che ho tirato fuori non è mai stata la tipica canzone da radio: puoi ascoltare tutti i miei successi, e non ci sono cantanti r’n’b, o basi r’n’b. Non c’è nulla di molle. Se mi dici che vuoi una hit, ti do la mia interpretazione di una hit. Ma se parliamo dei trend radiofonici, io non seguo le mode della radio, non mi importa. Per tornare alla pressione, l’ho vissuta negli ultimi tempi passati alla Columbia Records, quando volevano trasformarci in qualcosa che non eravamo.

Hai parlato di punk rock, che poi sarebbe come l’attitudine degli N.W.A…
Beh, l’hip-hop è la versione urbana del punk-rock, e il punk e l’hip hop vengono dagli stessi posti, e si basano sulla stessa idea di fare musica ribelle e di avere qualcosa da dire, che va contro le regole e dice fanculo alle radio e ai video in nome della libertà di espressione. Hip hop, lungo la via, ha perso queste caratteristiche, è diventato “Britney Spears”, quando invece non dovresti essere uguale a nessun altro, o suonare come nessun altro, perché sei scarso, un “biter”, e ciò non è accettabile.
Ora lo chiamano “hating”: io lo chiamo “se fai schifo, fai schifo”. Ma per tornare alla connessione hip-hop/punk, una delle prime prove di rap bianco è venuta dai Blondie, che rappavano in stile Rapper’s Delight nel 1979. Il punk e il rap stavano gomito a gomito nel CBGB’s e a Downtown Manhattan: è tutta una questione di attitudine e di significato, di purezza della forma d’arte e di comprensione della stessa. Cerco ancora oggi di portare con me quell’energia, perché è quello che mi ha ispirato a fare questa musica, essere un individuo ed essere me stesso, esprimendo tutto ciò nella musica.
È una questione di mostrare il medio e dire “Fanculo figli di puttana pop! Non faremo merda pop, ma solo la merda che la gente vuole veramente sentire, e non quella che gli state imboccando a forza”. Noi continuiamo a farlo. Questa è l’attitudine punk che caratterizza l’hip-hop dalle origini. Mi sono sempre piaciute le cose poco convenzionali. Se dovessi paragonare la mia musica ad un artista, direi che sarebbe Salvador Dalì: è astratta, e puoi trovarci tantissimi diversi significati. Venti diverse persone possono guardare un pezzo e trovarci venti diversi significati.

E non era certamente un conformista.
Esatto, non è conformista, ma ti tocca l’anima. Sono soltanto felice di essere qui, e svegliarmi ogni giorno e fare ciò che voglio. Questa è la vera libertà. C’è sempre un prezzo da pagare per la libertà, che non è gratuita, e per me, come artista e come uomo, avere la possibilità di poter fare quello che faccio, è meraviglioso.

Questo credo che sia uno dei concetti che traspaiono da Pain Language, la collaborazione con Planet Asia. Ci hai già raccontato del vostro incontro, vuoi parlarci invece del concept dell’album?
Certo. È difficile trovare rapper, e non solo, a cui piaccia la musica “raw”, e che capiscano l’importanza di non sovra-produrre. Quando è arrivato Planet Asia, ho capito che gli piaceva questa musica nella sua forma più pura, e sentendo i demo, gli ho detto: “Ma tu sei come me!”. Non c’è molta gente alla quale piace la roba “raw” come me, e lui invece era così, quindi abbiamo iniziato a mettere giù l’album, che era una rappresentazione di come dovrebbe suonare la musica dura e non adulterata, e, senza nozioni precostituite, come abbiamo iniziato a sviluppare il disco, è venuto fuori naturalmente come doveva essere. L’idea del linguaggio e delle sue origini venne fuori così, e poi Planet Asia ha scritto la canzone Pain Language che tratta di come la gioventù urbana si esprime attraverso il proprio dolore, e di come dal dolore nasca la bellezza, nella forma del linguaggio. Siccome il nostro linguaggio è ribelle, praticamente stiamo usando il nostro dolore, attraverso il linguaggio, per esprimerci.
Allo stesso tempo, volevamo evidenziare come il linguaggio cambia di giorno in giorno, ed è il linguaggio che parliamo, che lo si chiami “ebonics” o in maniera diversa. Tutti abbiamo il nostro linguaggio: questo è più o meno il concetto portante dell’album. Non ci siamo seduti a pensarlo in maniera scientifica, ma questi erano i nostri pensieri durante il processo.

Hai parlato dell’aspetto “hardcore” di Planet Asia. Sebbene sia un ottimo MC, non ha un’identità musicale ben definita. Come hai cercato di risolvere questo e che tipo di beat hai cercato di cucirgli addosso?
Asia non ha un’identità musicale, è questo il problema. E questa è la ragione per cui sono arrivato io, ovvero per risolvere il problema e dargli una identità musicale, perché quando guardo ad Asia penso: “Questo tipo è bravissimo, ma i suoi fan non riescono ad affezionarsi perché rappa su ogni tipo di beat”. Gli piace altra roba, tipo la musica gangsta, e quello che fa è di rappare su tutta una serie di beat diversi, per cui per la gente è difficile capire chi sia Planet Asia e che cosa voglia esprimere, dato che lo si sente in tanti differenti elementi. Se lo senti su un beat pop, puoi pensare che ciò sia uno schifo, ma la sua vera essenza è quella di un rapper hardcore: è solo che ancora non ha trovato un produttore che gli abbia dato quella identità musicale.
Quando lo guardo, vedo i punti in cui è carente: quindi gli ho detto che poteva essere veramente forte (“dope” in originale, N.d.T.) e di lasciare che gli costruissi una identità musicale. Infatti, ho sempre pensato che ci sia bisogno di un’identità “lirica”, un’identità fisica ed un’identità musicale: se hai tutte e tre queste caratteristiche, come i Public Enemy, i Cypress Hill o i Run-DMC (o anche L.L.), allora sei un’entità completa. Ora penso che anche Asia lo sia, e la gente lo guarda in maniera completamente diversa, oggigiorno. Non è Nas, nel senso che non è il miglior liricista cui si possa pensare, ma ha quella crudezza e quell’energia che lo rendono simile a un Method Man, Ghostface Killah o Prodigy. Lavorare con lui è stato eccitante e divertente, dato che avevo la mira di cucirgli addosso un sound e di dargli una identità musicale: penso che ce l’abbiamo fatta. Ora spero solo che non rovini tutto facendo cazzate e tornando a fare dischi pop! (ride)

A parte Pain Language, quali sono gli altri progetti a cui stai lavorando?
Ora ho in lavorazione un nuovo disco dei Soul Assassins che esce a Febbraio. È un EP, ma conterrà circa 13 canzoni. Sono “rimasugli” che avevo in giro per lo studio e qualche canzone nuova, e saranno accoppiati ad una rivista basata sui Soul Assassins, con interviste a tutta la crew e la nostra storia. Poi inizierò a finire l’album vero e proprio per la fine dell’anno prossimo. Sarà la colonna sonora per il film, si intitolerà Soul Assassins III e sarà prodotto da DJ Khalil, Alchemist e me. Questi sono i due progetti più immediati. Per quanto riguarda invece i Cypress Hill, ho appena consegnato 10 beat, e sono già state registrate 30-40 canzoni. Inoltre, tutto il gruppo dei Soul Assassins ha nuovi progetti in uscita: Alchemist ha Chemical Warfare, B-Real ha Smoke N Mirrors in uscita per la Duck Down, i Self Scientific hanno Come in Peace, Prepare for War che sarà fuori l’anno prossimo. Stiamo tutti lavorando, e presto ci sarà un grande festival targato Soul Assassins a Los Angeles. Mi raccomando, per tutte le novità, aggiornate giornalmente, c’è www.soulassassins.com.

Possiamo aspettarci altri album in cui fai coppia con un solo MC?
Certamente, di sicuro. Non so ancora chi sarà il rapper, perché devo vedere chi ha voglia di lavorare sodo perché ci crede veramente, ma certamente troverò qualcuno, parleremo, e ci chiuderemo in studio per un mese. Tutti vorrebbero fare un disco, ma poi non lavorano sodo abbastanza… Un sacco di persone mi chiamano a questo proposito, vogliono fare un disco… ancora non so. Non sento ancora le vibrazioni giuste.

Hai detto che non ti piace dare beat a caso, e che preferisci un approccio organico, ma pensi che vedremo mai tue produzioni per artisti fuori dal tuo giro?
Non è divertente, perché sai che c’è? Per la mia esperienza, è meglio fare un album per una band, come un album dei Cypress Hill, o dei Funkdoobiest, o degli House of Pain, o un album dei Soul Assassins. È più divertente, e alla fin fine sei padrone del tuo publishing. Diamond D me lo disse tanto tempo fa, che stavo facendo bene ad avere la proprietà delle mie canzoni. Ci ho pensato su, e ho realizzato che potevo produrre tante canzoni per aiutare gente durante la loro carriera, ma alla fine non mi sarebbe rimasto nulla in mano. Inoltre, gli album ti danno molto di più, le canzoni vanno e vengono. Secondo punto: ho mandato in giro un sacco di beats, e succede che vengono messi sui mixtape e perdono ogni valore. Inoltre, scopri che la tua roba a un certo punto viene risuonata e cambiata: dai un beat a qualcuno e poi se lo risuonano e lo fanno uscire per conto loro. Terzo punto: ci sono un sacco di A&R che sono alla ricerca di merda pop, e io non sono interessato. Non mi servono i soldi in maniera così pressante. Guadagno abbastanza, quindi voglio continuare a fare le cose a modo mio, e mettere fuori degli album che mi diano soddisfazione.

