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lunedì 25 marzo 2013

Fenomenologia dei Cambi di Nome nel Rap


Sarà l’età, sarà la routine, ma a un certo punto capita a tutti. Arriva una certa insicurezza/insoddisfazione e i rapper devono cambiare nome.
Il primo che mi ricordo è stato Frost, seguito a ruota da Tragedy Khadafi.
Ma nel loro caso, la cosa sembrava naturale e giustificabile: è un po’ difficile spacciarti come “Kid”, quando l’età è vicina alla pensione, e certamente la parola “Intelligent” stona, quando stai sforacchiando i vestiti di Versace dei nemici a colpi di Uzi.
Così come non fu una sorpresa che, dopo certe tragedie personali, Zev Love X dei KMD ritornasse in scena sotto la nuova guisa di MF Doom, completo di maschera da Dottor Destino e tutto.
Successivamente, la poli-identità artistica è stata sdoganata definitivamente dal Wu-Tang. La necessità di re-invenzione da parte di Prince Rakeem (diventato The RZA) e Genius (The GZA), nasceva dal fatto di rifarsi una verginità dopo i non esaltanti trascorsi in Tommy Boy e Cold Chillin’ rispettivamente, e si è trasformata in un trionfo di soprannomi per ogni membro del Clan (come dimenticare l’esilarante skit di Ed Lover sul secondo album di Method Man)? Va notato che, però, a parte qualche aggiustamento nello spelling, i membri originali del Wu-Tang hanno sempre inciso con lo stesso nome, nonostante la cornucopia di pseudonimi.

Lo sdoganamento del cambio d’identità, successivamente, ha favorito tre tipi di cambio di identità:
1) cambi di nome per motivi legali: mi vengono in mente Smiff’n’Wessun in Cocoa Brovaz, il breve giro degli Artifacts come Brick City Kids e Slum Village/J88. Probabilmente, il discorso vale anche per Jay Dee/J Dilla (oltre alla necessità di differenziarsi da quel monumento vivente all’imbarazzo che è l’altro JD, Jermaine Dupree). In questo caso, poco da dire: la regola 4080 vale sempre, nell’industria del rap.
2) Cambi di nome per poliedricità: alcuni artisti hanno una tale gamma di espressione artistica che è difficile ingabbiarli in un solo moniker: Madlib (DJ Rels, Beat Conductor/Konducta/Konductah), Kool Keith (Dr. Octagon, Dr. Dooom, Big Willie Smith, Tashan Dorrsett etc.) e il già citato Zev Love X (MF Doom, King Gheedora, Victor Vaughn), hanno inciso sotto una varietà di nomi che in massima parte giustificano i vari pseudonimi usati, e testimoniano il livello di ossessione per il Wu-Tang del signor Daniel Dumile.
3) Cambi di nome per indecisione/opportunismo/coglioneria: qui la situazione si fa già più imbarazzante: di solito, infatti, gli artisti che iniziano in un modo e a un certo punto cambiano nome commettono due errori. Il primo è quello di scegliere nomi più scadenti/noiosi/idioti degli alias iniziali (un chiaro esempio sono 2Pac/Makaveli, Medaphoar/MED, Everlast/Whitey Ford, Puff Daddy/P Diddy/Diddy e 8-Off/Agallah/Don Bishop Agallah, che prenderebbe il premio se non ci fosse quel capolavoro del nonsense che è Mos Def/Yaasim Bey). Un errore chiaramente imperdonabile, ma mai come il secondo: consegnare di solito la carriera alla mediocrità. Esempi? Cappachino/Cappadonna (dopo la prima apparizione su Cuban Linx e il primo album, è stata tutta discesa), Jo-ell Quickman/Joell Ortiz (vabbè, nel suo caso non c’è mai stato altro, nonostante mezzi di base impressionanti. Incidentalmente, il primo nome era inascoltabile!), ma anche MF Grimm/Jet Jaguar/GM Grimm. Nel caso di Freddie Foxxx/Bumpy Knuckles e di What What/Jean Grae, l’eccezione che conferma la regola vuole che questi ultimi due siano riusciti, almeno per qualche momento, a riaccendere l’interesse su di loro.
4) Cambi di nome nel tentativo di rinvigorire la propria carriera. E qui arriviamo all’apice della tristezza, in quanto questo cambio di nome è l’ultimo colpo di coda prima dell’oblio. Senza ritorno, parrebbe. Ricordate N.Y. Oil (Kool Kim degli UMC)? Dr.Ama (Dark Skinned Assassin)? Swigga (L-Swift dei Natural Elements)? Supercoven (Goretex Medinah dei Non Phixion)? No? Nemmeno noi.
Quantomeno P.A.P.I., ovvero l’incomparabile Noreaga, ha avuto il buon senso di ammettere che si tratta di un tentativo: se le cose vanno male, tornerà a farsi chiamare N.O.R.E., come sempre. Più che pragmatico, thugmatico. Sono sicuro che gli piacerebbe.
E ora arriva la pietra tombale a questo trend. Gucci Mane ha recentemente annunciato su Twitter (per altro senza errori di ortografia- anzi, solo uno) che da Luglio il suo nuovo nome sarà Guwop.


Guwop.


Guwop.


Guwop. Ora possiamo morire contenti.*



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* I cinghiali veri, invece, non cambiano mai nome. Vedi Shorty Shit Stain, che resta coerente in saecula saeculorum.

venerdì 22 marzo 2013

Cinque Duetti Che Ci Siamo Evitati



Notorious B.I.G. non è mai stato il mio rapper preferito, ma mi capita di pensarci. Spesso, ultimamente. Era uno bravo: la natura lo aveva dotato di quasi tutto quello che serve per essere il numero uno. Flow, voce, umorismo, senso della costruzione delle canzoni, one-liner devastanti (“Your reign on top was short like leprechauns”, anyone?), e via dicendo: aveva tutto.
E quando è morto, così tragicamente, ha lasciato molti rimpianti (tranne che nel caso del suo supposto migliore amico, che è diventato personaggio globale solo grazie allo sfruttamento dell’immagine di Biggie. Prima era noto soprattutto per essere quello che faceva il duro alla Uptown, e poi andava a piangere di non essere licenziato). Ma, a posteriori, si potrebbe pensare che la carriera del Notorious One fosse già in fase discendente, per certi versi. Quello che è sicuro, è che il tempo è stato galantuomo e i primi due album di Christopher Wallace suonano ancora molto bene.
Un’altra cosa che è sicura, ancora di più della prima, è che la tragica morte precoce ha impedito a Notorious B.I.G. di sputtanarsi come hanno fatto tanti suoi colleghi.
Morendo quasi due decadi fa, infatti, si è risparmiato l’umiliazione di cinque duetti che, se fosse ancora vivo, Biggie avrebbe sicuramente registrato:

1) Rhianna. Questo è sicuro al 100%. Immaginatevi Biggie in qualcosa di goffo come Umbrella pt. 2 o similia. Peggio, immaginatelo in un video tipo Take Care, con il bianco e nero “artsy”, qualche animale a caso e i calzoni stretti. Come bruciarsi una carriera in tre minuti, scanditi dai coretti da gatta morta di Rhianna.

