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lunedì 25 marzo 2013

Fenomenologia dei Cambi di Nome nel Rap


Sarà l’età, sarà la routine, ma a un certo punto capita a tutti. Arriva una certa insicurezza/insoddisfazione e i rapper devono cambiare nome.
Il primo che mi ricordo è stato Frost, seguito a ruota da Tragedy Khadafi.
Ma nel loro caso, la cosa sembrava naturale e giustificabile: è un po’ difficile spacciarti come “Kid”, quando l’età è vicina alla pensione, e certamente la parola “Intelligent” stona, quando stai sforacchiando i vestiti di Versace dei nemici a colpi di Uzi.
Così come non fu una sorpresa che, dopo certe tragedie personali, Zev Love X dei KMD ritornasse in scena sotto la nuova guisa di MF Doom, completo di maschera da Dottor Destino e tutto.
Successivamente, la poli-identità artistica è stata sdoganata definitivamente dal Wu-Tang. La necessità di re-invenzione da parte di Prince Rakeem (diventato The RZA) e Genius (The GZA), nasceva dal fatto di rifarsi una verginità dopo i non esaltanti trascorsi in Tommy Boy e Cold Chillin’ rispettivamente, e si è trasformata in un trionfo di soprannomi per ogni membro del Clan (come dimenticare l’esilarante skit di Ed Lover sul secondo album di Method Man)? Va notato che, però, a parte qualche aggiustamento nello spelling, i membri originali del Wu-Tang hanno sempre inciso con lo stesso nome, nonostante la cornucopia di pseudonimi.

Lo sdoganamento del cambio d’identità, successivamente, ha favorito tre tipi di cambio di identità:
1) cambi di nome per motivi legali: mi vengono in mente Smiff’n’Wessun in Cocoa Brovaz, il breve giro degli Artifacts come Brick City Kids e Slum Village/J88. Probabilmente, il discorso vale anche per Jay Dee/J Dilla (oltre alla necessità di differenziarsi da quel monumento vivente all’imbarazzo che è l’altro JD, Jermaine Dupree). In questo caso, poco da dire: la regola 4080 vale sempre, nell’industria del rap.
2) Cambi di nome per poliedricità: alcuni artisti hanno una tale gamma di espressione artistica che è difficile ingabbiarli in un solo moniker: Madlib (DJ Rels, Beat Conductor/Konducta/Konductah), Kool Keith (Dr. Octagon, Dr. Dooom, Big Willie Smith, Tashan Dorrsett etc.) e il già citato Zev Love X (MF Doom, King Gheedora, Victor Vaughn), hanno inciso sotto una varietà di nomi che in massima parte giustificano i vari pseudonimi usati, e testimoniano il livello di ossessione per il Wu-Tang del signor Daniel Dumile.
3) Cambi di nome per indecisione/opportunismo/coglioneria: qui la situazione si fa già più imbarazzante: di solito, infatti, gli artisti che iniziano in un modo e a un certo punto cambiano nome commettono due errori. Il primo è quello di scegliere nomi più scadenti/noiosi/idioti degli alias iniziali (un chiaro esempio sono 2Pac/Makaveli, Medaphoar/MED, Everlast/Whitey Ford, Puff Daddy/P Diddy/Diddy e 8-Off/Agallah/Don Bishop Agallah, che prenderebbe il premio se non ci fosse quel capolavoro del nonsense che è Mos Def/Yaasim Bey). Un errore chiaramente imperdonabile, ma mai come il secondo: consegnare di solito la carriera alla mediocrità. Esempi? Cappachino/Cappadonna (dopo la prima apparizione su Cuban Linx e il primo album, è stata tutta discesa), Jo-ell Quickman/Joell Ortiz (vabbè, nel suo caso non c’è mai stato altro, nonostante mezzi di base impressionanti. Incidentalmente, il primo nome era inascoltabile!), ma anche MF Grimm/Jet Jaguar/GM Grimm. Nel caso di Freddie Foxxx/Bumpy Knuckles e di What What/Jean Grae, l’eccezione che conferma la regola vuole che questi ultimi due siano riusciti, almeno per qualche momento, a riaccendere l’interesse su di loro.
4) Cambi di nome nel tentativo di rinvigorire la propria carriera. E qui arriviamo all’apice della tristezza, in quanto questo cambio di nome è l’ultimo colpo di coda prima dell’oblio. Senza ritorno, parrebbe. Ricordate N.Y. Oil (Kool Kim degli UMC)? Dr.Ama (Dark Skinned Assassin)? Swigga (L-Swift dei Natural Elements)? Supercoven (Goretex Medinah dei Non Phixion)? No? Nemmeno noi.
Quantomeno P.A.P.I., ovvero l’incomparabile Noreaga, ha avuto il buon senso di ammettere che si tratta di un tentativo: se le cose vanno male, tornerà a farsi chiamare N.O.R.E., come sempre. Più che pragmatico, thugmatico. Sono sicuro che gli piacerebbe.
E ora arriva la pietra tombale a questo trend. Gucci Mane ha recentemente annunciato su Twitter (per altro senza errori di ortografia- anzi, solo uno) che da Luglio il suo nuovo nome sarà Guwop.


Guwop.


Guwop.


Guwop. Ora possiamo morire contenti.*



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* I cinghiali veri, invece, non cambiano mai nome. Vedi Shorty Shit Stain, che resta coerente in saecula saeculorum.

venerdì 22 marzo 2013

Cinque Duetti Che Ci Siamo Evitati



Notorious B.I.G. non è mai stato il mio rapper preferito, ma mi capita di pensarci. Spesso, ultimamente. Era uno bravo: la natura lo aveva dotato di quasi tutto quello che serve per essere il numero uno. Flow, voce, umorismo, senso della costruzione delle canzoni, one-liner devastanti (“Your reign on top was short like leprechauns”, anyone?), e via dicendo: aveva tutto.
E quando è morto, così tragicamente, ha lasciato molti rimpianti (tranne che nel caso del suo supposto migliore amico, che è diventato personaggio globale solo grazie allo sfruttamento dell’immagine di Biggie. Prima era noto soprattutto per essere quello che faceva il duro alla Uptown, e poi andava a piangere di non essere licenziato). Ma, a posteriori, si potrebbe pensare che la carriera del Notorious One fosse già in fase discendente, per certi versi. Quello che è sicuro, è che il tempo è stato galantuomo e i primi due album di Christopher Wallace suonano ancora molto bene.
Un’altra cosa che è sicura, ancora di più della prima, è che la tragica morte precoce ha impedito a Notorious B.I.G. di sputtanarsi come hanno fatto tanti suoi colleghi.
Morendo quasi due decadi fa, infatti, si è risparmiato l’umiliazione di cinque duetti che, se fosse ancora vivo, Biggie avrebbe sicuramente registrato:

1) Rhianna. Questo è sicuro al 100%. Immaginatevi Biggie in qualcosa di goffo come Umbrella pt. 2 o similia. Peggio, immaginatelo in un video tipo Take Care, con il bianco e nero “artsy”, qualche animale a caso e i calzoni stretti. Come bruciarsi una carriera in tre minuti, scanditi dai coretti da gatta morta di Rhianna.