Qualche parola di commiato per i tuoi fan italiani?
Vorrei ringraziarli per il supporto e l’affetto dimostrati durante il corso degli anni.



sabato 4 luglio 2009

DJ Muggs Uncut pt. 2

DJ Muggs è da oltre quindici anni il campione indiscusso di quel “gotico californiano” che si è imposto nella costa ovest come musica alternativa al G-funk di maniera, e che fonde senza sforzo elementi del “brown pride” messicano, sobrietà East Coast, funk “stonato” e influenze vagamente horror. Durante la seconda metà degli anni ’90, Muggs col suo stile ha forgiato il suono di alcune delle band più importanti per quanto riguarda il cosiddetto cross-over fra suoni hip-hop e rock, come Cypress Hill, Funkdoobiest e House of Pain, capaci di attingere a un serbatoio di fan fino a quel momento irraggiungibile per la musica “urban”. L’intervista è apparsa in versione editata nel numero 17 di Superfly e viene qui presentata per la prima volta in versione completa.

Previously: Part 1

Negli ultimi anni, l’attività dei Cypress Hill è un po’ rallentata, mentre tu ti sei dato da fare con “mash-up CD”, radio e nuove uscite dei Soul Assassins. È stata una conseguenza del fatto che i Cypress Hill stanno facendo uscire meno dischi, o viceversa l’attività dei Cypress è rallentata a causa dei tuoi progetti personali?
Beh, ti dico che cosa è successo veramente: ho deciso che non voglio più fare tournee coi Cypress Hill, fondamentalmente perché ci sono tantissime altre cose che ho sempre voluto fare e che non ero riuscito a fare nel corso della mia carriera. E mi sono reso conto che questo è il momento in cui voglio veramente fare altre cose al di fuori dei Cypress Hill, ai quali ho dato oltre venti anni della mia vita. Sono come fratelli, li amo, ma è arrivato il momento di fare altro. B-Real ha preso il comando del nuovo album dei Cypress Hill, mentre di solito ero io a stare al timone. E, non avendo fatto tour negli ultimi anni, ho avuto il tempo di fare altri dischi, con GZA, Planet Asia e Sick Jacken, i “mash-up CD” eccetera. E la seconda parte del piano è di ri-presentare i Soul Assassins ai ragazzi che non ci conoscono. Bisogna ricordare che alcuni di questi ragazzi avevano un anno, o magari non erano nati, quando siamo venuti fuori per la prima volta. Ho i miei vecchi fan, e me li devo tenere stretti, ma devo anche pensare a reintrodurre me stesso a nuovi fan senza fare dischi pop. Questo è parte della strategia, e non dovendo girare il mondo coi Cypress riesco a lavorare di più e riesco a produrre più musica.

Una delle cose interessanti della tua attività è che sei probabilmente l’unico produttore mainstream che non ha mai fatto cose pop. Come hai fatto a mantenere l’integrità artistica e vendere così tanti dischi? Hai mai sentito la pressione da parte delle case discografiche, in questo senso?
Oh si, ho sentito questa pressione molte volte. Credimi quando ti dico che sono entrato nel giro in maniera molto aggressiva, facendo quello che volevo e come volevo, e ho ottenuto il successo sin dall’inizio. Poi ci ho provato di nuovo ed ho avuto ancora più successo, e poi ancora di più e così via. Per cui mi sono reso conto di poter fare le cose a modo mio. Non ho mai dovuto fare compromessi: ci ho pensato e credo che se avessimo pubblicato i primi due album senza avere successo, probabilmente avrei dovuto cambiare e fare compromessi per essere in grado di fare sentire le mie cose e guadagnare, ma riuscire a fare le cose come volevo mi ha reso ancora più sicuro del fatto che non ho bisogno delle radio o di MTV per vendere. Farò quello che voglio e funzionerà così. Inoltre sono molto testardo, e questo è stato uno dei motivi per cui sono stato in grado di fare a modo mio. E ora non devo fare diversamente, perché mi sono costruito una base di fan su internet ed ho lavorato duramente in maniera da fare sentire le mie cose presentando la forma d’arte dell’hip-hop nella sua forma più vera, come è stata presentata a me. E siccome ora penso che molta di essa sia stata diluita, io sono qui a cercare di preservarne l’essenza, e questa credo sia ora la mia missione.

È questo il motivo del tuo legame con La Coka Nostra? Quanto sei coinvolto nel progetto?
In realtà praticamente per niente. Ho fatto una base per l’album. Sono solo amici, con Everlast siamo amici da anni e Danny Boy è un talento enorme: voglio bene a tutti e due. Recentemente ho conosciuto Ill Bill, circa un anno fa, ed è gente a posto. Li aiuto come posso, ma il mio coinvolgimento nel progetto è proprio minimo.

Negli ultimi anni hai realizzato album interi insieme a bravi rapper, a tuo dire come conseguenza delle tue esperienze con una band. Perché hai deciso di fare così e come hai scelto i rapper?
Uno dei problemi che ho dovuto affrontare, con gli album dei Soul Assassins, che ospitano 13 diversi artisti, è che è difficile fare le tournee. Dai tempi quando ho fatto uscire il primo album dei Soul Assassins, il giro dei mixtape la fa da padrone, per cui mi viene meglio fare un mixtape che un album, perché non devo avere la liberatoria per gli artisti o per i campioni, e i rapper appaiono gratis. Se invece si tratta di un album, all’improvviso le etichette vogliono soldi e i rapper pure. Ci ho riflettuto, ed ho pensato che forse potevo fare un album Soul Assassins con un solo rapper per volta, per cui posso fare i tour, posso farlo andare nei negozi e farlo arrivare alla gente. In questo senso, la prima scelta è stata GZA, che è un amico con cui avevo lavorato già. Erano anni che la gente ci diceva di fare un album insieme, e lo abbiamo trasformato in una partita a scacchi in musica. Questo ha fatto si che anche Jacken dei Psycho Realm volesse fare una cosa simile. Mentre eravamo in studio, Planet Asia era spesso lì, e mi è piaciuta la sua energia. Così abbiamo deciso di lavorare ad un progetto insieme, ed è venuto tutto piuttosto naturale ed organico.
Ma ora capisco che ci sono appassionati che vogliono un altro album dei Soul Assassins, e dunque ci sarà un Soul Assassins EP in uscita a febbraio, e poi l’anno prossimo uscirà ufficialmente anche Soul Assassins Vol. 3, l’album.
Al momento, stiamo anche lavorando al documentario che documenta la storia dei Soul Assassins, come ci siamo incontrati, dove siamo, dove stiamo andando e via dicendo. Siamo arrivati a circa un terzo e mi aspetto che sia finito fra circa un anno.
I ragazzi non sanno quale sia stato il nostro contributo, non sanno niente di me, Alchemist, Estevan e Mr. Cartoon, e bisogna far loro un quadro preciso.

Hai parlato di collaborazioni “organiche”: quali sono stati i problemi per mantenere tale organicità?
Non c’è stato alcun problema. Quello che intendevo a proposito di organicità era che non ci sono stati manager che si sono messi d’accordo per farci fare un album insieme, e non c’era neanche già un contratto con un’etichetta quando siamo entrati in studio. Io e GZA non avevamo nessun contratto, abbiamo fatto il disco e poi è arrivato il contratto. Stessa cosa con Planet Asia. Abbiamo registrato tutto l’album, girato due video, e successivamente ci siamo trovati un’etichetta. Non c’era nessuno a dirci quello che dovevamo fare, di fare una canzone per la radio, o un video speciale: eravamo noi a decidere, col dito medio alzato. Questo è punk rock, che ti piaccia o no, e questo è il nostro modo di agire.

giovedì 2 luglio 2009

DJ Muggs Uncut pt. 1

DJ Muggs è da oltre quindici anni il campione indiscusso di quel “gotico californiano” che si è imposto nella costa ovest come musica alternativa al G-funk di maniera, e che fonde senza sforzo elementi del “brown pride” messicano, sobrietà East Coast, funk “stonato” e influenze vagamente horror. Durante la seconda metà degli anni ’90, Muggs col suo stile ha forgiato il suono di alcune delle band più importanti per quanto riguarda il cosiddetto cross-over fra suoni hip-hop e rock, come Cypress Hill, Funkdoobiest e House of Pain, capaci di attingere a un serbatoio di fan fino a quel momento irraggiungibile per la musica “urban”. L’intervista è apparsa in versione editata nel numero 17 di Superfly e viene qui presentata per la prima volta in versione completa.

Iniziamo con la domanda alla quale in Italia tutti sono interessati. Parlaci delle tue radici italiane...
La mia famiglia è di Napoli, così come mia madre. Il mio vero cognome è Cavatti, ma sono stato adottato dal mio patrigno e quindi ho dovuto cambiare cognome.

Pensi che queste radici abbiano influenzato in qualche modo il tuo modo di fare musica?
Le mie radici mi hanno influenzato come uomo in generale. Penso che tutto ciò con cui vieni in contatto, che sia positivo o negativo, ciò che vedi, senti e tocchi ti influenza in maniere diverse. Ma per rispondere più nel dettaglio, si, quel senso della famiglia, quella vicinanza e quell’idea di proteggersi a vicenda, tutto ciò mi ha influenzato nell’avere una crew molto vicina e nel prendermi cura di tutti.