2) Lil Wayne. Anche questo è una scommessa pressoché sicura. E il fattore brivido è ugualmente alto. Già me lo figuro, a partire dal campione dei Communards o altra mondezza da one-hit-wonder di metà-fine anni ’80 (Go West? One Night in Bangkok? Flash and the Pan? Oppure i ’90? La mente vacilla). E sento nel retro del cervello quella vocetta da rana bollita di Wayne che, dopo il primo verso di Biggie, si insinua nelle nostre coscienze: “Yoooooooooo... It’s ya Boy Wayne... Drinking sizzurp with my man Biggieee... Making Millions! Young Money! Bad Boy! Tougher than Nigerian hair...” per poi partire con qualche non sequitur dei suoi, o una delle mille metafore scontate sulle stagioni. Nel video, manco a dirlo, ci sarebbe stata una sequenza slo-mo in cui baby si sfrega le mani per dieci secondi mentre cammina su una strada in cui sono allineate tante future deputate del PDL. E esplosioni di fuochi artificiali. Tante esplosioni.

3) Gruppo pseudo rock prodotto da Timbaland. Devo aggiungere altro?

4) David Guetta. Non voglio aggiungere altro. Anzi no. Il video sarebbe stato certamente in piscina e la base pseudo-house di quart’ordine.

5) Rick Ross. Possiamo solo immaginare il livello di stalking che il Bawse avrebbe fatto a Biggie per averlo su un suo pezzo. The Emperors, World’s Fattest, o America’s Illuminati il titolo più probabile, a giudicare dalla fantasia dell’agente Ross quando si tratta di fare collaborazioni con i pesi massimi. In tutta onestà, devo anche dire che un beat dei J.U.S.T.I.C.E. League con verso di Biggie non avrebbe fatto nemmeno così schifo, ma l’immancabile remix con Wale, Meek Mill e Drake mi sfianca anche solo come possibilità. Video in yacht? L’idea di Ross e Notorious in bianco non la voglio nemmeno contemplare.

venerdì 3 giugno 2011

Shadez of Fat


Ultimamente, data anche la mia spiccata propensione ad aumentare di peso (e di panza), mi sono messo a riflettere sul discorso “Grasso è bello”. Che detta così è una banalità di quelle a là “Non ci sono più le mezze stagioni”. Una stronzata pazzesca, infatti.
E dire che il grasso il suo fascino ce lo ha. Nel calcio come nel rap come nel mondo del cinema, la mia visione romantica mi porta a vedere il “buzzicone” come una sorta di asceta che preferisce coltivare la propria arte piuttosto che dedicarsi ad attività di routine, noiose e per palati poco fini come l’ottenimento di un fisico cesellato.
Un Beto Acosta con il fisico di Walter Nudo sarebbe snaturato a dire poco.
Action Bronson magro perderebbe il 50% del potenziale.
John Goodman con 70 kg in meno sarebbe una nullità.
Lou Albano rende meglio in versione XXL, nel video di Cindy Lauper.
Ma al di là di queste forme più nobili e utopiche del grasso, dire che tutto il grasso è bello non regge: c’è grasso e grasso. Io per ora ne ho identificati quattro tipi, di grasso.
Il primo è il “non grasso”. In un mondo di Kate Moss cocainomani, una ragazza di più di 55 kg magari è considerata “in carne”, “cicciona”, “frustellona” o quel che volete voi. Non ci vuole molto buon senso per capire che è una fesseria, quindi sul “non grasso” non ci perdo più tempo del dovuto.
Mi soffermo di più, invece, sul “grasso di contorno”. Questo è quel grasso classico che si vede nei film, che solitamente trova in una alterità magra la propria ragione di vita. È un grasso ancora “recuperabile”, ma che per essere riabilitato deve (secondo la visione miope e stereotipata di Hollywood, per esempio) rinunciare alla pinguedine per abbracciare quel credo salutista-esibizionista che ben conosciamo (una sorta di California state of mind, se volete). Ma se questo grasso, con tutte le distinzioni del caso, esercita ancora le proprie facoltà intellettive (seppur con obbiettivi sbagliati), invece si cade nel baratro con il “grasso immondo”, la nostra terza categoria. Questo è quel grasso senza speranza di redenzione. Un grasso esagerato e ameboide che preclude ogni altra funzione. Un abominio estetico che non ha ragione di essere. Il passaggio fra l’esercizio prioritario della propria arte a una discutibile schiavitù nei confronti del cibo. Il Fat Bastard è un’ameba, mica un modello di riferimento.
Però c’è un altro grasso, quello bello: è il “grasso funzionale”. In questo senso, un po’ di sana abiura del narcisismo in funzione di una pinguedine non esagerata rimanda alla capacità di godersi certi piaceri intellettuali senza porsi limiti.
Ed è quello che rompe i tabù artistici. Most of my heroes are not on a diet, per parafrasare I Public Enemy. Notorious B.I.G. era fatto per rappare. Dubito che se fosse nato con le fattezze di Tyson Beckford avrebbe scritto pezzi meravigliosi come alcuni dei suoi.
Ripeto, il grasso funzionale, oltre che simpatico, ha un suo perché. Non ci credete? Chiedetelo a Maradona, Kevin Smith, Raekwon. E Action Bronson e Beto Acosta, già che ci siete.


martedì 19 aprile 2011

From Hel-London (not)

 Dal blog di Scuola di Fumetto, yours truly vi racconta di un festival londinese. Qui.
Buona lettura.