2) Lil Wayne. Anche questo è una scommessa pressoché sicura. E il fattore brivido è ugualmente alto. Già me lo figuro, a partire dal campione dei Communards o altra mondezza da one-hit-wonder di metà-fine anni ’80 (Go West? One Night in Bangkok? Flash and the Pan? Oppure i ’90? La mente vacilla). E sento nel retro del cervello quella vocetta da rana bollita di Wayne che, dopo il primo verso di Biggie, si insinua nelle nostre coscienze: “Yoooooooooo... It’s ya Boy Wayne... Drinking sizzurp with my man Biggieee... Making Millions! Young Money! Bad Boy! Tougher than Nigerian hair...” per poi partire con qualche non sequitur dei suoi, o una delle mille metafore scontate sulle stagioni. Nel video, manco a dirlo, ci sarebbe stata una sequenza slo-mo in cui baby si sfrega le mani per dieci secondi mentre cammina su una strada in cui sono allineate tante future deputate del PDL. E esplosioni di fuochi artificiali. Tante esplosioni.

3) Gruppo pseudo rock prodotto da Timbaland. Devo aggiungere altro?

4) David Guetta. Non voglio aggiungere altro. Anzi no. Il video sarebbe stato certamente in piscina e la base pseudo-house di quart’ordine.

5) Rick Ross. Possiamo solo immaginare il livello di stalking che il Bawse avrebbe fatto a Biggie per averlo su un suo pezzo. The Emperors, World’s Fattest, o America’s Illuminati il titolo più probabile, a giudicare dalla fantasia dell’agente Ross quando si tratta di fare collaborazioni con i pesi massimi. In tutta onestà, devo anche dire che un beat dei J.U.S.T.I.C.E. League con verso di Biggie non avrebbe fatto nemmeno così schifo, ma l’immancabile remix con Wale, Meek Mill e Drake mi sfianca anche solo come possibilità. Video in yacht? L’idea di Ross e Notorious in bianco non la voglio nemmeno contemplare.

mercoledì 5 ottobre 2011

There's a War Goin' On Outside… Intervista a MCP

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L’uscita dei due volumi di Esse Esse War, mixtape fortemente voluti dalla coppia Josè Quervo/Senka (ovvero Morto che Parla), a Sassari è stata salutata come un piccolo evento. Compilation eterogenea ma non troppo, Esse Esse War ha radunato quasi tutte le migliori realtà del rap turritano, di cui in questo momento MCP sembra essere centro nevralgico, anche visto il lavoro con l’etichetta La Mannaia Records, che sta diventando un punto di riferimento per molti talenti della scena. Forse proprio con Esse Esse War Senka (SNK nel proseguo) e Josè Quervo (JQ) hanno fatto il salto di qualità, dopo avere affinato le skills con anni di demo e concerti senza sosta. Ci sembrava giusto parlare del progetto “pivotal” della scena sassarese proprio con loro, dopo l’uscita di singoli e video e in attesa di altri video e di serate a tema.

1) Come e quando è nata l’idea di Esse Esse War?
SNK
Il termine Esse Esse War è stato coniato circa 3 anni fa, durante le registrazioni di Necro Loquio, per indicare la nostra condizione, cioè gente che fa guerra a Sassari. Per guerra s'intende la musica, il modo con cui noi portiamo avanti una "guerra psicologica" contro tutto quello che ci fa schifo.

2) Volete parlare del mixtape per chi non lo conosce?
JQ
L’idea del mixtape è nata subito dopo aver fatto uscire Necro Loquio. Al tempo facevamo diverse collaborazioni con i Gremi Flow e visto che ci eravamo trovati bene con gli mc’s che hanno fatto i featuring in NL, abbiam deciso di tirare su un progetto come Esse Esse War, cercando di far rientrare tutte le persone che rappassero o facessero beat e che a nostro parere fossero in grado di tenere alto il livello del rap made in Sassari. I nomi non stiamo ad elencarli, basta che scaricate i due volumi e vi sentite quanta bella gente c’è dentro.

giovedì 29 settembre 2011

The Lov.EP Conversations


Francesco Mariani in arte Rupez è un rapper che ha fatto un EP, dal titolo Lov.EP, che rischia di diventare un game changer. Nell'era della ricerca ossessiva di visualizzazioni su Youtube, il giovane barbaricino se ne fotte della moda e rischia in proprio: inutile dire che il risultato è una collezione di canzoni personale e di impatto, d'impostazione classica ma mai datata, anzi fresca nella propria identità ben definita. Mi sembrava giusto parlarne (e vedrete nel corso dell'intervista che le peculiarità di Lov.EP sono tante): in maniera strana e imprevedibile, alla vigilia della chiusura delle vendite dell'EP in edizione limitata, stranamente (per uno riservato come Rupez), ne è venuta fuori una chiacchierata in cui a volte i ruoli dell'intervistatore e dell'intervistato si confondono (anche se io cerco di stare nel mio, non era questo lo spazio per i miei eccessi) ma in cui tutto lo spirito di Lov.EP viene fuori in maniera unadulterated. Buona lettura.