Sono queste le idee che hanno dato origine ai Soul Assassins, un nome che è sempre stato un tuo marchio di fabbrica?
Si tratta di una crew, una crew estesa. Non tutti i Soul Assassins sono rapper o DJ. Alcuni sono fotografi, altri fanno video, hanno talenti diversi. Quando è nata la crew, era una specie di “gentlemen’s club” dove ognuno si prendeva cura degli altri.
Alcuni dei miei “homies” scattavano le foto, noi facevamo musica, eravamo una bella squadra che si guardava le spalle. Ci sostenevamo a vicenda. Quando qualcuno aveva bisogno di qualcosa, gli altri c’erano.

All’inizio il nome dei Soul Assassins era associato ad una specie di “super-coalizione” musicale, che poi, nel corso degli anni, si è trasformata in un movimento artistico più globale. Come è avvenuta questa transizione?
È vero, ma non fraintendermi, si tratta sempre e soprattutto di musica, ma non sono più solo Cypress Hill, House of Pain e Funkdoobiest. Quello è stato l’inizio. Ora invece si tratta di Cypress Hill, House of Pain, Alchemist, DJ Khalil, Chase Infinite, Psycho Realm: è sempre un fenomeno musicale, ma si è espanso, capisci? Siamo cresciuti: come uomini, non rimaniamo immobili, ci muoviamo e cambiamo ogni giorno, e ciò che siamo diventati è una marca internazionale che identifica uno stile di vita. Siamo artisti: la nostra arte non si ferma alla musica o alla fotografia; siamo artisti che si applicano all’audio e agli aspetti visuali, alle immagini ferme ed in movimento. Nel gruppo ci sono persone che posseggono sei o sette ristoranti, sai? Cucinare è un’altra arte. Chiunque abbia abbastanza talento da poter contribuire alla squadra ed è in giro da anni è accettato, e sta con noi.

Come si è evoluta l’idea di squadra iniziale in un movimento più organizzato e quanto peso hanno avuto persone come Estevan Oriol e Mr. Cartoon in questo sviluppo?
Si è evoluta naturalmente. Avevamo tutti uno scopo comune, eravamo tutti in campo per farcela. Io coinvolgevo fotografi, e videomakers: non appena iniziavano ad avere una carriera, si allontanavano e non mi ringraziavano neanche. Per cui, ad un certo punto, mi sono detto che sarei ricorso soltanto ad Estevan per le mie immagini fotografiche, in modo che fosse lui a fare soldi, perché ero stanco di aiutare gente che poi non ci aiutava a sua volta. Per quanto riguarda Estevan e Mr. Cartoon, è andata che avevo dato a Estevan il compito di road manager degli House of Pain, ed Estevan era l’unico con la macchina fotografica, quindi faceva le foto. Quando mi portò le sue foto, pensai che fossero buone quanto quelle di fotografi per i quali pagavamo decine di migliaia di dollari, e gli dissi: “Da oggi, fai tu le foto!”.
Cartoon si è aggregato in seguito, ci sono voluti alcuni anni per accettarlo nel team, ma quando questo è avvenuto, è stato in grado di arricchire il team e accrescerlo. Questo vale anche per tutti gli atri. Prendi Alchemist e Khalil, per esempio, due dei migliori produttori del giro hip-hop: ognuno di noi aggiunge tasselli al puzzle e lo migliora.

Visto che hai parlato di Alchemist e Khalil, che hai cresciuto sotto la tua ala, stai ancora cercando di aiutare nuovi produttori giovani ad entrare nel giro?
Sì, ogni giorno. La cosa è che quando ero un ragazzino, ed ero così eccitato di fare questo mestiere, non c’è mai stato nessuno ad aiutarmi e a farmi da mentore.
I Cypress Hill non hanno avuto un gruppo che li abbia aiutati ad entrare nel giro. Per cui, quando vedo questi ragazzini, penso di poterli aiutare a superare tanti livelli, in modo che non debbano affrontare tutti i problemi che abbiamo avuto noi: posso guidarli, e quel talento che hanno poi farà il resto. Posso dirigerli nella direzione giusta, e dare qualche suggerimento lungo la strada, ma alla fine il loro talento li porterà dove possono arrivare. C’è un ragazzino nuovo, Gonzoe, e lo farò esordire sulla prossima compilation dei Soul Assassins: è bravissimo e molto giovane (ha 18 anni), e sarà il prossimo. Abbiamo un sacco di talento nelle nostre fila, e non c’è bisogno di cercare al di fuori, soprattutto perché ci sono tanti artisti di cui non si sa, ma che abbiamo aiutato a crescere, e che una volta arrivati, sentono di non avere più bisogno di noi perché si sentono più importanti del gruppo. Ma non lo sono, credimi. Come li ho fatti entrare nel giro, posso farli uscire: basta che dica a tutti di non lavorare con loro, e sarà finita. Ma invece (i produttori del giro Soul Assassins) hanno rispetto, hanno onore: ogni volta che Khalil o Alchemist fanno qualcosa mi coinvolgono. Se la mia stagione è ottima, li tiro dentro, se invece è la loro stagione ad essere ottima, fanno lo stesso. E di questo che si tratta.
Il nostro scopo non è quello di stare qui a tirare fuori solo una hit. Il nostro scopo è quello di stare qui per 40-50 anni, puntiamo alla longevità.

A proposito di questo, ad un certo punto della carriera hai smesso di puntare sui campionamenti, scegliendo invece di risuonare le tue composizioni. Qual è stato il motivo?
I soldi. È diventato veramente difficile avere la possibilità di usare i campioni. Coi Cypress Hill pagavamo talmente tanto per la liberatoria che mi sono arrabbiato da morire. Pagavamo milioni di dollari per poter mettere i campioni sui dischi, per cui ho deciso che per alcuni anni non volevo più avere a che fare con quel sistema e buttare via tutti i miei soldi. Il paradosso era che vendevamo due milioni di copie ed eravamo sempre in perdita: non ha senso, vero?
Mi piace l’arte del campionamento: è una cosa meravigliosa, anche se un sacco di gente ne ha abusato. È per questo che sono tornato a campionare.
L’altro vero motivo per cui avevo smesso era perché sono un artista che vuole rimanere creativo: non volevo dipingere sempre gli stessi quadri, volevo sperimentare coi colori e con le “textures”. In poche parole, come artista, volevo mettermi alla prova. E allora ho iniziato a provare quali fossero i miei limiti, dove potevo arrivare, e così sono venuti fuori dischi come Dust, o il disco insieme a Tricky, o Rock Superstar. Quando mi sono messo a fare esperimenti con gli strumenti dal vivo (mi sento un’artista di avanguardia, un po’ astratto, un po’ poco ortodosso) è stato perché mi piace fare cose diverse.

Quando è stato che hai iniziato a usare parti suonate? Posso certamente sentirle in Cypress Hill IV...
Ci sono parti suonate praticamente in ogni mio disco. Anche nel primo album dei Cypress Hill, anche se è tutto molto sottile, dato che avevo cercato di evitare che queste dominassero le tracce, ed invece fossero in grado di mescolarsi con la musica per divenire parte delle tracce. In altri casi ho lasciato che le parti suonate divenissero l’asse portante del pezzo, ma per la maggior parte ho cercato di mescolare le cose.

Quali sono state le maggiori difficoltà che hai dovuto affrontare per cercare di preservare quel suono “polveroso” che è il tuo marchio di qualità?
Nessuna, in realtà. Mi piace la strumentazione live, e penso che sia importante che suoni come se fosse parte di un campione. Non mi appassiona quel tipo di suono pop, pulito e ben levigato che non mi è mai piaciuto. Mi piace il suono grezzo (“gritty” in originale, N.d.T.), tipo la roba dei Led Zeppelin, che sembrano demo registrati su un otto piste a casa. Il problema è rendere grezzo il suono degli strumenti dal vivo: è in sè un vero e proprio talento.

E come ci sei riuscito, allora?
Sperimentando. Provi delle cose, non funzionano, ne provi altre e funzionano. Alla fine ho capito come fare: sei come uno scienziato, provi diverse combinazioni di sostanze chimiche, alcune funzionano, altre no. Ma quando qualcosa funziona, ti indirizza verso la via da seguire, e trovi il sentiero giusto durante il viaggio.


mercoledì 8 aprile 2009

Jank!

Una mia intervista del 2006 a Jeff Jank, deus ex machina della grafica Stones Throw e grande a tutto tondo. L'intervista era su Comics Code, ma il sito è giù, al momento. Torna, promesso.

Ciao Jeff. Molti dei nostri lettori potrebbero non essere troppo informati sul tuo lavoro. Vuoi presentarti?

Vivo a Los Angeles, e per metà del mio tempo disegno: nell’altra metà sono art director di una etichetta discografica. Queste cose si sovrappongono, ovviamente.
Mi chiamo Jeff Jank. Questo non è il mio vero nome. La storia del mio nome è lunga e super noiosa, per cui mentirò e dirò che questo è il nome che mi ha dato la C.I.A. per proteggere la mia vera identità.

Quando è che per la prima volta ti sei interessato all’illustrazione e quando hai deciso di diventare un illustratore professionista?

Per strano che ti possa sembrare, di solito rimango sempre sorpreso quando qualcuno si riferisce a me come ad un illustratore, anche se questo è quello che faccio abbastanza spesso nel mio lavoro giornaliero. Sebbene disegnare sia sempre stata una delle mie principali attività sin da quando ero bambino, mi sono trovato a fare questo lavoro tramite giri vari, per fortuna o per incidente. Ci sono così tanti illustratori migliori di me che sono obbligato a trovare la mia nicchia per ogni progetto da illustrare.

Quali sono le tue influenze? Ci sono influenze che magari la gente non individuerebbe immediatamente?