giovedì 7 aprile 2011

Vecchie Ruggini

Parlare di Rusty Dogs per me non è facile.
Per tutta una serie di motivi: primo, Emiliano è un amico. Anzi, un grande amico. Poi, Rusty Dogs l’ho visto nascere (e ne vedo i dietro le quinte abbastanza regolarmente). Poi ancora, il noir, in molti casi, mi annoia.
Insomma, il pericolo esiste: o non essere preso sul serio per complimenti considerati di prammatica nel caso di critiche positive, o essere criticato per posizioni considerate pregiudiziali nel caso di critiche negative.
In ogni caso, alla tastiera non si comanda e siccome mi va di scrivere di Rusty Dogs, mi assumerò tutti i rischi del caso. Soprattutto perché qualcosa di sensato da dire credo di avercelo.
Parentesi: non credo di avere la verità in tasca, e parlo delle mie impressioni. A volte fondate, a volte basate su esile (o inesistente) evidenza. Quindi non cercate rivelazioni da insider perché non ce ne sono, per la maggior parte.
Rusty Dogs ha tutti i difetti, ma soprattutto i pregi del “vanity project”. Emiliano scrive per sollazzarsi (almeno questo mi sembra), ma così facendo riesce a sintonizzarsi perfettamente sui gusti dei propri lettori, e quindi il risultato è molto spesso azzeccato. In ogni caso, non vorrei essere frainteso: quando parlo di “vanity project”, non intendo la sterile masturbazione mentale che flagella moltissimi dei blog tenuti da fumettisti che mi capita di leggere. Mi riferisco semmai all’idea di dover dimostrare qualcosa a se stesso nella forma del padroneggiare perfettamente la materia noir, ritmi, atmosfere, personaggi e quant’altro.
Si può non essere d’accordo con l’idea di smontare e rimontare il genere per giocare con i meccanismi (ed infatti io non lo sono, in parte), ma certamente il modus operandi è meno fastidioso di quell’approccio post-moderno che fa della scopiazzatura-citazionismo il proprio fulcro. Rusty Dogs non cita, richiama.
In questo senso (ed è forse la parte che meno mi attira del progetto), la missione è compiuta: la serie è un perfetto compendio di letteratura noir che riassume tutti i topoi della materia, e lo fa bene. Questo, al di là dei miei gusti personali (come ho detto), è certamente un pregio.
Ma se fosse finita qui, me ne potrei tranquillamente andare a letto, invece di tediarvi con le mie elucubrazioni.
Che non verteranno certamente sul discorso del mosaico che si sta formando, del meccanismo di costruzione di un “microclima” (qualunque cosa questo significhi), della presunta immobilità che invece sta cedendo il passo a un cambio (immagino) epocale. Di quello può tranquillamente scrivere chiunque, soprattutto i tanti che il noir lo amano più di me.
E non verteranno nemmeno (per questa volta) sull’ottimo lavoro di Mauro Mura come grafico/letterista (Rusty Dogs, un blog gratuito, ha il proprio font personalizzato, a differenza di tanti fumetti cartacei che si limitano a usare il primo font freeware della Blambot!).
Da parte mia, invece, mi importa di quella che ritengo la parte più interessante di Rusty Dogs, costituita, in perfetto stile (questo sì noir) dai presunti (presunti da me, in larga parte) fallimenti della serie.
Andiamo a vederli uno ad uno nel dettaglio, se avete voglia.
Il primo fallimento, sebbene non evidenziato, in genere, da chi ha parlato della serie, è evidente, almeno ai miei occhi: la serie è penalizzata da problemi di periodicità, legati per la maggior parte (per come la vedo io - che ho sempre ragione) ai tempi realizzativi dei disegnatori (so già che Emo avrà da eccepire, e so già che non è proprio così semplice, ma permettetemi un ragionamento in bianco e nero milleriano, perché è funzionale alla mia analisi).
Questo, che è certamente un difetto, ha come altra faccia della medaglia il fatto che Emiliano Longobardi, con (giusta, direi) testardaggine, ha deciso di puntare su una serie di disegnatori scelti ad uno ad uno, col risultato che la parte grafica risulta molto forte ed omogenea nella propria eterogeneità: il massimo cui si possa aspirare, direi. L’ovvia soluzione sarebbe stata di contattare chiunque in giro: immagino che la mantenuta (?) periodicità avrebbe avuto come contraltare una parte grafica in stile patchwork.
La seconda critica l’ho sentita esplicitamente, invece, e si riferisce alla scarsa fruibilità/cattiva impostazione commerciale di Rusty Dogs a livello “digitale”. Verissimo, il blog non è lo strumento più agile per un progetto del genere, in generale. Ma questo vuole anche dire, in particolare, che il fulcro di tutto resta il progetto, non l’e-book, o il lancio come possibile serie. A quello ci si penserà (suppongo) a storia conclusa. Personalmente apprezzo di più un discorso del genere: come lettore mi interessa solo la forza del progetto.
Per ultimo, lascio l’aspetto per me forse più interessante, su cui mi sono spesso infervorato. Ovvero (esulando dalla specificità del progetto per passare a un discorso di filosofia della serie) quello del fatto che, secondo me, Rusty Dogs rimane soprattutto un’opportunità sprecata come modello “produttivo”.
Ovviamente in questo caso le colpe non sono degli autori (o dell’autore, meglio), ma di chi, in una situazione simile a quella di Longobardi (esordienti di talento, semiprofessionisti alla ricerca della svolta, artistoidi vogliosi di pubblicare il proprio capolavoro), non ha capito che Rusty Dogs ci dimostra soprattutto una verità incontrovertibile. Ovvero che l’idea di proporsi ai nostri editori per avere (massimo) 1000 euro di compenso è ormai obsoleta e soprattutto by-passabile, specie nell’ottica del bacino di utenza dei suddetti editori (cioè, se va bene, un migliaio circa di lettori).
Questo vale in egual misura sia per chi ha un’urgenza narrativa imprescindibile, sia per chi ha semplicemente l’interesse di farsi notare per poi passare in Bonelli/Disney/Marvel/DC (esigenza per altro legittima, non fraintendetemi).
Se uno ha un’idea forte, per farsi leggere da un numero maggiore di persone rispetto ai potenziali acquirenti “su carta” (o generare un po’ di interesse nei confronti della propria opera per averne dei vantaggi a lungo termine) è sufficiente mettere su una struttura che non necessita di grossi costi (su web). Un passo successivo (in molti casi desiderabile, ma non strettamente necessario) è quello di coinvolgere qualche grosso nome (anche in maniera marginale, ma spendibile). Trattandosi di lavoro gratis, immagino che sia garanzia di un’adesione ideologica, in qualche maniera. In ogni caso, una pin up di un nome grosso non rappresenta un fattore molto diverso da una specie di “copertina”. È sempre la forza del progetto (o la capacità grafica, o qualunque altro punto di forza su cui l’autore voglia puntare) a sostenere il tutto.
Questo dovrebbe garantire l’eliminazione del “bisogno” di ingraziarsi l’editore e sottostare ai servilismi e brutture di cui si sente a ogni piè sospinto quando si parla della piccola editoria fumettistica in Italia.
Mi si dirà che col blog non si guadagna nulla: vero (anche se esistono modi per farlo, se uno si sbatte), ma non mi si vorrà dare a intendere che invece 800 euro per 100 pagine da realizzare in pochi mesi sono un’alternativa…
Se gli autori esordienti/semiprofessionisti fossero più svegli, i piccoli e medi editori fumettistici italiani dovrebbero iniziare ad aver paura. E invece, per loro fortuna, possono ancora dormire sonni tranquilli. E fare il bello e il cattivo tempo. Per questo, e per l’occasione mancata da potenziali epigoni, viva Rusty Dogs.