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1) Vuoi parlarci della genesi di Lov.EP? È vera la cosa che è stato scritto in poco tempo e che le basi sono state scelte “a caso”?
Sì, è vero che è stato scritto in pochi giorni, ma non è esatto dire che le strumentali sono state scelte a caso.
La storia è questa: ero a Nuoro dai miei per il Natale, e, non avendo lì internet, di solito lavoro a photoshop o disegno quando non esco. Una sera stavo appunto finendo un lavoro, e nel mentre ho aperto a caso una cartella di strumentali tra le tante che ho nell’hard-disk da mettere in sottofondo, e ho sentito la base di Volando Via… ho sentito subito l’istinto di scriverci ed è uscito il pezzo, senza pensarci troppo, di getto, in un’oretta circa. Diciamo che io scrivo così, sempre, senza preoccuparmi dell’ermetismo eccessivo o di chi possa ascoltare i pezzi. Non mi interessa minimamente chi ascolta, perché parto dal presupposto base che scrivo per me e basta. Io scrivo e faccio la musica che vorrei ascoltare io (questo quando non ho scadenze o devo scrivere per i featuring, dove lì il discorso è diverso e un po’ più ragionato su un certo feeling tra me e chi sta con me sul pezzo, per non creare troppo distacco…).
Comunque poi dopo aver scritto Volando Via, ho sentito la base di Aspettando: ho visto un filo tra le due e l’ho solo teso, e da lì in poi ho solo cercato di stare su uno stato d’animo nei giorni successivi, che poi si è modificato ed evoluto nei testi e parole… quindi, per esempio, la base di Tu è stata scelta perché doveva fare da boom emotivo… la comparsa, il finalmente vederLa! Santostereo invece è la speranza, il rialzarsi dopo la caduta, la vocina dentro che ti dice”dai!!!”, e così le altre basi mi hanno dato lo stato d’animo giusto su cui raccontare questo… Tutto questo è successo nei 5 giorni dal 27 al 31 dicembre, che infatti sono quelli scritti sull’adesivo attaccato allo slim.
Per me non è poco… ho scritto un EP di 7 pezzi in un fine settimana! Non guardo queste cose, se ho tempo e sopratutto “sento” ciò che sto scrivendo, tutto è più facile e veloce… non sono di quelli che si mettono e dicono “ah, adesso faccio la supermetrica” o “adesso faccio il pezzo hardcore o per ridere”. Scrivo sentimenti, o meglio, cerco di descrivere l’emozione che può dare ogni situazione… in altra maniera non saprei fare. Vivo di mio tutte le cose molto di stomaco, e la mia musica è riflesso obbligato di una sensazione più viva e immediata possibile. Questo EP sono i miei giorni di allora (“i giorni sono i miei, ma te li sto dando”).

venerdì 3 giugno 2011

Shadez of Fat


Ultimamente, data anche la mia spiccata propensione ad aumentare di peso (e di panza), mi sono messo a riflettere sul discorso “Grasso è bello”. Che detta così è una banalità di quelle a là “Non ci sono più le mezze stagioni”. Una stronzata pazzesca, infatti.
E dire che il grasso il suo fascino ce lo ha. Nel calcio come nel rap come nel mondo del cinema, la mia visione romantica mi porta a vedere il “buzzicone” come una sorta di asceta che preferisce coltivare la propria arte piuttosto che dedicarsi ad attività di routine, noiose e per palati poco fini come l’ottenimento di un fisico cesellato.
Un Beto Acosta con il fisico di Walter Nudo sarebbe snaturato a dire poco.
Action Bronson magro perderebbe il 50% del potenziale.
John Goodman con 70 kg in meno sarebbe una nullità.
Lou Albano rende meglio in versione XXL, nel video di Cindy Lauper.
Ma al di là di queste forme più nobili e utopiche del grasso, dire che tutto il grasso è bello non regge: c’è grasso e grasso. Io per ora ne ho identificati quattro tipi, di grasso.
Il primo è il “non grasso”. In un mondo di Kate Moss cocainomani, una ragazza di più di 55 kg magari è considerata “in carne”, “cicciona”, “frustellona” o quel che volete voi. Non ci vuole molto buon senso per capire che è una fesseria, quindi sul “non grasso” non ci perdo più tempo del dovuto.
Mi soffermo di più, invece, sul “grasso di contorno”. Questo è quel grasso classico che si vede nei film, che solitamente trova in una alterità magra la propria ragione di vita. È un grasso ancora “recuperabile”, ma che per essere riabilitato deve (secondo la visione miope e stereotipata di Hollywood, per esempio) rinunciare alla pinguedine per abbracciare quel credo salutista-esibizionista che ben conosciamo (una sorta di California state of mind, se volete). Ma se questo grasso, con tutte le distinzioni del caso, esercita ancora le proprie facoltà intellettive (seppur con obbiettivi sbagliati), invece si cade nel baratro con il “grasso immondo”, la nostra terza categoria. Questo è quel grasso senza speranza di redenzione. Un grasso esagerato e ameboide che preclude ogni altra funzione. Un abominio estetico che non ha ragione di essere. Il passaggio fra l’esercizio prioritario della propria arte a una discutibile schiavitù nei confronti del cibo. Il Fat Bastard è un’ameba, mica un modello di riferimento.
Però c’è un altro grasso, quello bello: è il “grasso funzionale”. In questo senso, un po’ di sana abiura del narcisismo in funzione di una pinguedine non esagerata rimanda alla capacità di godersi certi piaceri intellettuali senza porsi limiti.
Ed è quello che rompe i tabù artistici. Most of my heroes are not on a diet, per parafrasare I Public Enemy. Notorious B.I.G. era fatto per rappare. Dubito che se fosse nato con le fattezze di Tyson Beckford avrebbe scritto pezzi meravigliosi come alcuni dei suoi.
Ripeto, il grasso funzionale, oltre che simpatico, ha un suo perché. Non ci credete? Chiedetelo a Maradona, Kevin Smith, Raekwon. E Action Bronson e Beto Acosta, già che ci siete.


domenica 3 aprile 2011

L’Arte di Usare un Solo Produttore

Dr. Lecter, di Action Bronson, è un progetto solido, anzi solidissimo. Non starò qui a farne la recensione perché non ho né tempo né voglia. Quel che interessa, a questo livello, è che Action Bronson è un rapper validissimo che sceglie di rappare “all’antica”, nel senso che le variazioni al flow sono pochissime (e non è necessariamente un male, anzi) e soprattutto che Bronson decide di affidarsi ad un solo produttore, Tommy Mas (per quelli cui importa, Mas è il produttore di Team Facelift, un gruppo a metà fra true-school e fighetteria il cui maggior successo, finora, è quello di essere apparso nel video di Barbra Streisand dei Duck Sauce). Action Bronson e Tommy Mas optano per un approccio organico e super-funky, riminiscente di cose old school e allo stesso tempo quasi sovraprodotto, funziona praticamente sempre, rendendo il progetto il migliore di quelli usciti nell’anno in corso.
In questo senso, con tutte le differenze del caso, l’approccio di Action Bronson è molto simile a quello di Roc Marciano e del suo Marcberg, non a caso uno dei migliori dischi dell’anno scorso (forse il migliore, ma poco importa).
Roc Marcy aveva fatto tutto da solo, registrando in lo-fi, mentre Bronson (che pure sa produrre), ricrea quella classica alchemia beatmaker-rapper che tanto ha dato al genere, ma l’intento è esattamente lo stesso.
In questo senso, Bronson estremizza la linea dei compari Outdoorsmen Meyhem Lauren, J-Love e Shaz Illyork che, seppure affidandosi a un certo numero (nela maggior parte dei casi limitato) di producers, avevano cercato una omogeneità di fondo del suono (vorrei un album-EP di Shaz con Don Producci, per esempio), e riporta in primo piano un’arte dimenticata: quella di fare un album con un solo produttore, mossa vincente dell’ultimo decennio degli anni ‘90 (un nome per tutti: RZA) oggi caduta nel dimenticatoio a livello mainstream.
Ma, nelle frange più o meno recondite del genere, qualcosa si sta muovendo: Pete Rock, dopo avere registrato 80 Blocks from Tiffany’s con i Camp Lo,  sta per mettere in cantiere un progetto con Smif ‘n’ Wessun, mentre la grande speranza-hype del momento, Odd Future, ha stimolato una serie di paragoni con il Wu-Tang, non fosse altro che per il peso (anche musicale) del mastermind Tyler, autore della maggior parte delle produzioni. Se aggiungiamo che Random Axe (Guilty Simpson, Sean Price e Black Milk) sarà tutto orchestrato da Black Milk e che Return of 4Eva di Big K.R.I.T. (che fa tutto da solo) aggiorna con freschezza i canoni “southernplayalistici” della Dungeon Fam, si nota un trend che, alla lunga, al di là dei risultati, non potrà che avere un effetto positivo sul genere hip hop, al momento vessato da troppi rappers tutti uguali e da album formulaici. Il “superproducer” ha senso solo se aggiunge valore ad un album. Se è solo un modo per rendere facile la vita dell’A&R, non ci siamo. Ma ora, almeno, c'è speranza.