I films, quelli francesi, italiani, americani, più o meno l’intera storia del cinema ha una certa influenza su quello che faccio, direttamente o indirettamente. Comunque, non sono mai stato un fan dei cartoni animati. C’è un ombrello di circa 20 o 30 artisti dei quali torno sempre a leggere o ripassare il lavoro - Marcel Duchamp, Goya, Raymond Pettibone, Francis Bacon – sono influenzato da loro. E sono influenzato dalle belle ragazze.

Come sei entrato in contatto con la Stones Throw?

Conosco Chris (Peanut Butter Wolf), il fondatore, da un sacco di tempo. Anni prima che ci fosse la Stones Throw abbiamo lavorato a progetti musicali o legati alla musica insieme. La gente vede Chris (solo) come DJ o produttore discografico ma per me, un suo grande talento è quello di attirare un sacco di persone creative nei suoi affari e nella sua sfera sociale per lavorare insieme su vari progetti. Ecco perché sono qui ed ecco perché questa etichetta esiste. Il manager dell’etichetta Egon ed io abbiamo iniziato a lavorare (alla Stones Throw) più o meno nello stesso periodo, per cui gestivamo l’etichetta in tre da casa. L’ho sempre visto, più che come un lavoro, come un progetto creativo a lungo termine.

I dischi della Stones Throw hanno una forte identità musicale. Come ti avvicini alla realizzazione e nel design delle confezioni dei CD e dischi?

In maniera diversa ogni volta. Non faccio tutte le diverse confezioni. Su alcune di esse lavoro insieme ad altri artisti, e non mi immischio proprio in un paio di esse. Nelle confezioni che faccio, la cosa su cui punto l’attenzione è sempre la musica stessa e la personalità degli artisti. Non cerco di dare ai dischi una identità Stones Throw pre-determinata. Alcune copertine sono disegnate, alcune basate su foto, eccetera.

Passi senza sforzo da un approccio molto “grafico” (come le copertine di Quasimoto) ed uno stile di design più “ufficiale” (come il progetto Madlib Invades Blue Note). Hai un tuo stile preferito?

Mi piacciono di più i disegni abbozzati di Quasimoto. Anche se non hanno nessuna uniformità. Ho cercato di renderli un po’ più uniformi, ma in realtà non sono abbastanza disciplinato per farlo. C’è una fiera tradizione di un modo di illustrare che sembra amatoriale nella musica hip hop – le copertine disegnate negli anni ’80 per Scholly D ed i Digital Underground ne sono perfetti esempi.

La copertina del disco di Madlib per la Blue Note è stata divertente, perché mi ha dato l’occasione di impiegare quello stile classico a là Reid Miles che tante persone hanno poi duplicato, ma sempre per dischi che non sono di jazz, e mai della Blue Note. Sebbene mi piaccia impiegare un sacco di disegni rozzi e carta sporca e macchiata per i dischi di Madlib, in realtà sono un fanatico dei packages eleganti e non “pieni”, con una tipografia di classe.

Hai creato l’immagine grafica di Quasimoto: come è avvenuto? Hai avuto qualche suggerimento da Madlib?

Ho adattato l’immagine dopo che era stata inizialmente creata da Keith Beats aka DJ Design, che è anche lui un vecchio amico. Ha disegnato tre di quei tizi in colori diversi per un vecchio singolo di Quasimoto. Mi ricordo che mi disse che essi rappresentavano i tre membri dell’altro gruppo di Madlib, i Lootpack. Era una copertina così strana che mi ispirò a continuarla. Quando Madlib ha registrato la canzone Bad Character, ho usato uno di quei tre personaggi per rappresentare la parte di teenager cattivo di cui parla nella canzone. Quas, come alias di Madlib, è in realtà “the unseen” (il non-visto, N.D.T.) rappresentato dalla spettrale figura che si vede guidare la Cadillac in copertina – lo spettatore non avrebbe proprio dovuto vedere Quasimoto. È stato il pubblico ad identificare il personaggio peloso con Quasimoto stesso, e nelle uscite successive abbiamo continuato in quella direzione.

Madlib non ha avuto nessun input diretto sui disegni dal punto di vista verbale, ma la musica è un’influenza diretta su tutto. Mi sono identificato con il senso dell’umorismo e quel senso di alienazione suburbana della musica del primo album, e i problemi frenetici ed adulti del secondo album.

Sei coinvolto anche in progetti musicali (Captain Funkaho, per esempio). Perché pensi che così tante persone che lavorano nel campo dell’ilustrazione hanno un forte interesse per la musica?

Tutto riguarda l’espressione – scrivere, la musica, il disegno, etc. Non sono campi così separati come a volte sembra.

Qual è la tua cover preferita, fra quelle tue? E quella che ti piace di meno?

A Lil’ Light di Dudley Perkins è una delle mie preferite, ed intendo tutto il packaging e non solo la cover. Ha quella semplice silhouette, la carta strappata, le pagine del mio diario, il fermo immagine di un film, un po’ di computer graphic design, ed un paio di foto. Penso che siano tutti elementi appropriati per il disco, ed è esattamente quello che associavo all’album.
Le cose che mi piacciono di meno sono di solito uno o due dettagli di un design o di una illustrazione. Che tendono a tenermi sveglio la notte ed a infastidirmi più a lungo di quanto dovrebbero.

Sappiamo che non ti interessi più ai fumetti. Ti ricordi quale è stato l’ultimo fumetto che hai letto?

Mi sono sempre piaciuti i fumetti, ma i miei interessi cambiano. Ho letto i fumetti underground degli anni ’70 prima dei supereroi. Ho disegnato la mia serie di Star Wars perché volevo partecipare al mio. Anche a quell’età, comunque, non separavo l’aspetto grafico dallo storytelling – è tanto una questione di idee e storytelling quanto lo è di illustrazione. Mio padre aveva una società che installava i pannelli solari nelle case dei privati e disegnava fumetti di lui e dei propri collaboratori che andavano nelle case dei clienti e distruggevano tutti e poi pisciavano dai tetti. L’ho aiutato a realizzare alcuni di questi fumetti. È un buon modo di imparare i fumetti da bambino, facendoli. Poi mi sono appassionato ai fumetti underground negli anni ’90, autori come Dame Darcy. Mi piacevano tantissimo, quei fumetti, ma riuscivo a leggerli raramente. Mi piacciono se sono bellissimi graficamente, o se sono molto divertenti.

Oh, e per rispondere alla tua domanda, non ricordo l’ultimo fumetto che ho letto.

Vuoi dirci qualcosa dei tuoi personaggi fumettistici Hookie and Baba?

Ho iniziato a disegnare Hookie and Baba come modo di scaricare tutta la mia frustrazione di vivere in una grande scatola di cemento a Oakland. Formato fisso: 5 vignette, disegnate velocemente, con il risultato della vignetta 5 a me ancora sconosciuto quando sono a pagina 1-2. Facevo in modo che uno dei due invariabilmente sabotasse, imbrogliasse o uccidesse l’altro, ma ho rilassato un po’ la regola. Mi hanno influenzato Spy Vs Spy, i Freak Bros, e le strips brevi e zozze di Ivan Brunetti. Ed anche da Carter del mio amico Scott Crackrock, un fumetto autoprodotto che faceva in Florida. Carter mi ha insegnato la gioia di un fumetto senza battuta finale… e senza scopo, per altro.

Ci sono speranze per la raccolta in volume di Hookie and Baba?

Hookie and Baba è fatto strettamente in fotocopia e distribuito a mano. Non vorrei nessun altro modo – sarebbe una cosa troppo compromettente, quando parteciperò alle elezioni per essere Presidente nel 2016.

Quali sono i tuoi progetti attuali?

Attualmente sto mettendo a punto un piano per fare il doppio delle copertine per la Stones Throw dell’anno scorso, ma in metà tempo. Non so ancora come fare, ma ci sto lavorando.

La classica domanda che facciamo sempre: quali sono, secondo te, le tre opere che un appassionato di fumetti dovrebbe assolutamente leggere?

La Bibbia, Le Storie di Erodoto e qualcosa di Kirby o Crumb.

E, vista la tua relazione con la Stones Throw, quali sarebbero i tre dischi che un vero appassionato di hip hop dovrebbe avere?

Due copie di Super Duck Breaks, ed una terza di scorta.

domenica 5 aprile 2009

Thirstin Howl the 3rd, Uncut (parte 2)*

*Originariamente apparsa in versione tagliata su Superfly 18 col titolo di LO-LIFE ORIGINAL, Intervista a Thirstin Howl the 3rd e qui presentata in versione integrale per la prima volta.