domenica 3 aprile 2011

L’Arte di Usare un Solo Produttore

Dr. Lecter, di Action Bronson, è un progetto solido, anzi solidissimo. Non starò qui a farne la recensione perché non ho né tempo né voglia. Quel che interessa, a questo livello, è che Action Bronson è un rapper validissimo che sceglie di rappare “all’antica”, nel senso che le variazioni al flow sono pochissime (e non è necessariamente un male, anzi) e soprattutto che Bronson decide di affidarsi ad un solo produttore, Tommy Mas (per quelli cui importa, Mas è il produttore di Team Facelift, un gruppo a metà fra true-school e fighetteria il cui maggior successo, finora, è quello di essere apparso nel video di Barbra Streisand dei Duck Sauce). Action Bronson e Tommy Mas optano per un approccio organico e super-funky, riminiscente di cose old school e allo stesso tempo quasi sovraprodotto, funziona praticamente sempre, rendendo il progetto il migliore di quelli usciti nell’anno in corso.
In questo senso, con tutte le differenze del caso, l’approccio di Action Bronson è molto simile a quello di Roc Marciano e del suo Marcberg, non a caso uno dei migliori dischi dell’anno scorso (forse il migliore, ma poco importa).
Roc Marcy aveva fatto tutto da solo, registrando in lo-fi, mentre Bronson (che pure sa produrre), ricrea quella classica alchemia beatmaker-rapper che tanto ha dato al genere, ma l’intento è esattamente lo stesso.
In questo senso, Bronson estremizza la linea dei compari Outdoorsmen Meyhem Lauren, J-Love e Shaz Illyork che, seppure affidandosi a un certo numero (nela maggior parte dei casi limitato) di producers, avevano cercato una omogeneità di fondo del suono (vorrei un album-EP di Shaz con Don Producci, per esempio), e riporta in primo piano un’arte dimenticata: quella di fare un album con un solo produttore, mossa vincente dell’ultimo decennio degli anni ‘90 (un nome per tutti: RZA) oggi caduta nel dimenticatoio a livello mainstream.
Ma, nelle frange più o meno recondite del genere, qualcosa si sta muovendo: Pete Rock, dopo avere registrato 80 Blocks from Tiffany’s con i Camp Lo,  sta per mettere in cantiere un progetto con Smif ‘n’ Wessun, mentre la grande speranza-hype del momento, Odd Future, ha stimolato una serie di paragoni con il Wu-Tang, non fosse altro che per il peso (anche musicale) del mastermind Tyler, autore della maggior parte delle produzioni. Se aggiungiamo che Random Axe (Guilty Simpson, Sean Price e Black Milk) sarà tutto orchestrato da Black Milk e che Return of 4Eva di Big K.R.I.T. (che fa tutto da solo) aggiorna con freschezza i canoni “southernplayalistici” della Dungeon Fam, si nota un trend che, alla lunga, al di là dei risultati, non potrà che avere un effetto positivo sul genere hip hop, al momento vessato da troppi rappers tutti uguali e da album formulaici. Il “superproducer” ha senso solo se aggiunge valore ad un album. Se è solo un modo per rendere facile la vita dell’A&R, non ci siamo. Ma ora, almeno, c'è speranza.


lunedì 14 marzo 2011

10 Motivi Per Cui Odd Future Non Possono Essere Considerati "Horrorcore"

1) I calzettoni da pornoattore anni ‘80 di Tyler;
2) L’immaginario skate/fast food;
3) C’è una donna all’interno della crew;
4) Nessun campionamento preso da film horror/skit ispirato film dell’orrore;
5) Rolling Papers di Domo Genesis;
6) Qualunque album dei Jet Age of Tomorrow;
7) Le copertine in “bassa fedeltà” fatte con Windows Paint;
8) Il font Cooper Black;
9) Tyler che dice “I am a fucking unicorn” in una intervista;
10) Rappano bene.

martedì 8 marzo 2011

La Redenzione di Tony Yayo

Che rappando Tony Yayo sia un cesso lo sanno anche i sassi (pure quelli di Matera, che ultimamente non se la passano bene, a quanto si dice). Che il rapper sia riuscito a distinguersi come rapper più scarso della G-Unit (dove pure non è che mai siano stati abbondanti i fulmini di guerra) è certamente un traguardo notevole.
E ancora più notevole è certamente il fatto che il suo Thoughts Of A Predicate Felon sia stato probabilmente il peggior album uscito sotto etichetta G-Unit: viste le cagate post  Beg For Mercy, è certamente un record impressionante.
Detta così, sembrerebbe finita (“un chiodo nella bara”, direbbe Eminem) per Yayo, ma non è questo il caso, anzi. Questo è un post di apprezzamento. Se mi seguite un attimo, provo a spiegarmi.
Assodato che le qualità tecniche gli fanno difetto, infatti, il buon Marvin, che è un “goon” coi controcazzi (non ha problemi a picchiare anche i ragazzini, se questo può essere utile a 50 Cent), ha una qualità che è rara, anzi rarissima nel business di oggi. Qualità che lo rivaluta del tutto e che cancella qualunque misfatto pseudo R’n’B o rima zoppicante.
Tony Yayo è uno di quei rarissimi artisti che sanno ritagliarsi una fetta di celebrità per fare quello che vogliono. Per essere più chiari, al di là dei compromessi da fare con la Interscope, Yayo è conscio che la “fan-base” che la G-Unit si è costruita nel corso degli anni può servire anche per assorbire quella che è la produzione più personale dell’artista. Che non necessariamente è quella “trademark” della G-Unit (suoni “lisci”, megamastering e canzoni da un milione di dollari su cui impostare le generiche schermaglie gangsta).
Trovo molto rinfrescante che Yayo sia un fan del Based God Lil B. Adattando il sistema “based” alla propria estetica, Tony Yayo riesce a coinvolgere l’ascoltatore in un caleidoscopio di rime disgiunte e non sequitur sorprendenti che aggiungono fascino ai limitati contenuti e flow del rapper. Se a questo si aggiunge che l’orecchio di Yayo per i beat è di sicuro migliore della media dei colleghi e che a questo il “Gun Powder Guru” accoppia un’ottima capacità di apprezzare rappers diversi, non solo da quanto uno si aspetterebbe rispetto all’affiliazione del newyorkese, ma proprio in generale, è facile capire come la redenzione sia completa.
Per una conferma, basta ascoltare Hawaaian Snow, tutto realizzato in coppia con Danny Brown da Detroit, uno dei rappers più interessanti in giro in questo momento. La voce nasale di Brown e il suo flow a base di immagini al contempo disgustose e accattivanti nella costruzione delle metafore fanno da perfetto complemento alla cadenza leggermente “stoned” e minacciosa di Yayo nella rivisitazione idiosincratica dei classici concetti G-Unit, contaminati da un immaginario da crack-strip club, fumetti Marvel, film di mafia a basso budget e riminiscenze “trap-hop”. Yayo si sa reinventare in maniera naturale, fa quello che gli piace fregandosene delle mode, realizza un mixtape con un solo produttore (Doe Pesci dal Queens) con un complice dai calzoni stretti come Danny Brown e l’unico ospite che chiama è Lil B, egualmente amato ed odiato per il proprio rap spontaneo e privo di regole e sicuramente all’opposto delle posizioni, in teoria.
Per me la redenzione è completa. Se qualcuno di voi invece ha dubbi, si recuperi Hawaaian Snow e poi ne riparliamo. Qui sul blog, possibilmente.

domenica 27 febbraio 2011

(Di)Battito 2

Dopo la prima parte, sono prevedibilmente arrivati alcuni suggerimenti riguardo a batterie suonate che avevo dimenticato. Ne elenco alcune altre sotto.

Doug E Fresh & Slick Rick - The Show

Eric B. & Rakim - I Ain't No Joke

Boogie Down Productions - Criminal Minded

Whodini - The Freaks Come Out at Night

Audio Two - Top Billin’

Bonus:
Too Short  - Freaky Tales

venerdì 25 febbraio 2011

(Di)Battito

L’hip hop, nella sua accezione più nobile, è il regno del campionamento spinto e “di classe”. Senza inoltrarci in una (noiosa) analisi dell’estetica del digging, che sarebbe totalmente fuori luogo in questo contesto, penso che sia innegabile che si ricordano con molta più facilità i loop di batteria campionati che hanno fatto la storia del genere, dagli stracitati Amen Brother, Apache e Funky Drummer in giù.
Ma ci sono alcune notevoli eccezioni, ovvero loop di batteria che non sono stati campionati, bensì tirati fuori dalla drum machine o dal campionatore (usando suoni della 808 o suoni campionati, poco importa), e che sono rimasti memorabili.