lunedì 14 marzo 2011

10 Motivi Per Cui Odd Future Non Possono Essere Considerati "Horrorcore"

1) I calzettoni da pornoattore anni ‘80 di Tyler;
2) L’immaginario skate/fast food;
3) C’è una donna all’interno della crew;
4) Nessun campionamento preso da film horror/skit ispirato film dell’orrore;
5) Rolling Papers di Domo Genesis;
6) Qualunque album dei Jet Age of Tomorrow;
7) Le copertine in “bassa fedeltà” fatte con Windows Paint;
8) Il font Cooper Black;
9) Tyler che dice “I am a fucking unicorn” in una intervista;
10) Rappano bene.

martedì 8 marzo 2011

La Redenzione di Tony Yayo

Che rappando Tony Yayo sia un cesso lo sanno anche i sassi (pure quelli di Matera, che ultimamente non se la passano bene, a quanto si dice). Che il rapper sia riuscito a distinguersi come rapper più scarso della G-Unit (dove pure non è che mai siano stati abbondanti i fulmini di guerra) è certamente un traguardo notevole.
E ancora più notevole è certamente il fatto che il suo Thoughts Of A Predicate Felon sia stato probabilmente il peggior album uscito sotto etichetta G-Unit: viste le cagate post  Beg For Mercy, è certamente un record impressionante.
Detta così, sembrerebbe finita (“un chiodo nella bara”, direbbe Eminem) per Yayo, ma non è questo il caso, anzi. Questo è un post di apprezzamento. Se mi seguite un attimo, provo a spiegarmi.
Assodato che le qualità tecniche gli fanno difetto, infatti, il buon Marvin, che è un “goon” coi controcazzi (non ha problemi a picchiare anche i ragazzini, se questo può essere utile a 50 Cent), ha una qualità che è rara, anzi rarissima nel business di oggi. Qualità che lo rivaluta del tutto e che cancella qualunque misfatto pseudo R’n’B o rima zoppicante.
Tony Yayo è uno di quei rarissimi artisti che sanno ritagliarsi una fetta di celebrità per fare quello che vogliono. Per essere più chiari, al di là dei compromessi da fare con la Interscope, Yayo è conscio che la “fan-base” che la G-Unit si è costruita nel corso degli anni può servire anche per assorbire quella che è la produzione più personale dell’artista. Che non necessariamente è quella “trademark” della G-Unit (suoni “lisci”, megamastering e canzoni da un milione di dollari su cui impostare le generiche schermaglie gangsta).
Trovo molto rinfrescante che Yayo sia un fan del Based God Lil B. Adattando il sistema “based” alla propria estetica, Tony Yayo riesce a coinvolgere l’ascoltatore in un caleidoscopio di rime disgiunte e non sequitur sorprendenti che aggiungono fascino ai limitati contenuti e flow del rapper. Se a questo si aggiunge che l’orecchio di Yayo per i beat è di sicuro migliore della media dei colleghi e che a questo il “Gun Powder Guru” accoppia un’ottima capacità di apprezzare rappers diversi, non solo da quanto uno si aspetterebbe rispetto all’affiliazione del newyorkese, ma proprio in generale, è facile capire come la redenzione sia completa.
Per una conferma, basta ascoltare Hawaaian Snow, tutto realizzato in coppia con Danny Brown da Detroit, uno dei rappers più interessanti in giro in questo momento. La voce nasale di Brown e il suo flow a base di immagini al contempo disgustose e accattivanti nella costruzione delle metafore fanno da perfetto complemento alla cadenza leggermente “stoned” e minacciosa di Yayo nella rivisitazione idiosincratica dei classici concetti G-Unit, contaminati da un immaginario da crack-strip club, fumetti Marvel, film di mafia a basso budget e riminiscenze “trap-hop”. Yayo si sa reinventare in maniera naturale, fa quello che gli piace fregandosene delle mode, realizza un mixtape con un solo produttore (Doe Pesci dal Queens) con un complice dai calzoni stretti come Danny Brown e l’unico ospite che chiama è Lil B, egualmente amato ed odiato per il proprio rap spontaneo e privo di regole e sicuramente all’opposto delle posizioni, in teoria.
Per me la redenzione è completa. Se qualcuno di voi invece ha dubbi, si recuperi Hawaaian Snow e poi ne riparliamo. Qui sul blog, possibilmente.

domenica 27 febbraio 2011

(Di)Battito 2

Dopo la prima parte, sono prevedibilmente arrivati alcuni suggerimenti riguardo a batterie suonate che avevo dimenticato. Ne elenco alcune altre sotto.

Doug E Fresh & Slick Rick - The Show

Eric B. & Rakim - I Ain't No Joke

Boogie Down Productions - Criminal Minded

Whodini - The Freaks Come Out at Night

Audio Two - Top Billin’

Bonus:
Too Short  - Freaky Tales

venerdì 25 febbraio 2011

(Di)Battito

L’hip hop, nella sua accezione più nobile, è il regno del campionamento spinto e “di classe”. Senza inoltrarci in una (noiosa) analisi dell’estetica del digging, che sarebbe totalmente fuori luogo in questo contesto, penso che sia innegabile che si ricordano con molta più facilità i loop di batteria campionati che hanno fatto la storia del genere, dagli stracitati Amen Brother, Apache e Funky Drummer in giù.
Ma ci sono alcune notevoli eccezioni, ovvero loop di batteria che non sono stati campionati, bensì tirati fuori dalla drum machine o dal campionatore (usando suoni della 808 o suoni campionati, poco importa), e che sono rimasti memorabili.