Pensi che ci sia bisogno di più figure creative e personali, nell’hip-hop di oggi, o pensi che la creatività ci sia sempre, ma ci si concentri di più sugli aspetti negativi?
No, penso che sia proprio così: questo è quello che viene promosso commercialmente. Poi ci sono un sacco di artisti che sono veramente fedeli allo spirito dell’hip-hop, è solo che magari non possono farsi sentire. A livello commerciale, in radio passano solo certe cose che hanno preso il controllo, per cui sta alla gente cercarsi da sola quello che vuole sentire, e non ascoltare solo quello che le viene imboccato a forza.
Torniamo ai Lo-Lifes. Il movimento è partito da New York, anzi da Brooklyn, ma molto presto è diventato un fenomeno globale in tutti gli Stati Uniti. Come hai reagito? Eri fiero del fatto che la gente abbracciasse la tua cultura, o ti sembrava che te la stessero rubando?
Nel 1992, quando il fenomeno ha iniziato a diffondersi a New York, io ero in prigione, e non mi piaceva il fatto che si stesse diffondendo, e che chiunque avesse la possibilità di farne parte, perché, come ho detto prima, quando i generali erano in prigione, non c’era più quel principio di dare prova di sé stessi in qualche modo. Ma ora, da quando abbiamo iniziato a fare musica e questa è diventata una professione, ho cambiato atteggiamento, e sono fiero che questa cultura si sia diffusa dappertutto e che sia cresciuta tanto, perché non promuove certamente la negatività, solo uno stile di vita legato alla moda, all’interno dell’hip-hop. Sono molto fiero di come questo si sia diffuso in tutto il mondo.
Suppongo che però ci siano due aspetti: uno, che è legato al pubblico che abbraccia uno stile di vita ed una moda, e l’altro, che è invece legato ad altri artisti che si appropriano della vostra cultura. È questo il senso di quel video di youtube nel quale Fi-Lo se la prende con Kanye West?
Si, se la è presa con Kanye perché abbiamo visto delle interviste in cui Kanye ha affermato di essere “il re della roba Polo” (“Polo King” in originale, N.d.T.).
Non dico che siamo tanto ignoranti o stupidi che ce ne frega veramente un cazzo di Ralph Lauren a quel modo, ma dicendo quella cosa Kanye ha mancato di rispetto ad un sacco di persone, perché i Lo-Lifes sono veramente responsabili di questo stile di vita, e ci sono molti di noi, che avrebbero potuto essere “re della roba Polo”, che sono morti, dando a gente come lui l’opportunità di sbucare dal nulla. Non è che solo perché sei un artista di successo nell’industria musicale e sei parte di un meccanismo che fa un lavaggio del cervello generale, questo ti dia la possibilità di fregiarti di quel titolo. È qualcosa che ti devi conquistare: ci sono persone che sono state ferite e che sono morte, per questo. Kanye è un artista famoso, ha avuto molto successo a livello mainstream, ma quando era nell’underground non ha fatto nulla: non ha potuto ottenere il successo finché non ci sono stati i soldi e persone a sostenerlo.
Come artista underground, invece, non ha avuto nessun impatto, perché nel campo dell’underground la promozione e tutto il resto sono basati unicamente sul livello di skills, ed in quel momento lui non ne aveva abbastanza. In altre parole, è sembrato che si stesse comportando come se non riconoscesse la nostra esistenza. Non è che si deve dare importanza a tutto, ma in questo caso, sembrava che non ci stesse dando i giusti meriti per quello che abbiamo fatto per l’hip-hop e per la moda e stesse ignorando l’influenza che abbiamo avuto, facendo una dichiarazione del genere. Devi rispettare gli architetti che hanno gettato le fondamenta di quello stile di vita. Non proviamo amarezza, non siamo hater, è solo che deve capire che non è una questione di chi ha avuto maggior successo. A noi non importa nulla del suo successo. Siamo stati ricchi e famosi per tutta la vita, nella povertà. Eravamo poveri, ma avevamo tutto. Ecco cosa significa essere “skillionaire”.
A questo proposito, ma secondo te perché tanti rappers sembrano cercare di attaccarsi al carro della “Million Man Rush”, anche se non ne hanno fatto parte?
Tutto è dovuto agli standard dell’hip-hop di ora. Devi avere quella “street credibility” che ti porta rispetto e ammirazione. Ecco perché così tanta gente dice di essere parte del movimento. Come dico sempre, io sono uno dei fondatori originali e c’ero dall’inizio. Se io non ti conosco, non sei un “original” e non sei uno dei fondatori.
Ma tu che la “street credibility” ce l’hai, pensi che sia una cosa importante, o viene prima la creatività?
Per me, personalmente, la “street cred” non importa. Mi ricordo di quando uscì l’album dei De La Soul. Con la mia gang, ascoltavamo i De La Soul, nel 1988, e non ci ponevamo il problema se fossero gangster o no. Era tutta una questione di musica e creatività, ed era tutto ciò che ci importava.
Lo stesso vale praticamente per ogni altro rapper. Prendi A Tribe Called Quest: non ci siamo mai chiesti se gli A Tribe Called Quest fossero dei mollaccioni, o se fossero gangster, a causa della loro immagine. Non è mai stata una cosa importante. Per un vero “motherfucker” davvero questo non importa. Per me valgono solo la musica e la creatività.
Alcuni si spingono addirittura fino alla creazione di un finto passato criminale…
Perché non hanno mai vissuto quella vita. Voglio dire, chi è che vorrebbe passare tutta quella merda? Onestamente, non posso dirti che quello che ho passato fosse una mia scelta, sono stato costretto a prendere quella strada. Non avevo scelta. La mia vita era basata sulle carte che mi erano state servite, non ero certamente uno che voleva essere un gangster. Mi sono dovuto inchinare alle leggi della natura che si applicavano dove dovevo sopravvivere.
Parliamo della parte artistica del movimento dei Lo-Lifes. Ovviamente c’erano un sacco di persone interessate al rap. Come era la situazione per quanto riguarda gli altri elementi della cultura hip-hop, come graffiti e breakdance?
La maggior parte dei Lo-Lifes Originals e dei fondatori, soprattutto quelli del Marcus Garvey Village e di Brownsville, prendevano il nome dalle tag usate come disegnatori di graffiti. Da lì derivava anche molta dell’abilità come ladri: quando facevamo i graffiti, ci rubavamo le bombolette spray a vicenda. Fu quello il periodo in cui iniziò una grande competitività. C’era gente che andava nei negozi e rubava cento bombolette, e roba del genere: anche questa fase fu parte della nostra evoluzione. Stessa cosa per la breakdance. Io ero un breakdancer dall’inizio, e la break era qualcosa che volevo padroneggiare. Tenevo lo stesso approccio che ho oggi per quanto riguarda il rap. Avevo una grossa passione, mi allenavo ogni giorno per 5 ore e mi assicuravo di saper fare alla perfezione ogni mossa che vedevo in giro.
Balli ancora?
Diciamo che lo so ancora fare. Quando qualcuno non crede che ero in grado di fare quelle giravolte (“windmills and headspins” in originale, N.d.T.), gli dico di mettere i soldi sul tavolo e gli faccio vedere come è la situazione.
Vuoi parlarci un momento dei tuoi progetti attuali? So che c’è in programma un DVD sulla storia dei Lo-Lifes, vero?
Al momento, la mia etichetta, Skillionaire Enterprises, ha in vendita tre DVD che spiegano molta della storia dei Lo-Lifes, abbiamo un enorme catalogo di album, e ci sono in programma un sacco di nuovi progetti: un documentario sui Lo-Lifes, una serie di libri sui Lo-Lifes, un film sui Lo-Lifes (si mormora che Jay-Z sia interessato, N.d.T.). Abbiamo anche una linea d’abbigliamento Lo-Lifes. Per quanto riguarda la parte musicale, sono in programma i miei album nuovi (quello in inglese e quello in spagnolo), e l’album con Hurricane G. Anche Rack-Lo ha un nuovo album, così come Fi-Lo e Big Cousin, e c’è un’ondata di mixtapes che stiamo per mettere in giro.
Sempre tutto in maniera indipendente, vero?
Si, a meno che non ci si presenti una buona opportunità sarà così. Siamo sempre stati indipendenti dall’inizio, senza ricorrere all’aiuto di nessuno, e ci questo ci ha portato a fare tanta strada. Sono sempre fiero di dirlo. Ho sentito tanta gente dirmi: “Ehi, sei il mio rapper preferito che non ce l’ha fatta”, ma ai miei occhi io ce l’ho fatta un sacco di tempo fa, perché non sono mai stato parte di nessuna etichetta, e non ho mai visto nessuno che abbia raggiunto questi risultati senza essere parte di una etichetta discografica, e con passaggi radio e video giornalieri. Mi sento onorato di avere fatto tanta strada da solo, e di avere ottenuto i riconoscimenti che ho avuto solo grazie al mio talento.
C’è qualcosa che vuoi dire ai tuoi fan prima di lasciarci?
Si. Non andremo da nessuna parte, restiamo qui. Controllate sempre il sito www.thirstinhowlthe3rd.com per tutti i nostri album, lì c’è tutto il catalogo. Thirstin Howl the 3rd ed i Lo-Lifes sono qui, e resteranno nel mondo dell’hip-hop finché esisterà il mondo. Non vado da nessuna parte, tranquilli.

venerdì 3 aprile 2009

Thirstin Howl the 3rd, Uncut (parte 1)*

*Originariamente apparsa in versione tagliata su Superfly 18 col titolo di LO-LIFE ORIGINAL, Intervista a Thirstin Howl the 3rd e qui presentata in versione integrale per la prima volta.

Quando lo sento telefonicamente, a New York sono le 9.30 di mattina di un venerdì di fine giugno. Thirstin Howl the 3rd è già in pieno “New York state of mind”, guardingo ed asciutto nelle proprie risposte come si conviene ad un guerriero che ha combattuto molte battaglie. Le risposte pacate si allungano gradualmente e lentamente l’OG di Brownsville si apre. In ogni caso, c’è una nota nella sua voce che ti fa capire che, nonostante l’atmosfera rilassata, questo è un uomo che ha il fuoco nelle vene (“Dentro sono ancora una bestia”- dice, con una serietà che farebbe impallidire i personaggi della Sin City milleriana).
Del resto, non si sopravvive all’era della “Million Man Rush” (il periodo in cui esplose il fenomeno del “boosting”, ovvero del saccheggio dei grandi magazzini da parte dei giovani del ghetto di Brooklyn) se non si è speciali. Negli anni ’80, Victor DeJesus (ovvero Vic-Lo, ovvero Thirstin Howl the 3rd) fu fra i fondatori della gang Lo-Lifes, quella che ha rivoluzionato la storia della moda e dei costumi dell’hip-hop. I Lo-Lifes, fusione di Ralphie Kids e Polo USA (United Shoplifters Association), sono stati i primi a portare in primo piano una ossessione per l’abbigliamento Polo di Ralph Lauren che a tutt’oggi non accenna a cessare e che continua a influenzare trasversalmente tutto l’ambiente hip-hop. Negli anni d’oro, si stima che i membri dei Lo-Lifes abbiano rubato dai grandi magazzini newyorkesi centinaia di migliaia di dollari di vestiario Polo (alcuni parlano persino di milioni di dollari), lasciandosi dietro un’eredità di violenza e galera ma anche, nelle parole di Thirstin Howl the 3rd, di “Love & Loyalty”. Oggi gli errori hanno lasciato il posto alla responsabilità, e Thirstin si racconta con franchezza, mostrando una intelligenza, una passione per la musica ed una saggezza certamente rare, nel mondo dell’hip-hop odierno.