Ne cito tre, di importanza diversa e in ambiti diversi. Certamente PSK (What Does It Mean)? è insuperabile, ma si potrebbe arguire che per il movimento underground “backpacker” di fine millennio, alla fine The Fire In Which You Burn non fosse da meno.

Run DMC - Sucker MC's

Schoolly D - PSK (What Does It Mean)?


Company Flow - The Fire In Which You Burn

mercoledì 29 dicembre 2010

A Friendly Game of Hockey

Immaginate un sottofondo metal che sta per spegnersi all'improvviso.
L’hockey su ghiaccio è lo sport più hardcore cui io abbia mai assistito dal vivo. E considerando che ho visto calcio in differenti paesi, incluse Scozia, Inghilterra e Sardegna (la Torres promossa in C1 che entrava al suono dell’Aida era qualcosa di spettacolare, sottolineo), vuol dire molto.
Durante le tre ore di match in totale fra i Jokerit di Helsinki e gli Espoo Blues (60 minuti effettivi divisi in tre tempi da 20) all’arena Hartwall di Helsinki, gli omaccioni sul campo ghiacciato si sono pestati per approssimativamente 58 minuti effettivi, secondo più, secondo meno. Quei due minuti in più, che generosamente sto allocando al resto, invece, tengono conto dei secondi in cui il pack è passato di giocatore in giocatore, ovviamente prima di arrivare nelle vicinanze degli atleti (cosa che, come intuibile, fa ri-scattare tutta l’aggressività dell’hockey). Il livello di testosterone è alto, e si respira puzza di sudore e intimidazione in ogni frenata, spallata e colpo di bastone che i giocatori si scambiano senza sosta lottando sul pack (ma non sugli spalti, dove i tifosi sono vistosamente mosci, quantomeno rispetto alle bestiali controparti del calcio, che, anche a livelli risibili come quelli della Torres, dove le “arguzie” si contano a centinaia, rendono lo spettacolo degno).
Nell’hockey tutto ruota attorno al testosterone, a cominciare dall’entrata pirotecnica in campo (speaker urlante, scattini da NHL e fiammate in stile WWF inclusi). Il livello di ormoni maschili, è talmente alto, infatti, che sembra quasi paradossale che ogni tanto erompano momenti di rissa (che, in un contesto del genere, potrebbe quasi sembrare da copione). Pensandoci bene, invece, quando devi pattinare, e pestare un altro, e usare la tecnica per controllare il pack, e mantenere un livello di aggressione (fisica e mentale) del genere per tre ore/venti minuti effettivi (più overtime più penalty shootouts), l’idea di perdere la calma un paio di volte non sembra poi così peregrina. Mia moglie perde spesso la calma con me (spesso più di due-tre volte in tre ore), e sono inesistente in ognuna delle attività menzionate sopra.1
Come dicevo, l’hockey su ghiaccio è hardcore.2 Talmente hardcore che riesce a fare diventare sostanzialmente eroico l’accompagnamento musicale, che in altri contesti sarebbe patetico o quantomeno fuori tempo massimo di almeno 20-25 anni.
Ora, la cosa che dovete sapere è che, durante ogni momento di pausa (che non contempli pubblicità, che pure è tanta) è virtualmente impossibile sentire un qualunque tipo di silenzio, affogato sotto la pesante coltre di spot di mezza tacca e di rock’n’roll senza scuse. Infatti, se avessi chiuso gli occhi almeno una volta, sono sicuro che mi sarei sentito come al Dungeon di Southampton, un club che suonava solo musica per metallari e indie-head (con esiti a volte dubbi). Con una differenza, però: che nel metal-club le canzoni suonavano pressappoco nella loro interezza (e, i Nirvana, pure più volte), mentre qui riempiono il silenzio fino al secondo esatto in cui il pack viene rimesso in gioco. Immaginatevi di suonare 15 secondi di una canzone metal, e poi doverla stoppare con precisione assoluta quando l’arbitro molla un dischetto nero fra due omoni armati di mazza: qualcuno deve avere il lavoro più nevrotizzante del mondo.3
Ma divago: durante il match, sono state suonate almeno una quarantina-cinquantina di canzoni rock’n’roll in quasi ogni possibile declinazione, dall’hair metal allo street rock al punk al “cheese” puro. Fra gli highlights, Girls, Girls, Girls (che appropriatamente ha segnato anche l’entrata delle pon pon girls: non potevano mancare, chiaramente), You Shook Me All Night Long, Breaking the Law. Sul versante più punk, Blietzkrieg Bop, e persino Come Out and Play, che non sentivo forse dal ‘95.
E, a proposito di evergreen dimenticati, come non rimanere basiti, invece, di fronte a Cotton Eye Joe dei Rednexx, che avevo felicemente rimosso (e di cui non sentivo il bisogno)?
Tutte le canzoni (meno ovviamente le scelte bizzarre e oggettivamente indigeribili, come un qualcosa di Lil Wayne che NON voglio riconoscere, un paio di cazzatine techno e la summenzionata Cotton Eye Joe), che in altri contesti avrei considerato di dubbio gusto e/o da finocchi e/o il diavolo (in musica, per citare gli Slayer), o che avrei quantomeno visto con sospetto e un minimo di puzza sotto il naso, invece nell’arena dell’hockey funzionano. Certamente fanno una migliore figura, ahimè, di quella paccottiglia rap che accompagnava le entrate dei wrestlers e che qualcuno ebbe pure il coraggio di compilare in un CD e vendere, mi pare di ricordare.
Ma d’altronde, come credo di avere dimostrato, l’hockey è hardcore: in quale altro sport si allunga la pausa fra un tempo e l’altro da 15 a 18 minuti per aiutare a bere più birra?4
A volte, tutto questo metal regala pure qualche “brivido” imprevisto: durante i secondi prima dell’overtime e dei penalty shootouts (per altro eseguiti in maniera veramente pedestre dalla squadra di casa, che infatti ha - meritatamente - perso),5 mi sono reso conto di essere presumibilmente l’unico degli annunciati 8000 spettatori (più probabilmente sui 3000, invece) a sapere che Wild, apparentemente l’inno dei Jokerit, è stata campionata da J Dilla. Che ci volete fare, l’hardcore resta sempre hardcore.6