Ne cito tre, di importanza diversa e in ambiti diversi. Certamente PSK (What Does It Mean)? è insuperabile, ma si potrebbe arguire che per il movimento underground “backpacker” di fine millennio, alla fine The Fire In Which You Burn non fosse da meno.

Run DMC - Sucker MC's

Schoolly D - PSK (What Does It Mean)?


Company Flow - The Fire In Which You Burn

lunedì 17 gennaio 2011

Full Metal Jacket

DJ Dead Eye Presents: Full Metal Jacket è un mixtape che il DJ della ST. da Squad/ShowOff mi ha regalato in occasione del concerto di Termanology a Sassari una decina di giorni fa e che fa da ideale preludio all'album di Dead Eye in uscita, su cui vi aggiorneremo a tempo debito.
Ben eseguito, ancorché non originalissimo come concetto (i campioni di Full Metal Jacket, per quanto ben assortiti, sono stranoti), il mixtape scorre bene, soprattutto per una buonissima selezione di beat e per sessioni di scratch non invasivo che qui sono sempre apprezzate. DJ Dead Eye Presents: Full Metal Jacket è apprezzabile perché, invece di puntare sulle "solite" canzoni top 10, è invece pieno di freestyles/esclusive dalla scena di Boston (più qualche comparsata di Cormega, AZ e Royce, che non fa mai male). Inoltre, il mixtape (che non so quando sia uscito originariamente) si segnala per una versione "fritto misto totalissimo globale" (word to Caccamo) del remix di I Wanna Rock f. Cani e Porci: da sentire, non fosse altro che per il fatto che dura 19 minuti (!).
Qui in versione rippata da me e a 256 kbps con le due copertine originali (che non ho visto in giro, ma potrei sbagliarmi).


sabato 8 gennaio 2011

Guida (S)Ragionata a Esse Esse War Volume 1

Più o meno due mesi fa, usciva in free download la compilation Esse Esse War Volume 1, il primo di una serie di “mixtape”[1] tesa ad illustrare in maniera relativamente esaustiva quella che è la scena hip hop sassarese.[2] Ed in questo sta il maggiore trionfo e, allo stesso tempo, la sconfitta della compila.[3]
La “scena” sassarese, infatti, è affascinante per una serie di ragioni,[4] la prima delle quali è che non è una scena nel senso comune del termine. Infatti, a Sassari non esistono artisti sotto contratto di qualsivoglia etichetta, dischi prodotti professionalmente (se si eccettua Un Attimo Di Riflessione di Giocca, uno dei prime movers della città e uno dei rappers con maggiore seguito cittadino, che se lo è fatto mixare in Francia) o vecchie glorie, anche bollite, con qualche cicatrice di battaglia.[5] Queste caratteristiche sono riscontrabili in altre zone importanti dell’isola, come Nuoro (culla degli “O.G.” Menhir, ancora attivi e padrini dell’hardcore sardo) o Cagliari (patria degli ex Sa Razza/SR Raza, uno dei gruppi storici del periodo “posse”, e altri nomi un tempo conosciuti come Maku Go &Sardo Triba, fra gli altri).
Eppure a livello di rap fatto bene (qualunque cosa ciò voglia dire: per comodità, mi riferisco a quello con testi ben scritti e/o arguti, ben rappati a livello metrico, e basi musicali ascoltabili ancora dopo un mese dal download), né Cagliari né Nuoro, se uno è onesto intellettualmente, possono essere minimamente paragonate a Sassari, oggi[6]: Nuoro per motivi prevalentemente numerici, Cagliari per motivi storico/culturali.
Infatti, se a Nuoro non mancano gli MC (molto) validi dal punto di vista tecnico, è forse l’esiguità dei partecipanti a costituire il punto debole della città barbaricina. Cagliari, invece, sebbene capace di assurgere spesso alle cronache (quantomeno quelle di defunti magazine “mitici” come Aelle), storicamente è sempre stata scarsa proprio dal punto di vista tecnico, interessata invece a pose da poseur[7] che replicassero le cafonerie West Coast in salsa di mirto e olive.[8]
Come dicevo, il paradosso e l’interesse di Esse Esse War Volume 1 stanno entrambi nel fatto che quello sassarese è un “movimento” che, sebbene anche il più ingenuo degli osservatori non può non considerare destinato a non andare da nessuna parte, si mostra vitale e, cosa più importante, valido dal punto di vista eminentemente “artistico”.[9]
Certo, quello che la compilation evidenzia è che i segnali sono spesso contraddittori, le direzioni spesso non ancora affinate e i pezzi di qualità (sonica e lirica) altalenante, ma alcune (piacevoli) conferme si possono certamente trarre.[10]
Sassari non è Milano, in cui i ragazzini, a colpi di “zio”, possono sognare di diventare i nuovi Dogo, qualunque cosa ciò voglia dire,[11] e non è Roma, dove i fantasmi possono essere esorcizzati a colpi di vizio e di nichilismo (invero) romanzato in stile Romanzo Criminale e/o TruceKlan.
Sassari è un posto di profondo disagio sociale, in cui la gente rifiuta quella che da altre parti è l’alternativa più logica, per quanto dolorosa: andare via.
A Sassari l’aggettivo “urbano” porta con sé caratteristiche solo negative: si sente nel cemento e nella speculazione edilizia. Tutto ciò che di buono hanno gli agglomerati urbani (centri sociali, eventi di tipo culturale, concerti, tanto per dirne tre), a Sassari non esiste.
Sassari, nel bene e soprattutto nel male, non è “cool”. A Cagliari ho visto un concerto dei Sonic Youth (!), a Sassari al massimo qualche buona band italiana (tipo gli Afterhours).[12]
A Sassari, se fai rap non sei nemmeno un “nemico” o uno da reprimere. Al limite sei uno strano. I fascisti e i figli di papà vanno in discoteca, e nella società del consumismo hanno già vinto, con le loro macchinone e il cash facile. Agli altri, come quelli di Esse Esse War Volume 1, resta il microfono, il computer/campionatore e due giradischi (o un controller).[13]
È questo denominatore comune a tenere insieme il disco: non una celebrazione della “sassaresità/sassareseria” (così ben caratterizzata, nel bene e nel male)[14], ma una guerra a colpi di decibel dal retrogusto più disperato che anti-sociale, filtrato attraverso un immaginario antagonista (un po’ horror-metal, a volte, vedi i campioni dei film usati come intro) e fieramente tecnico.
A Sassari, nessuno si può permettere di rappare di soldi, coca e puttane: intanto perché nessuno ha abbastanza grana per farlo, e poi perché l’America (figurativamente e letteralmente) è davvero lontana.
Gli sbirri non ti pestano, e allo stesso tempo non si fanno corrompere:[15] quindi tutto quello che ti resta è comprare un po’ di alcol e qualche spinello e stonarti di sostanze che creano dipendenza e soprattutto di musica.
Musica che, dal punto di vista stilistico, ha relativamente pochi punti di omogeneità, per la verità. In Esse Esse War Volume 1, se i Gremi Flow si fanno portatori di un’estetica abbastanza “dark” (debitrice di certe produzioni di Dr. Dre e Eminem in senso lato, sembrerebbe), gli Ashtra Gubba optano per una sampledelia “trash” anni ‘80. Se i South’s Seed si uniformano al credo più paradossale di un “dirty South” alla sassarese (Auto-tune e colpi di simil 808 inclusi), i Rigantanti rimangono sul soul più classico. Se Cosimo Martinez segue una traiettoria più elettrica e “moderna”, i Raighinas riescono nell’impresa di registrare Syl Johnson sotto un cuscino.[16] Senza dimenticare il boom-bap classico metà anni ‘90 su cui Giocca cesella l’anthem sassarese su cui rappano tutti i protagonisti del disco e il groove West della “smokin’ life” di Senka.
Facendo un attimo una digressione, forse questo è il difetto più visibile della “scena” hip hop sassarese (ma non solo): mentre le controparti metal dei rapper sognano (probabilmente) di fare dischi con la coesione stilistica di un album dei Sabbath, degli Slayer o persino di Marilyn Manson, chi appartiene alla generazione hip hop odierna, cresciuta con album generalmente “patchwork”, non può concepire affatto l’idea di compattezza sonora.[17]
Appena alcuni dei membri della scena sassarese riusciranno a costruirsi una identità musicale forte, vedremo se faranno cadere le premesse di ciò che mi ha portato a scrivere qui.[18]
A livello di versi, le cose sono più semplici e più complicate allo stesso tempo: i protagonisti spesso si mischiano sulle tracce, e, quando ciò accade, si contaminano a vicenda.
Come detto, prevale un sentimento “antagonista” e “dannato”, ma fra le metafore e le punchlines lasciano intravedere il tentativo di crearsi un proprio mondo personale, al di là della musica. E questo avviene mischiando lo slang sassarese con l’italiano e imbastardendolo ulteriormente con espressioni in americano. Il tutto, va sottolineato, avviene con fluidità e non, come accadeva per l’allucinante costrutto di un falso cagliaritano-messicano-slang giovanile dei SR Raza, con una rigidità di fondo spaventosa e una logica incomprensibile (se non all’interno dello scimmiottamento di soluzioni dell’hip hop USA).
Quello che si evince dall’ascolto è che a Sassari non ci sono rappers “scrausi” nel senso vero del termine: alcuni sono più bravi e/o più interessanti da ascoltare, alcuni sono più “chiusi” di altri, ma nessuno lascia mai quell’amaro in bocca[19] che resta dopo l’ascolto di presunti “pezzi grossi” della scena romana o milanese, per citare i posti da cui escono alcuni dei rappers più famosi del momento.[20]
Il resto sono canzonette: ma canzonette che identificano una “scena” che, se le condizioni al contorno fossero diverse, potrebbe dire la sua.[21]
L’otto dicembre 2010, il mixtape Esse Esse War Volume 1 è diventato una performance artistica in un locale di Sassari: il biglietto d’entrata era di 5 euro, e ne sono stati staccati più di cento. Per una scena che non esiste, è un risultato da non sottovalutare.[22]