Ti sembra strano che ci sia qualcuno che ti chiama dall’Italia per chiederti dei Lo-Lifes?
No, non è strano. Mi arrivano telefonate da ogni parte del mondo. Sono sicuro di aver già fatto un’altra intervista per l’Italia, in precedenza.
Sono interessato a sapere come e perché è iniziata questa attrazione verso l’abbigliamento Polo. Cosa ci puoi dire in proposito?
Tutto è iniziato nei primi anni ’80, a Brooklyn. Era circa il 1983 o il 1984, molti di noi erano affascinati dalla moda newyorkese, le pellicce, le tute Adidas e tutto il resto. Polo rappresentò soltanto l’evoluzione di tutto questo, nella moda, con quei colori brillanti e via dicendo. Eravamo quasi tossicodipendenti di roba Polo.
Sei tu che hai inventato il termine “Lo-Lifes”, vero?
Si, sono stato uno dei fondatori, sono stato il primo a chiamarci Lo-Lifes e sono stato quello che ha cercato di tradurre che cosa significasse per noi indossare l’abbigliamento Polo e “rappresentarlo” per la vita. Sono anche stato una delle persone che ha trasformato i Lo-Lifes in un movimento internazionale.
Senza dubbio. Ho letto la storia della ragazza che ti chiamò “lowlife” (malvivente), che tu storpiasti in Lo-Life perché ‘Lo (diminutivo di Polo) era la tua vita. È vera?
Si, è tutto vero.
Ti sei reso conto subito che si stava formando un movimento unito che sarebbe durato così tanto?
Non avevo idea di che cosa sarebbe diventato fino a oggi, non avevo idea che avrebbe fatto tanta strada e che sarebbe stato un fenomeno seguito e diffuso quanto poi lo è stato. All’inizio, quando sono nati i Lo-Lifes, molti di noi, i “generali” della gang, quelli che avevano la maggiore influenza, furono praticamente tutti arrestati. Ad un certo punto, tutte le persone di spicco erano in galera, e quello è stato il momento in cui il movimento si è veramente diffuso, perché non avevamo il controllo su chi poteva entrare a farne parte. Venivano accettati tutti, e la gang si espanse in modo assurdo.
Fu questo il periodo in cui iniziò tutta la violenza e subiste delle perdite importanti?
Diciamo che quella era una costante dall’inizio. Tutti i drammi, e i soldati caduti, e le guerre, c’erano dall’inizio.
Qualcuno vi ha definito la prima vera gang di New York, paragonandovi a Bloods e Crips…
No, le ganga New York ci sono sempre state, sin dal diciannovesimo secolo. Noi veniamo da una sezione di Brownsville, Brooklyn, che è stato il posto in cui Al Capone e Murder Inc. avevano il quartier generale negli anni ’40 e ’50. Durante l’era d’oro della mafia, un sacco dei protagonisti venivano da Brownsville, così come, successivamente, i Tomahawks e i Jolly Stompers (storiche gang newyorkesi, N.d.T.), come pure un sacco di altre gang.
Penso che noi siamo stati, anche se forse non direi la prima, una delle prime gang della generazione hip-hop. Anche i Tomahawks di Brooklyn ebbero una parte rilevante: quando l’hip-hop nacque, loro erano già in giro da tempo. I Lo-Lifes furono certamente una delle gangdella golden era dell’hip-hop.
Ma eravate veramente come i Bloods e i Crips o c’erano delle differenze fra voi e loro, mi sbaglio? Mi sembra che i Lo-Lifes avessero un senso di unità che gangcome Bloods e Crips non hanno…
In realtà ti sbagli, avresti dovuto essere coinvolto nell’organizzazione di quelle gang per capire che cosa era l’unità e che cosa rappresentavano. Questo vale per praticamente tutte le organizzazioni. Per quanto riguarda i legami fra Lo-Lifes e Crips e Bloods, i Lo-Lifes esistevano da prima, e infatti diedero origine ad un sacco di fazioni di Bloods e Crips. I Lo-Lifes più giovani sono poi diventati i generali di quelle altre ganga New York, ad un certo punto.
Ma che cosa rappresentano i Lo-Lifes?
I Lo-Lifes sono una questione di “love and loyalty”. È una questione di onestà, di aiutare gli amici (come farebbero loro con te) e di promuovere l’amore e la lealtà come valori principali. Anche ora, nel mondo musicale, e in tutte le altre attività che svolgiamo, tutti quelli che fanno parte nell’organizzazione a livello musicale (sono praticamente 20 anni, ormai) fanno un discorso di “love and loyalty”. Non stiamo cercando altri artisti e cose del genere, tutte le risorse che abbiamo le reinvestiamo in questo senso.
Quindi portate avanti un messaggio positivo, al contrario di quel che pensano certe persone che vedono nelle gang solo una fonte di violenza?
Certamente siamo un gruppo di persone che hanno una serie di valori morali positivi, e non perseveriamo negli errori del passato. Non andiamo certamente in giro a promuovere lo stile di vita Lo-Life che incarnavamo un tempo: invece la maggior parte di noi sono padri di famiglia, con una serie di responsabilità, un atteggiamento di positività e valori precisi.
Allo stesso tempo, abbiamo dato origine ad una sottocultura di strada, portando un po’ della nostra cultura nella moda “street” e via dicendo: certamente non promuoviamo negatività e violenza.
Quando è stato che hai abbandonato lo stile di vita sregolato dei “boosters” per fare posto a un atteggiamento più responsabile?
Per quanto mi riguarda, ho sofferto delle conseguenze molto gravi con la legge, ma anche col karma, e ciò mi ha fatto evolvere nell’uomo che sono oggi. Non penso di avere smesso di essere una persona scatenata (“wild” in originale, N.d.T.), perché dentro sono ancora una bestia, ma ho imparato a trattenermi.
Non definirei ciò che ero prima né positivo né negativo: era solo essenziale per la mia sopravvivenza nel posto da cui venivo, era solo un training per sopravvivere dove ero condannato ad esistere. Molto era legato all’istinto naturale, piuttosto che al fatto che io fossi selvaggio, violento o negativo. Mi basavo sull’istinto naturale per sopravvivere nel posto dove ho vissuto. Questo era quello che mi è stato insegnato.
Le conseguenze mi hanno veramente aiutato ad evolvermi nella direzione odierna, perché ho subito un sacco di conseguenze, come la prigione, eccetera.
Ti sei mai pentito di qualcosa?
No, non sarei la persona che sono oggi, senza quegli errori e le successive conseguenze. E non solo: voglio dire, i periodi passati in prigione, ad esempio, hanno portato a molte delle opportunità che ho poi avuto successivamente.
Nell’hip-hop odierno imperano l’esaltazione della delinquenza e un materialismo idiota. Che cosa pensi dello stato attuale dell’hip-hop?
Lo stato attuale dell’hip-hop, per quanto alle persone possa non piacere, è tutto parte dell’evoluzione. Per quanto molti di noi possano avere difficoltà a capirlo o ad apprezzarlo, è tutta una questione di evoluzione. Che sia idiota o no, è tutta questione degli errori che fanno parte della crescita dell’hip-hop, se questo è il termine che vogliamo usare, perché ora un sacco di persone non vedono nessuna crescita, se non a livello finanziario. Dal punto di vista creativo, invece, l’hip-hop sta morendo, visto che tutto si basa sulla commercializzazione. Ora si stanno screditando perfino il ghetto e le prigioni. Tutte le cose creative legate a certi stili di vita ed ad una certa immagine vengono dal ghetto, e tutti vogliono prendersene il merito, ma senza riconoscerne pubblicamente l’origine.
Infatti, si usa la prigione come mezzo per autopromuoversi… non ti da fastidio, questo?
Personalmente non mi interessa, io non glorifico l’immagine della prigione, solo perché ci sono stato, sono sopravvissuto e mi sono fatto un nome lì. Questa è una cosa ignorante e stupida, secondo me. Chi glorifica la prigione, dovrà dare prova di sé stesso, e questa è l’altra faccia della medaglia… Non auguro la prigione ai miei figli. Un sacco di volte, quando ci sei in mezzo, se non capita a te, capita a qualcuno che ti è vicino, e questo, ad un certo punto, ti farà aprire gli occhi.
Una tua caratteristica a livello musicale è l’impiego di humour ed ironia. Era una condizione indispensabile anche per la vita da Lo-Life?
Durante il periodo dei Lo-Lifes, non sono mai stato un rapper, non ho mai rappato. Ho iniziato a rappare alla fine degli anni ’90, e quando l’ho fatto, la mia musica, in maniera naturale, è venuta fuori con quello stile comico. Non era una cosa prestabilita, ma semplicemente il modo in cui è venuta fuori. La cosa curiosa è che, dove abitavo, la gente che mi conosceva non riusciva a riconoscersi nella mia musica, perché io non ero una persona divertente. Ero una persona molto seria con cui non si scherzava, per cui quando feci tutta questa “comedy music”, un sacco di persone non la capivano, non riuscendo a identificarla con la mia persona, con chi ero veramente. Io credo che, a rappare della mia vita, di quanto ero gangster e cose simili, non ci fosse nessun tipo di abilità. A me sono sempre piaciuti i rapper che puntavano tutto sulla tecnica e sul carattere, e penso che per essere il rapper migliore uno debba cercare di fare quello che non fa di solito, prendere dei rischi e spingersi verso i propri limiti. Avrei potuto scrivere di quanto ero gangster, ma invece ho scelto di fare ridere la gente. Questo, probabilmente, perché ero a mio agio con me stesso, e tutti sapevano chi ero veramente, per cui non avevo paura di tirare fuori la mia creatività. La meta principale che mi sono sempre posto è di essere creativo e incomparabile. Volevo essere sicuro che nessuno potesse copiare quello che io posso fare, e credo, sinceramente, di avere raggiunto lo scopo.