Note
1. Fieramente inesistente, per quanto riguarda il discorso del pestare, ovviamente (anche quando ci vorrebbe).
2. Nel secondo intervallo, quello fra il secondo ed il terzo periodo, viene messa in palio una motocicletta. Che utilità avrà mai in Finlandia, specialmente quando fuori siamo a 10 gradi sotto lo zero? Non potrò mai scoprirlo perché lo spettatore scelto, con sommo dispiacere delle cheerleaders sedute sulla moto, non riesce a centrare 15 volte la porta da centrocampo in 20 secondi, ma resta roba da uomini duri.
3. Ogni volta che si compie questo rito, che all’inizio avviene con mio enorme disorientamento, penso a Banfi in Vieni Avanti Cretino.
4.  E, coincidentalmente, sentire più metal.
5. L’andamento della partita è stato: vantaggio dei padroni di casa, pareggio degli Espoo Blues, vantaggio degli Espoo Blues, pareggio dei Jokerit a 6 secondi dalla fine, extra-time e rigori (due a zero per gli Espoo Blues). Dei marcatori non frega niente a nessuno, anche se l’unico di cui ho capito il nome è un tal Justin Forrest, presumibilmente non imparentato col mago.
6. Voglio pensare che non sia un caso che abbia vinto la squadra più proletaria e quindi, in qualche maniera, più “metal”.



venerdì 19 novembre 2010

Il Fantasma di Christopher Wallace

E sa anche che Sean Combs, apparentemente, se l’è presa (“Damn it hurts in a whole other way when someone you felt and I mean really felt was your Friend, Betrays you. It hurts when Breathe”, subito dopo la notizia ufficiale dell’accordo, ha twittato, nel suo inglese un po’ stentato, il nostro Puffy).
Al di là di chiarimenti (?) successivi e fondatezza del tweet (negata in seguito da Puffy, ma tant’è), vorrei fare tre considerazioni: prima di tutto, uno è libero di firmare con chi vuole, anche se è un presunto amico (l’amicizia e il business non si mischiano, insegnano i Gang Starr). In secundis, evidentemente l’accordo con l’altro Sean (Carter) è più lucrativo di una eventuale firma con Combs, secondo Jay Electronica, che non è un ragazzino ma un uomo adulto.
Che, fattore non trascurabile, è passato dall’essere un clochard allo stardom nel giro di pochissimo tempo. Come spiegava Just Blaze nel podcast degli Hypemen, Jay vuole fare le cose a modo suo, e non si farà fregare da contratti capestro e scelte azzardate.
E qui viene la terza considerazione: considerando l’approccio cauto di Jay Electronica, che nell’ultimo anno ha fatto uscire pochissima roba, creando l’hype tramite la prestazione stellare di Exhibit C e pochissimo altro, Diddy ha avuto tantissimo tempo per fare le proprie mosse e chiudere i giochi.
E poi, siamo proprio sicuri che Bad Boy sarebbe stata la casa ideale per un rapper super-lirico come Jay Electronica?
Secondo me, e non voglio essere troppo duro, Diddy è uno squaletto di mezza tacca che ha avuto l’immensa fortuna di trovare sulla propria strada uno come Notorious B.I.G.: al di là di questo, non si ricorda quando abbia avuto l’ultima hit, e quale artista abbia mai “sviluppato”.
Rimangono invece i fallimenti e le recriminazioni di Mase, Shyne, G-Dep, Black Rob, Loon, Ness, Danity Kane e via dicendo, e l’associazione con Rick Ross, con cui è stato annunciato il futuro progetto a due Bugatti Boyz.
Beh, al di là della taglia, Rawse è uno che sicuramente sta meglio con Sean Combs di Jay Electronica.
Ora speriamo solo che non sia Sean Carter, a bruciarlo.

lunedì 6 settembre 2010

Un Altro Blog

Grant Morrison: All Star. Il nuovo blog dove mi troverete abbastanza spesso (e il motivo dell'abulia creativa verso questo blog).

martedì 15 giugno 2010

Robot Kaard - Overtime

Robot Kaard - Overtime


Puntuale come al solito, torna il prolifico beatmaker napoletano Robot Kaard (aka Carmine De Maria, aka John Cardema, aka mille altri nomi), con Overtime, un album/EP fatto di13 tracce prettamente strumentali (nonostante qualche voce effettata e distorta).
Rispetto al precedentemente recensito Calculator, che si ispirava ad atmosfere “teutoniche”, qui siamo in zone diverse e più “moderne”. La visione è chiaramente diversa, e sebbene la mano dell’autore si senta, si vira verso un suono che riesce a coniugare melodia e paranoia in maniera quasi sempre ben riuscita. Robot Kaard riesce infatti a trovare la misura per quanto riguarda lo stile, ormai diventato, oltre che personale, riconoscibile: momenti urticanti che lasciano spazio a sghembe e scheletriche melodie che sembrano arrivare dallo spazio profondo.
In più di un momento, Overtime ci porta in territori che sembrano luoghi di confine fra l’elettronica e l’hip hop di nicchia (quello in stile Def Jux, per capirci), dove dominano le ritmiche “dopate” a media gradazione di BPM e i suoni filtrati ma pur sempre grassi e, in senso molto lato, funk.
Ad esempio, illuminante in questo senso è l’iniziale Attack, su cui non sarebbe inconcepibile pensare di sentire il rap staccato e avvolgente di Aesop Rock. E se Cut Waving, con le sue atmosfere rarefatte, ci riporta in territori più prettamente elettronici, Day Digital, Smile e Too Paranoid sembrano carcasse olografiche di pezzi disco anni ‘80.
Efficaci le scelte ritmiche (anche se rullanti più potenti in qualche momento non avrebbero guastato), e buona la variazione strumentale, nella ricerca dell’omogeneità dello stile. I momenti più aggressivi e “acidi” come Light e Rue Boyer bilanciano quelli più dopati in maniera naturale e tengono su una scaletta che non annoia. In questo senso, la capacità di tenersi praticamente sempre sotto i 3 minuti per canzone, da parte dell’autore, costituisce una prova di intelligenza, vista la natura delle composizioni, che sembrano “sketch” volti a suggerire atmosfere, più che canzoni compiute. E, visto il campo di gioco scelto, questo non può che essere un pregio.


venerdì 14 maggio 2010

Questo Lo Consiglio...

Per perdere tempo, i free album vanno benissimo. Io sponsorizzo Ayatollah.