Piccola guida alle crew di EsseEsse War (in ordine alfabetico):

Ashtra Gubba: duo formato da Sparra e Nepa. AG si distingue per testi di livello spesso alto e di natura (a volte) supertecnica, e per beat (di Sparra) con campionamenti anni ‘80. Passerà, spero, anche se in verità AG è uno dei gruppi che più stanno lavorando a livello di coesività musicale (e gli esiti sono certamente personali). Sono sicuro che se Sparra vivesse a Milano sarebbe conosciuto in tutta Italia.
Brigata Klandestina (o BK): trio formato da Konflitto, Sam61 e B-Raid. BK trae le proprie ispirazioni dai momenti più politicizzati del fenomeno delle posse. A parte qualche caduta nel retorico (perdonabile per la scelta di un tale preciso sotto-genere di rap), una critica che si può muovere al gruppo è quella pecca a volte di identità, nel senso che Konflitto va spesso più sul versante politico e Sam su quello “sociale”. Se facessero i solisti, forse ci guadagnerebbero.
Gremi Flow: Maru, Shine e Carne (il nome peggiore di tutti i rappers sassaresi) sono fra gli MVP del disco Esse Esse War Volume 1. In particolare Carne se la cava molto bene anche come produttore. Appena imparerà a variare un po’ le tracce di batteria e i suoni del drumkit, diventerà uno dei più bravi di Sassari (e non solo).
MCP/Morto che Parla: Senka e Josè Quervo (il nome migliore fra quelli dei rappers sassaresi e uno dei migliori d’Italia certamente) hanno nel DNA il funk californiano, ma anche il gotico in moviola di Soul Assassins-Psycho Realm. Senka, in altre condizioni, avrebbe i numeri per essere una “stellina” della scena italiana. Dovrebbe andare via da Sassari.
NBT: crew formata da Emana e Cosimo Martinez, si segnala per un rap un po’ “chiuso” e beat di discreta fattura. Dovrei sentire più roba, ammetto.
Raighinas: i giovani Futta e Don Malo da Carbonazzi rappresentano la faccia più “tirriosa” (rabbiosa) del rap sassarese. Mangiano “l’hardcore più marcio” e, a parte qualche caduta dovuta all’inesperienza, sono bravini dal punto di vista tecnico. Vedremo come evolveranno dal punto di vista eminentemente musicale.
Rigantanti: Kabaddu e Vlade sono i rappers dal piglio meno incazzato e più ironico di Sassari, e annoverano fra le influenze anche i ritmi (riddim) giamaicani. Sono fra i pochi a nobilitare l’innata rozzezza (in slang “grezzuria”) cionfraiola dei sassaresi. L’intro di Janine è un classico.
South’s Seed: per me l’idea di basi rap “moderne” a Sassari è decisamente perdente, ma forse sono io ad essere un dinosauro.[23] In ogni caso, i ragazzi sono giovani e miglioreranno, immagino. A livello musicale, ciò che manca in originalità lo mettono in esecuzione (traduzione: anche se non mi piacciono i beats, sono fatti bene).
WooDoo Clan (o Ganja WooDoo Clan o GWC): il gruppo più storico di Sassari, formato da Giocca e Moza (e c’è anche Bolder), cui ora si è unita Bantu G (ovvero Gaelle, la moglie di Giocca). Giocca e Moza non potrebbero essere più diversi come stile e personalità, ma quando si integrano funzionano quasi sempre (e hanno prodotto miliardi di demo). A solo, di solito Giocca è funky-soul e Moza paranoico e “stonato”. E va bene così.