sabato 31 maggio 2008

Melodious Monk Interview

Melodious Monk è un “MC/producer/DJ” (per usare la definizione cara a Madlib), ma non solo. Il musicista di Brooklyn, oltre ad essere un artista a tutto tondo, è uno dei continuatori della classica tradizione newyorkese, a base di beats pesanti e rime affilate. Le sue produzioni stanno iniziando a circolare (vedi l’interessante progetto Mighty Joseph), e sicuramente il suo profilo artistico sarà elevato dall’uscita di Dueces Wild del “compare” Vast Aire, per il quale Melodious Monk ha prodotto 5 tracce.
Lo abbiamo sentito per voi. Melodious Monk è uno da seguire, non dite che non ve lo avevamo detto.
Ovviamente, come sempre, intervista strictly in English…

Bonus: Melodious Monk - A Serial Killer (prod. Melodious Monk) – CANTEEN OF THE DERANGED EXCLUSIVE!


INTERVIEW WITH MELODIOUS MONK

Hi Melodious, do you want to introduce yourself to our readers?

Yes, my name is Melodious Monk. I’m a producer, lyricist, vocalist, visual artist, and engineer that found a home in Brooklyn NY, 192 Sands Street to be exact LOL!
And I’m a Monkey – (Just Kidding)

What about this fascination with monkeys?

The monkey is an intelligent animal; the monkey was the first to enter space.
My definition of a “Monkey” would be an animalistic intelligence beyond the norm.
This is what the “Monkey” possesses so it’s interesting to me.

There seems to be an aura of mystery around your persona, and this is particularly striking in an era in which hip hop seems to be all about swagger and “ballin’”. Why did you choose such a “low profile”?

Well in today’s era I believe that there are a lot of performers.
Only thing that’s missing are the true artist. What happened to the art form?
All that I see nowadays is the show, the attitude, the presence.
What if the majority of the world was blind? There wouldn’t be a need for videos. There would be no stage. The entertainment would have to come from emotion.
We would all have to paint pictures visually through sound, expressions, and tones.
I want to be known as an artist not a performer. When I create music I try to see what I hear if I can’t illustrate a scene through music I believe that I haven’t done a good job as an artist. I’d rather be Davinci than Van Gogh, Van Gogh cut of a piece of his ear for attention. Davinci was an artist often felt but rarely seen so I stay on the “Low”.

Where does your name come from?

Melodious Monk is a character I created.
Think of your favorite actor. An actor has to become a character and bring that character to life; they make you believe that the character is real.
Melodious Monk is just that, it’s my character.
Other than that I’ve always loved the name Thelonious Monk “the jazz musician”, but my name came from the word “Melody”: I play various instruments and I love anything that has a striking melody. Everything I create begins with the melody first so therefore I called myself Melodious. Monk is simple, its slang for “Monkey”. On the Guns album I explain it on the track Ghost in a shell. I hope y’all get that album, its personal.
Guns is out now, all major internet stores, come to my myspace page and get it!

How did you get involved in rap and producing in particular?

Rap was and still is an art form that I always wanted to master. It’s a greater form of poetry, it’s a greater way to speak to the world through an urban code, it’s a language.
I started rapping when I first heard Slick Rick! Ever sense then I’ve been speaking the language.

As far as production, that’s a long story so I’ll try to cut it short.
My brother Yesmar is a musician he played and still to this day plays various instruments. He inspired me, when I was younger he use to leave a lot of his instruments around and I learned to play them.
When I was in high school I use to rhyme with Vast Aire, Vordul Mega, Karniege, and Massive Jugganott we use to go to Vordul’s crib and take audio tapes and loop them to create beats on his tape player. Yo! It was hilarious every track had the sound of the tape record button being clicked on each bar!
In 1999 I got tired of going to different studios so I saved up some loot and purchased my own. When I finally got the MPC 2000 XL then I really started producing.

Your sound is deeply rooted in the classic New York boom bap. How did you develop your style?

I listened to Leaders of the New School, Black Moon, Black Sheep, A Tribe Called Quest and Wu-Tang. When C.R.E.A.M. came out I was buggin!
Now what’s deep about this is the fact that all of the artist I just mentioned had production that consisted of “Break Beats”.
A Break Beat is the original foundation for hip hop. All of the hottest songs that came out in the classic era of hip hop were based around a drummer’s “Break Beat”.
That’s how my style developed, I started to study deeper than what a particular producer did, I started to study the source. I studied jazz, I studied there timing, and soon I begin to understand the formula. Recording live and playing instruments has a lot to do with it also, though it may sound like I sample I don’t often. I may sample a voice and that’s it, but any sound you hear on a track that I’ve produced was played by me. One of my secrets that I’m not afraid to share is that I sample my own compositions.

What are you trying to bring to the table in terms of sound?

I’m an artist; I want to pant pictures with sound, when the track plays I want you to already know what the song is about. The sound I’m trying to create is called illustrative sound. We are all artist, instruments are our utensils, and an idea is the canvas.
It’s on us to make a masterpiece.

The NY hip hop movement seems to have lost some shine, and somebody says it’s because NY rappers (and producers) copy the Southern trends. What do you think about it? Is New York ever coming back?

I agree, many NY rappers (and producers) have become followers and they lack creativity and artistry. Producers as well as lyricist are focused on that “American Dream”: the MONEY! They will copy anything that can bring them that fast money.
I’m not knocking that hustle but that’s the problem.
I believe that culture has to be preserved.
Example: I’ve gone to a Caribbean restaurant and the chef is not Caribbean.
It’s nothing wrong with that but when I taste the food it’s going to be missing something.
Here’s the point, if you’re from the South I expect to hear southern trends, make that southern country fried stake.
If you’re from NY why can’t you keep cooking up that NY quarter pound beefy burger? The only way for NY to come back is if the chef’s stop trying to cook what they weren’t raised on.

You hooked up with Vast Aire and, among other things; you produced some cuts for both the Mighty Joseph and the Dueces Wild albums. How did you get in contact with him?

Me and Vast have a lot in common and he was always like a brother to me. We use to have a group in high school called “The Ecriptical Druids” it consisted of Vast Aire, Vordul Mega, Tyson Jones, Massive Jugganot and me. We were some weird dudes LOL! But we were all artist. We went to Washington Irving High School.
Karniege is also another close friend of mine, we all went to the same school. Vast and Vordul were the first to get there feet wet in the industry of music as Cannibal Ox and fortunately I was able to run back into Vast in 2003 when he was recording tracks with Karniege.
To be honest Vast Aire is one of the reasons Melodious Monk exists.
No matter what someone says about him he always looks out for the best interest of everyone he knows, by him having faith in my music it was able to be heard.
Vast has always been in my life off and on since high school.

Did you feel any pressure in working with someone with such a distinct style and sound?

No, working with Vast is fun. Vast is unique, every track that I created for him I studied… I would sit there and say ok he’s going to flow on it like this and what amazes me is how he will always surprise you with the unexpected. There’s no pressure, it’s all science. Me and Vast search for artistic sounds, concepts, and try to keep it as real and gritty as possible.
Straight New York Hip Hop. Dueces Wild is amazing: it drops June 24th 2008!
Listen to that album and study it, it’s a complicated card game to play.

Frankly, I think the last couple of years have been quite bad in terms of what hip hop has produced (I think hip hop is too commercial now), but recently I have seen that things might change. New cats have surfaced with skills and charisma. People like yourself, but also Joell Ortiz, Jay Electronica, Elzhi and Wale (at different ends of the spectrum) seem to have that spark that hip hop needs. What do you think?

Yeah Joell Ortiz, Jay Electronica, ELZHI is amazing! Wale, and wait Blu & Exile (Did you hear that album Below The Heavens? BANGIN!!!!)
They are bringing the force back into hip hop!

I agree with you, I also think that Hip Hop is way too commercial now.
It’s just like what I said earlier. There are a lot of performers. Don’t get me wrong, performing is a talent, when I say performers I’m referring to individuals that focus on material things rather then there material. Material things always loose value as time progresses but good material can build something that is priceless.

Is there any hope for hip hop?

Yes! I believe that there is still hope. When struggles in life occur you start to hear the voice of pain respond. The voice of pain is the strongest, the outcry is heavy.
Look at the gas prices, watch, some dude’s car is going to run out of gas in the middle of nowhere and he’s going to come back with one of the greatest albums in history! LOL!