venerdì 23 aprile 2010

Identità Violate

Personalmente (non so se sia un mio limite e basta, o se anche altri si possano identificare), soprattutto in campo hip hop, non mi basta ascoltare un rapper. Voglio "abbracciare" un'estetica. Mi spiego meglio. Al di là dei gusti, quello che voglio è l'immersione in un mondo perfettamente formato: in questo senso, e a livelli di importanza e significato diversi, preferisco sciropparmi album di artisti che abbiano un'idea precisa delle suggestioni, anche "visive", che vogliono comunicare al pubblico. E non parlo necessariamente di quello che ha fatto Raekwon con Only Built 4 Cuban Linx…: l'estetica fredda di un Cold Vein può tranquillamente coesistere, nel mio mondo, con le atmosfere da gotico in moviola dei Bone Thugs-n-Harmony dei tempi d'oro, la follia mish-mash di Quasimoto e le agghiaccianti visioni di guerriglia urbana dei primi tre album dei Mobb Deep.
Per capirci, se devo fare un bilancio di Capone & Noreaga, mi fanno abbastanza cagare, eppure considero The War Report, dove la supervisione di Tragedy portò a una coesività assoluta, un grandissimo album.
Allo stesso tempo, l'estetica arraffazzonata e ignorante dei Dipset non mi interessa e non mi ha mai preso, per dire.
In questo contesto, potrete forse capire la delusione da me provata nell'ascolto sia di Raise Up dei Cypress Hill che di Reggie (The Mixtape) di Redman.
Entrambi hanno il grossissimo difetto di abiurare totalmente quegli elementi estetici che contribuivano all'appeal degli artisti coinvolti. Addirittura Raise Up lo fa sin dalla copertina, che sembra più un parto dei Rage Against The Machine che altro. Le canzoni sono in massima parte NON prodotte da DJ Muggs, e questo non fa che aumentare il senso di straniamento, soprattutto perché molte soluzioni sembrano modaiole (anche quelle fuori tempo massimo come gli echi metal-funk morelliani, che sarebbero - forse - andati bene 15 anni fa e non oltre) e fuori luogo.
Intendiamoci, non è che tutto sia brutto: è che è proprio fuori contesto.
E fa sorridere-stranire il fatto che sia Pete Rock (a proposito di estetica definita) ad azzeccare praticamente l'unico vero banger, e che lo faccia in maniera "filologica", tirando fuori un pestone dopato che sembra uscito da Black Sunday, e allo stesso tempo porta stampato il timbro di zio Pete.
Curiosamente la stessa cosa capita in
Reggie (The Mixtape) di Redman, questo sì abbastanza insulso. Anche qui è Pete Rock a tenere in piedi la baracca, in mezzo a beat fuori luogo e freestyles su beat patinati in stile Jay-Z e DJ Toomp (ma quando mai?).
Badate bene che i rappers non sembrano particolarmente meno interessanti o svogliati. Si può forse notare un minimo di involuzione, ma non infierirei su questo aspetto: a paragone di molta altra roba che esce, i nostri restano sempre mediamente interessanti, o comunque non particolarmente irritanti, anche nelle prove più mediocri. Redman è sempre un asso e B-Real e Sen Dog parlano nella stessa maniera degli stessi argomenti (avendo pure leggermente migliorato il flow, paradossalmente).
Ma è che il tutto sembra fuori luogo e fuori contesto, come se pensassero che basta inseguire le mode musicali del momento per restare rilevanti. Ma non è così, e i risultati si vedono.
?uestlove parla di "buffet-style albu", nel caso di quei patchwork di produttori senza capo né coda che vanno di moda oggi. Ad alcuni artisti questa cosa giova, nel caso di Redman e dei Cypress Hill, invece, ha un effetto esiziale.
Voglio dire, se lo capisce anche un minchione come (officer) Rick Ross che ti devi costruire uno stile personale (dal punto di vista musicale), perché non ci possono arrivare artisti certamente più coinvolgenti?

martedì 30 marzo 2010

Andato

E via un altro. R.I.P. Uncle Howie.


lunedì 15 marzo 2010

Come Scrivere uno Spot per la TIM in 10 Semplici Mosse

Per scrivere uno spot (o meglio, una serie di spot) per la TIM (o qualunque altro gestore telefonico, per quel che può importare, anche se mamma TIM si distingue sempre) è necessario abbandonare ogni velleità di essere creativi e occorre invece solleticare tutti gli istinti più bassi dell’uomo, facendo ovviamente perno sul maschilismo più becero e trito.
In poche semplici mosse è possibile progettare una campagna pubblicitaria che avrà successo e renderà babbo e mamma fieri di avere un figlio “creativo”. Del resto, non si definiscono così quelli che fino a ieri erano solo “pubblicitari”?


1) Christian De Sica
Il primo passo è semplice. Ci vuole Christian De Sica come protagonista.
Qualunque altro minchione non funziona, nemmeno se è un modello bellissimo (anzi, il modello bellissimo distruggerebbe ogni possibilità di identificazione del consumatore col prodotto, attenti). Le pubblicità della TIM sono pensate per uomini mediocri e quindi bisogna trovare l’esemplare ideale di inutilità (inutile dirlo, il nostro Christian è il golden standard).

2) La Bonazzona
La co-protagonista (se no il senso di esistenza di De Sica in solitaria sparisce) deve essere necessariamente una bonazzona. Attenzione, questo è lo step più importante del processo, e l’errore è sempre dietro l’angolo. Non è che qualunque bonazzona vada bene, sia inteso. Innanzitutto, deve essere una bonazza sessualmente attraente ma senza alcuna classe: scordatevi una Valeria Mazza, o Charlize Theron, per dire. Il modello deve essere quello del troione da combattimento, senza sottigliezze (meglio se abbondante di seno). E, preferibilmente, deve essere una bonazza appena uscita da un reality, o (ancora meglio) l’ospite di tutti i talk show del momento. Da pompare fino all’inverosimile (pun intended) e poi cambiare quando si profilerà all’orizzonte la nuova bomba sexy (che sarà logicamente affiancata a De Sica nella nuova serie di spot TIM: guardate Canale 5 e l’Isola dei Famosi e sarete avvantaggiati).

3) Il (non) sottile sottotesto sessuale
Ora, se avete un uomo mediocre e una gran figa come coprotagonisti di uno spot, che cosa può succedere? Ovviamente il fulcro della storia è l’infoiamento pazzesco del maschio-subnormale. Questo non può essere sublimato (non sia mai che ci si possa elevare al di sopra dello status di personaggio da film dei Vanzina) e invece deve chiaramente essere sottolineato da inquadrature ginecologiche e dal sempre vincente doppio senso dello scambio dei numeri e del “messaggiarsi”. Ovviamente il corteggiamento deve essere eseguito da De Sica nella maniera più becera e viscida possibile, altrimenti il consumatore potrebbe essere confuso.

4) L’azione è sempre originata da De Sica
Questa è un po’ più raffinata. L’inizio dello spot deve sempre vedere De Sica come protagonista, preferibilmente impegnato in qualche azione per la quale non ha il minimo interesse (è un poliziotto e aspetta il collega nuovo, oppure va a parlare con la maestra del figlio, oppure ancora la moglie lo manda dal salumiere, oppure deve vedere un cliente di cui non gli frega nulla, insomma ci siamo capiti).
E, improvvisamente, come nella più meravigliosa fantasia da maschio mentecatto, la situazione si trasforma in una stupenda occasione per cuccare: il collega nuovo non è l’atteso messicano puzzolente ma una stangona dalle gambe lunghe, la salumiera è una strafica, il cliente è un magico troione (anche qui le variazioni sul tema devono essere allo stesso tempo illimitate e sempre prevedibili). Questo meccanismo, ovviamente darà il la a tutta una serie di espressioni caricate che fanno capire quanto De Sica sia spiazzato e sollazzato dall’inaspettato sviluppo (anche qui, il cliente non va confuso: non deve semplicemente essere messo di fronte a una donna sessualmente attraente, ma è necessario che veda di fronte a lei i contorcimenti di un uomo adulto - in maniera che neanche il sedicenne segaiolo di turno si sognerebbe).

5) Il cast di contorno
Se De Sica e il mignottone sarebbero anche sufficienti per i primi episodi della campagna pubblicitaria, è chiaro che a lungo andare è più saggio stemperare la possibile atmosfera di noia (anche la reiterazione della gnagna stanca il consumatore, parrebbe) con siparietti “comici” stimolati dalla presenza di un cast di contorno che, in nessun modo, si deve distaccare dallo stereotipo più becero, né ambire a nessun tipo di rappresentazione positiva: come questi personaggi di spalla appaiono, li dobbiamo disprezzare (perfino De Sica si pone in posizione di superiorità, nei loro confronti). Il massimo che la moglie buzzicona, la figlia petulante, l’amico romanaccio, il gagà milanese (che si piglia lo schiaffo) possono sperare è di ispirare la battuta finale dello spot. Meglio ridere di loro, che non ridere per niente.