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[1]. Con questo termine, preso in prestito dall’americano, si designano di solito prodotti non “ufficiali” messi insieme in genere da DJ del circuito “street”. Sebbene oggigiorno non siano più né tape (nastri) né (spesso) mix, il nome è rimasto, anche per indicare quella che in questo caso sarebbe forse più corretto designare come “street compilation”.
[2]. Mancano alcuni gruppi e/o personalità importanti nel contesto cittadino, ma sono eccezioni che non inficeranno i ragionamenti che tenterò di sviluppare più sotto.
[3]. Ad oggi (8 gennaio 2010) pare che il CD sia stato scaricato, download più, download meno, circa 800 volte, che mi sembra un numero tutt’altro che disprezzabile, tutto considerato.
[4]. Da piccolo, parteggiavo per i Cartaginesi e per gli Indiani d’America. Da grande, ho apprezzato la Def Jux e i Dictators. Il mio regista preferito è David Cronenberg. Ho affinità per i perdenti di classe.
[5]. Se avessi mai fatto uscire qualcosa, forse io potrei qualificarmi come “vecchia gloria bollita”, ma così non è mai stato, e quindi i Boorish Crew, storicamente il primo gruppo rap di Sassari (sfido chiunque a provare il contrario), dal 1991 restano una sorta di ectoplasma da “Greatest Story Never Told” e null’altro.
[6]. Non c’è da offendersi: in sostanza la tesi è che la scena di Sassari, anche se non andrà da nessuna parte, è una delle migliori d’Italia, per qualità/quantità.
[7]. Bella figura etimologica.
[8]. Come non ricordare quel capolavoro di comicità involontaria di Cani da Presa de La Fossa?
[9]. Per l’uso (sbarazzino) del termine “arte”, si veda quanto scritto da Stewart Home nell’introduzione di Assalto alla Cultura (AAA Edizioni, maggio 1996), specialmente nella nota 7.
[10]. Almeno per chi ama i perdenti di classe, cioè.
[11]. Sospetto conti di più a livello di immagine, nel giro degli hip-hoppers isolani, che non a quello di conto in banca.
[12]. I Ramones li considero un incidente (e l’eccezione che conferma la regola), soprattutto visto l’accoppiamento con band di supporto sassaresi quantomeno improbabili (senza fare nomi, per una volta).
[13]. Ovviamente, in maniera puramente egoistica, spero che continui così, almeno per quanto riguarda la produzione rap.
[14]. Si veda quel che il defunto Presidente Cossiga aveva da dire sulla “cionfra”, il fenomeno principe dell’essere sassaresi.
[15]. Frequentano altri giri, più redditizi, ovviamente.
[16]. Detta così sembra un insulto, ma non lo è. La base, incredibilmente “fangosa”, tanto da seppellire praticamente qualunque frequenza alta del campione, rende perfettamente, facendo da contraltare musicale al tentativo di esprimere la rabbia per la “Solita Merda”, veementemente odiata dagli autori del pezzo.
[17]. Eppure gli esempi “cool” ci sarebbero, senza scomodare per forza Marley Marl e la Juice Crew o Eric B & Rakim (mie ossessioni, chiaramente): i Mobb Deep all’apice della carriera, il Wu-Tang Clan dei primi tre dischi (di gruppo), e persino la Death Row d’annata (Tha Chronic su tutti). Oppure, in ambito conscious, i dischi di Common prodotti praticamente in toto da J Dilla.
[18]. Ne dubito, ma sarebbe essere molto interessante essere smentiti: immaginatevi se il prossimo Fabri Fibra o Guè Pequeno (parlo solo di popolarità) fosse nato a Sassari.
[19]. Word to Kaos One.
[20]. Troppo facile sparare addosso alla Croce Rossa, ma Surfa lo devo citare per forza.
[21]. Per onestà, devo anche dire che magari, se le cose fossero diverse, la scena sarebbe probabilmente meno interessante, di sicuro.
[22]. In ultima analisi, un breakdown delle singole canzoni di Esse Esse War Volume 1 non ha senso: più o meno tutti se la cavano bene. Per chi scrive, è più interessante il significato di Esse Esse War Volume 1 come rappresentazione della Sassari hip hop.
[23]. E se anche Termanology e DJ Deadeye se la menano con Kanye West e Lil, Wayne, forse hanno ragione i South’s Seed.

lunedì 13 dicembre 2010

Copie

Vanderslice & Stu Bangas vs Tod Dockstader.

venerdì 19 novembre 2010

Il Fantasma di Christopher Wallace

E sa anche che Sean Combs, apparentemente, se l’è presa (“Damn it hurts in a whole other way when someone you felt and I mean really felt was your Friend, Betrays you. It hurts when Breathe”, subito dopo la notizia ufficiale dell’accordo, ha twittato, nel suo inglese un po’ stentato, il nostro Puffy).
Al di là di chiarimenti (?) successivi e fondatezza del tweet (negata in seguito da Puffy, ma tant’è), vorrei fare tre considerazioni: prima di tutto, uno è libero di firmare con chi vuole, anche se è un presunto amico (l’amicizia e il business non si mischiano, insegnano i Gang Starr). In secundis, evidentemente l’accordo con l’altro Sean (Carter) è più lucrativo di una eventuale firma con Combs, secondo Jay Electronica, che non è un ragazzino ma un uomo adulto.
Che, fattore non trascurabile, è passato dall’essere un clochard allo stardom nel giro di pochissimo tempo. Come spiegava Just Blaze nel podcast degli Hypemen, Jay vuole fare le cose a modo suo, e non si farà fregare da contratti capestro e scelte azzardate.
E qui viene la terza considerazione: considerando l’approccio cauto di Jay Electronica, che nell’ultimo anno ha fatto uscire pochissima roba, creando l’hype tramite la prestazione stellare di Exhibit C e pochissimo altro, Diddy ha avuto tantissimo tempo per fare le proprie mosse e chiudere i giochi.
E poi, siamo proprio sicuri che Bad Boy sarebbe stata la casa ideale per un rapper super-lirico come Jay Electronica?
Secondo me, e non voglio essere troppo duro, Diddy è uno squaletto di mezza tacca che ha avuto l’immensa fortuna di trovare sulla propria strada uno come Notorious B.I.G.: al di là di questo, non si ricorda quando abbia avuto l’ultima hit, e quale artista abbia mai “sviluppato”.
Rimangono invece i fallimenti e le recriminazioni di Mase, Shyne, G-Dep, Black Rob, Loon, Ness, Danity Kane e via dicendo, e l’associazione con Rick Ross, con cui è stato annunciato il futuro progetto a due Bugatti Boyz.
Beh, al di là della taglia, Rawse è uno che sicuramente sta meglio con Sean Combs di Jay Electronica.
Ora speriamo solo che non sia Sean Carter, a bruciarlo.