What does the future hold for Melodious Monk?

Melodious Monk is a different type of character; I hope the story can keep going.
It relies on the listeners, if you keep searching for Melodious Monk he will always exist.
If you stop, sadly he may disappear, so keep searching so that Melodious Monk can keep creating.

Can you talk about your current and future projects?

1st: I’m currently working on Dueces Wild with Vast Aire.
Dueces Wild
is a mysterious card game that I’m still learning how to play.
Vast Aire lays down the rules very clever but you have to really dig deep into all of the lyrics to understand. When you hear the album, don’t take a line that sounds simple as surface, its way deeper than you can imagine. It’s sort of like the game of “Spades” someone might play it and say, oh this is easy I have an Ace of hearts I’m going to win this book, but they didn’t read there hand, because there opponent is cutting hearts. It’s deep. I produced five tracks on that album: T.V. Land, Take 2, Back2Basics, Graveyard Shift, and The Man Without Fear.
The album drops June 24th 2008 show your support and pick that up the first day people.

2nd: I’m working on the new Melodious Monk album title The Forbidden Drug.
This album is intense… Musically, and lyrically, it focuses on the art of story telling but the main subject is “The Forbidden Drug”: similar to my first Japanese import release Guns this album has a deeper meaning to the title.
I'm going to give you a sample of what that album is going to taste like, listen to the track A Serial Killer: here’s a ruff advance copy exclusive for you.

There is much more music in the workings!

When will you be coming to Italy to play?

I’m going to try with all my might to get there ASAP, I love Italy.
Italy is the definition of BEAUTY! Italy is truly outstanding.
It would be an honor to play.

Any last words for your fans?

Thank you for the support; I’m a fan of each and every one of you.
Stick around don’t go anywhere this is just the beginning.
Feel free to stop by my myspace page anytime (myspace.com/melodiousmonk) and drop me a line or two.
On June 24 2008 go and get Vast Aire’s new album Dueces Wild.
Be on the look out for The Forbidden Drug.
Have a safe 2008, and I will see you all soon.


martedì 13 giugno 2006

Intervista a Necro



Riciclata da quella fatta da me alcuni anni ed apparsa su Rorschachonline.it…

Una indicazione: alcuni siti indicati nelle risposte sono decisamente hardcore e vietati ai minori. Benpensanti, occhio!


Quando hai iniziato la tua carriera, nessuno nel mondo del rap parlava di violenza e sesso (almeno non nel modo in cui lo fai tu). Come ti è venuta l’ispirazione che ti ha portato a sviluppare il tuo stile?

Sono stato ispirato da rappers come i Geto Boys e Kool G Rap, e dal death metal di gruppi come Sepultura, Pestilence, Obituary, da un sacco di roba malata, dai projects (i quartieri popolari, ndR), tutto ciò che è malato.

Oggigiorno, un sacco di rappers scrivono rime violente e fanno i duri. Che cosa ti rende unico?

Io sono vero, rappresento la mia merda e non sono un internet mc, faccio la mia cosa, faccio succedere le cose, le mie basi sono originali e non suonano come nessun altro, mi prendo il mio tempo per ogni rima che scrivo, ogni riga è interconnessa, sono figo e basta, e sono l’unico.

Sei probabilmente il rapper più violento del pianeta, eppure hai prodotto le basi del gruppo politicamente impegnato Non Phixion. C’è contraddizione, in questo?

No. Quale sarebbe la contraddizione? Io faccio quello che mi pare perché io decido, faccio le regole, non seguo ciò che gli altri pensano o fanno a meno che non lo scelga io, per cui è possibile per me produrre chiunque e rimanere comunque brutale con la mia musica; tutto è possibile finchè mi va bene, non mi contraddirò mai.

Quali sono le tue influenze, anche al di fuori del rap?

Tutta la roba più figa, tutto ciò che è malvagio, tutto ciò che è oscuro, tutti i rapper pazzeschi dai Geto Boys a Kool G Rap a Rakim e Big Daddy Kane a KRS One. Voglio dire, chiunque è stato influenzato da questi personaggi, è solo come fai la tua cosa che importa, alla fine ti devi creare il tuo stile personale.

Sii sincero. Quanto ti piace shockare la gente?

Non penso di stare shockando le persone, non è quello il punto, il punto è fare musica dura che mi faccia sentire bene e mi dia i brividi quando la sento. Non penso: "Ooooooh, voglio shockare le persone". Non mi capite, questo non è un trucco, io rappo dal cuore di stronzate che sento e cui mi rapporto, fanculo lo shock.

Sei un rapper di grande talento. Non ti scoccia che alcune persone vedano solo il lato shockante delle tue canzoni?

Quelle persone mostrano la loro vera faccia, perchè se qualcuno mi è contro dimostra solo chi è, io rappresento la strada, il gore, la brutalità della vita, la lotta, la rabbia, l’aggressione, il death metal, il vero hip hop eccetera. Quelli che ce l’hanno con Necro non supportano la scena, sono fottuti conigli spaventati dalla vita di strada e dalla realtà della vita, vogliono vivere in una dimensione falsa in cui le stronzate non sono reali, ma false. Non si può negare la realtà della morte, violenza e pornografia. E’ lì e ci resterà più di quelli che vi si oppongono.

Sei anche un regista, e la tua estetica è molto affine a quella dei blaxploitation movies. Sei influenzato anche da altri generi? Chi sono i tuoi registi preferiti?

Gli anni ’70 sono una grossa influenza, io amo gli anni ’70 e anche la exploitation. In generale, mi piace sfruttare le cose per riderci su o analizzarle. Amo i registi pazzeschi come Scorsese, Stone, De Palma, H. G. Lewis, Joel Reed eccetera.

Hai una grandissima passione per il porno. Hai mai pensato di dirigere un film porno? Quali attori e attrici ti piacerebbe dirigere?

Mi piacciono i pornazzi, ne stavo per dirigere uno, ma fanculo, meglio vendere buoni film porno e basta, ed è per questo che ho un altro sito che aprirà fra poco, www.sexpertvideo.com. Fare film porno è un lavoro, e non voglio che la mia musica hip hop ne soffra. Non farò film porno ora ma certamente appena sarò multi-milionario.

Ci sono altri media che ti piacerebbe esplorare? E i fumetti?

Vorrei fare tutto, ma non tutto può essere fatto oggi. Ci vuole tempo e denaro, ma alla fine farò tutte queste stronzate. Sono come i Kiss, penso di poter vendere Necro a tutti i livelli, restando sempre figo. Se non è roba figa non la faccio, non voglio che la mia merda sia sdolcinata, ma se qualcosa è "hot" si può fare, questo è come la vedo io, io faccio le regole.

Leggi molti fumetti? Sul tuo sito, ed in alcune cover (ad esempio, quella del singolo di The Most Sadistic), si vedono immagini manga…

Si, ho sempre letto fumetti sin da quando ero bambino. Naturalmente non leggo comics come una volta, ora, ma sono occupato a portare avanti la mia etichetta, ora leggo libri.

Sei stato fra i primi rappers e musicisti ad abbracciare l’e-commerce, con Necrohiphop.com. Quanto è stato benefico, secondo te, l’apporto del web per la tua etichetta Psycho+Logical- Records?

Ha avuto molto successo, mi fa guadagnare la grana: ricevo ordini anche quando sto dormendo, ne traggo un sacco di benefici e ora con www.sexpertvideo.com avrò due siti, cioè due fonti di guadagno, e con la mia etichetta tre.

Psycho+Logical- Records è una piccola etichetta, ma la lista degli artisti che vi collaborano è ottima. In un mondo ideale, chi altro vorresti che lavorasse per te?

Sono molto contento di lavorare con i miei compari, ma tutto gira intorno ai soldi, per cui se avessi i soldi per agganciare quelli che rispetto farei dei pezzi con loro. Ma non voglio mai avvicinarmi a nessuno a meno di non poterli pagare, perché so come è: io odio quando i ragazzi mi chiedono di rappare sulle loro stronzate e non mi possono pagare la mia piccola parcella del cazzo, quando li aiuterebbe come investimento. Ricevo almeno una email al giorno di ragazzi che mi vogliono sui loro fottuti dischi.

Come ti vedi fra dieci anni? Sempre a fare le stesse cose? Quale pensi sarà la tua progressione?

Sarò miliardario, certamente multi-milionario, e le cose non cambieranno eccetto per il fatto che io controllerò la mia carriera hip hop, la mia base di fans sarà più di un milione e io realizzerò roba fighissima, le mie cose migliori, solo per loro. Ma anche se sarò più ricco ed intelligente di molti altri, non significa che non andrò in strada a romperti la faccia se mi manchi di rispetto, i soldi mi renderanno solo più cauto in quello che faccio. Merda, avere tanti soldi è allucinante, avrò tutto ciò che voglio nella vita e perciò alcuni saranno incazzati. I miei nemici cresceranno, così logicamente cambierò, ma non nel senso di dimenticarmi da dove vengo. Aiuterò la gente, sarò sempre quello di oggi ma sarò al prossimo livello. Porterò la mia merda ad un livello più elevato, probabilmente ad un livello che nessuno ha mai raggiunto prima col mio stile e questo è quanto. Chi lo sa che cosa accadrà, ma farò il fottuto botto, questo è sicuro.

Vuoi dire qualcosa ai tuoi fans italiani?

Yeah, tanto amore per i tipi, leccate le vostre donne, e non bevete piscio o soffocherete. Rispetto per i fans italiani, metà della mia crew è fatta di ragazzi italiani, connettetevi a www.necrohiphop.com e www.sexpertvideo.com e spendete i vostri soldini!