mercoledì 10 novembre 2010

Le Nove (?) Vite di Cage


Chris Palko, in arte Cage, è un reduce nel vero senso della parola.
Nel corso della propria vita, ne ha passato di tutti i colori: da un padre da film (nel vero senso della parola), alla dipendenza dalla droga, da un beef abbastanza famoso (almeno nei circoli underground) con Eminem alla tangibile possibilità di essere famoso, da un passato come rapper super-tecnico nella Fondle ‘Em di Bobbito Garcia alle pessime esperienze con la Eastern Conference Records di Mighty Mi (nonostante un album di debutto stellare), dalla ri-invenzione come rapper post-emo nella Def Jux alle ultime storie di depressione, droga, “homelessness” e rinascita.
In ordine di tempo, le ultime vicissitudini di Cage (che la leggenda vuole abbia pure una laurea in psicologia) riguardano l’amicizia con la star hollywoodiana Shia Lebeuf e l’ultimissima comparsata in Maniac di Kid Cudi.
Ora, personalmente sarei felicissimo di vedere Cage arrivare al successo che in qualche momento della carriera gli sarebbe spettato (certamente non nel momento dell’ultimo, pesantissimo album Def Jux, Depart from Me, un mattone senza costrutto e con pochissimi momenti di brillantezza). Il problema è che per lunghi anni Cage è caduto nella depressione per la pressione di aderire e allo stesso tempo trascendere il personaggio da film di Kubrick che si era costruito all’inizio carriera. Cosa che aveva prodotto due classici underground come Agent Orange e Radiohead, entrambi prodotti da Necro (e se qualcuno vi dice che non sono classici non ne capisce nulla, ma proprio nulla).
Oggi, l’associazione con Kid Cudi, personaggio dalla faccia simpatica ma dai calzoni improbabili, sembra dare una speranza di rivincita a Cage, che da poco è passato dalla disintossicazione alla depressione di essere un senzatetto. Peccato per Cage che la strada per la redenzione passi, nuovamente, per l’inscatolamento in una categoria stereotipata come quello del rapper bianco pazzo e tossicomane. E, nonostante i capelli in stile rock, i calzoni stretti, le giacchettine in pelle e le amicizie famose, sempre di uno stereotipo senza spessore come la carta velina si tratta.

lunedì 4 ottobre 2010

La Sottile Arte del Camel Toe

Sono i particolari che fanno i capolavori.

lunedì 21 giugno 2010

Quasi Vero

Ieri mi è capitato di vedere Almost True di Lucarelli, la cosiddetta “altra storia del rock”. Interessante esercizio, sulla carta, anche se già le puntate su Jim Morrison e quella sui Led Zeppelin (di cui so poco o nulla) mi erano sembrate un po’ esageratamente forzate.
Ieri era il turno degli omicidi di Biggie e 2Pac, di cui invece qualche cosa sapevo.
Ovviamente, un disastro. Ora, io ci posso pure stare al fatto che per cercare una soluzione improponibile ma d’effetto come quella di una vecchietta (Mama Rose o come diavolo si chiama) che canta il gospel e fa il killer dei rappers si possano ignorare alcuni fatti importanti, ma il pastrocchio fatto è imperdonabile.
Ignorare i legami fra Bad Boy e Death Row, mettendo in mezzo la Murder Inc. di Irv Gotti, 50 Cent (che Lucarelli, imperterrito, ha continuato a chiamare 50 CENTS per tutta la trasmissione), improbabili gang di messicani di L.A. (Byz-Latz, chi li ha mai sentiti?), rappers inesistenti (Marlo?) mi pare proprio una porcata, specialmente se accoppiata alle dichiarazioni generali di una agente dell’FBI infiltrata nel mondo musicale che diceva tutto e il contrario di tutto e le affermazioni di un Luzzatto Fegiz impreciso e superficiale come non mai. Due sole perle del Luzzatto Fegiz nazionale: 50 Cent ferito alla lingua che acquista in quella maniera il proprio stile, e Puff Daddy che, pur essendo uno stupratore (!), conquista donne bellissime come Jennifer Lopez.
Ma non si era detto che dovevano essere (quasi) vere, le basi delle trasmissioni?


martedì 15 giugno 2010

Robot Kaard - Overtime

Robot Kaard - Overtime


Puntuale come al solito, torna il prolifico beatmaker napoletano Robot Kaard (aka Carmine De Maria, aka John Cardema, aka mille altri nomi), con Overtime, un album/EP fatto di13 tracce prettamente strumentali (nonostante qualche voce effettata e distorta).
Rispetto al precedentemente recensito Calculator, che si ispirava ad atmosfere “teutoniche”, qui siamo in zone diverse e più “moderne”. La visione è chiaramente diversa, e sebbene la mano dell’autore si senta, si vira verso un suono che riesce a coniugare melodia e paranoia in maniera quasi sempre ben riuscita. Robot Kaard riesce infatti a trovare la misura per quanto riguarda lo stile, ormai diventato, oltre che personale, riconoscibile: momenti urticanti che lasciano spazio a sghembe e scheletriche melodie che sembrano arrivare dallo spazio profondo.
In più di un momento, Overtime ci porta in territori che sembrano luoghi di confine fra l’elettronica e l’hip hop di nicchia (quello in stile Def Jux, per capirci), dove dominano le ritmiche “dopate” a media gradazione di BPM e i suoni filtrati ma pur sempre grassi e, in senso molto lato, funk.
Ad esempio, illuminante in questo senso è l’iniziale Attack, su cui non sarebbe inconcepibile pensare di sentire il rap staccato e avvolgente di Aesop Rock. E se Cut Waving, con le sue atmosfere rarefatte, ci riporta in territori più prettamente elettronici, Day Digital, Smile e Too Paranoid sembrano carcasse olografiche di pezzi disco anni ‘80.
Efficaci le scelte ritmiche (anche se rullanti più potenti in qualche momento non avrebbero guastato), e buona la variazione strumentale, nella ricerca dell’omogeneità dello stile. I momenti più aggressivi e “acidi” come Light e Rue Boyer bilanciano quelli più dopati in maniera naturale e tengono su una scaletta che non annoia. In questo senso, la capacità di tenersi praticamente sempre sotto i 3 minuti per canzone, da parte dell’autore, costituisce una prova di intelligenza, vista la natura delle composizioni, che sembrano “sketch” volti a suggerire atmosfere, più che canzoni compiute. E, visto il campo di gioco scelto, questo non può che essere un pregio.


venerdì 14 maggio 2010

Questo Lo Consiglio...

Per perdere tempo, i free album vanno benissimo. Io sponsorizzo Ayatollah.


giovedì 13 maggio 2010