6) Il riferimento alla romanità più grezza
In questo senso, negli spot TIM, le battute che fanno ridere sono quelle romanesche, specie se rozze che non se ne può più. Anzi, più che battute, meglio se espressioni e ammiccamenti. Il romanesco è simpatico, sempre e comunque, negli spot TIM. E se volete essere irresistibili per il consumatore, mettete un momento in cui, mentre il mediocre De Sica finge aplomb per fare il raffinato con la figona, per un attimo, mentre la bonazza è distratta, si lascia andare all’animalità burina. Il successo è garantito.

7) L’ambientazione esotica scontata
Le prime puntate della campagna pubblicitaria possono anche essere ambientate in un posto a caso (diciamo Roma, per esempio), ma poi il consumatore dovrà essere gratificato da ambientazioni esotiche. Ovviamente scontate e banali (Miami, New York, Cortina), perché così il consumatore potrà vivere - di riflesso - un sogno di grandeur finta e stinta. Società dello Spettacolo? Macché, cabaret da Bagaglino.

8) Le amiche bone ma non bombe sessuali
Dopo che sono state esaurite le prime, scarse, idee, e che anche il cast di contorno ha finito la propria (in)utilità, uno dovrebbe preoccuparsi, giusto? Sbagliato. Dopo i primi tre o quattro episodi, una volta stabilita la familiarità fra i due protagonisti (leggi: il troiume di lei che, pur avendo potuto apprezzare il fare viscido di De Sica, invece di mandarlo a cagare continua a fargliela annusare), la soluzione è semplice: uno spot (preferibilmente con ambientazione estiva: si sa, l’estate è il momento in cui si socializza, evviva lo stereotipo) in cui oltre alla bonazza-troiona appaiono le sue amiche. Che sono ovviamente avvenenti, anche se in maniera non apertamente sessuale, ma piuttosto da pervertito con tendenze pedofile. Le ragazze, tutte immancabilmente sbarazzine e vestite da diciassettenni, fanno da contorno e non disturbano la porcaggine della protagonista. De Sica, da uomo italiano, non può fare a meno di notarle, ma è solo un attimo fuggente: la sua bava conosce una sola padrona. La bonazza-troiona.

9) Il non sequitur
Chiusa la fase pedo-pornografica di “community”, la serie di pubblicità sembrerebbe avere perso smalto. Ma non è così, ovviamente. Basta prendere i protagonisti e, senza colpo ferire, riproporre le banali logiche di interazione (leggi: l’infoiamento di De Sica) in un altro contesto, meglio se incomprensibilmente diverso. Il padre della bambina e la maestra diventano poliziotti, il vigile diventa tassista, la maestra di scuola diventa maestra di sci, e il tutto viene spostato da Roma a Miami, per dire. Garantendo altri cicli di intrattenimento, nuovi possibili membri del cast di contorno (sempre disgustosi e disprezzabili) e di battute romanesche. Geniale, no?

10) La battuta scontata alla fine
La chiusura del cerchio. La battuta, quanto più scontata e telefonata possibile ci vuole sempre. Specie se con un sottofondo di becerume, quello che solo le barzellette che non fanno ridere possono avere. Magari meglio finire con un rutto...

venerdì 12 marzo 2010

Milligan!

Comunicato stampa (e biografia scritta da me). Se siete a Terni, questo sabato, fatevi vedere. Mi trovate alle signing sessions di Milligan e Erskine. Sono quello ciccione con gli occhiali e il pizzetto. Inutile dire che Peter Milligan è uno dei miei sceneggiatori preferiti (il secondo) e che il buon Milligan è uno degli autori di fumetti più importanti degli ultimi 30 anni. Difficilmente gli viene riconosciuto quel ruolo di plasmatore dello stile Vertigo di cui invece bisognerebbe dargli pieno credito...


Dopo l'accoppiata Pat Mills-Kevin O'Neill che ha nobilitato la prima edizione di Fumetterni, il dinamico trio Nicola Peruzzi, smoky man & Antonio Solinas va ancora in missione in terra d'Albione e per il 2010 porta a Terni un altro degli autori di riferimento dei comics degli ultimi vent'anni: (rullo di tamburi)

PETER MILLIGAN!!!


Chi è PETER MILLIGAN?
Peter Milligan è uno sceneggiatore britannico che inizia la carriera nei primi anni ‘80 sulla storica rivista inglese 2000AD. È del 1986 la prima serie da lui concepita, Bad Company, disegnata da Brett Ewins e Brendan McCarthy ed accolta da un ottimo successo di critica e pubblico.
La prima apparizione sul mercato americano di Milligan (e dei compari Ewins e McCarthy) avviene con l’antologia Strange Days per la Eclipse Comics. Una delle serie di Strange Days, il psichedelico Paradax, poi riproposta dalla Vortex nel 1987, è considerata capostipite di certo approccio supereroistico tipicamente britannico.
Dopo un periodo passato a scrivere per il mercato inglese (fra cui l’ottimo Hewligan’s Haircut con Jamie Hewlett), nel 1989 Milligan pubblica il primo lavoro per la DC Comics, la mini di sei Skreemer, disegnata da Brett Ewins e Steve Dillon, una gangster story apocalittica e nerissima che è stata ristampata successivamente in volume per la Vertigo.
Da quel momento, Milligan si divide fra il mercato britannico e quello americano.
Skin, del 1990, con Brendan McCarthy, racconta la storia di un giovane skinhead focomelico negli anni ‘70 a Londra, e i suoi tentativi di affrontare con la sua disabilità e il mondo in generale. Inizialmente censurata, Skin, pubblicata poi dalla Tundra, resta un’opera potente e acclamata.
Nel 1990 Milligan rinnova il personaggio di Shade, The Changing Man, trasformando le iniziali idee di Steve Ditko in una cavalcata psichedelica nel cuore marcio dell’America capitalista. Con Shade, Milligan (insieme ad altri scrittori britannici come Grant Morrison, Alan Moore e Neil Gaiman) contribuisce a creare quello stile introspettivo e lirico che poi verrà identificato come “stile Vertigo” (dal nome dell’etichetta adulta della DC Comics che ha raccolto alcuni dei titoli fumettistici più interessanti degli ultimi venti anni).
Nel 1991 Milligan si assume il problematico compito di seguire a Morrison come sceneggiatore di Animal Man, e debutta nel mainstream supereroistico diventando lo scrittore regolare di Batman in Detective Comics. A Milligan viene dato credito di avere avuto l’idea originale per lo storico crossover Knightfall, in cui a Batman veniva spezzata la schiena.
Nel 1993, scrive per la Vertigo il capolavoro assoluto Enigma, disegnato da Duncan Fegredo, e in coppia con Ted McKeever crea The Extremist.
Durante il resto degli anni '90, scrive progetti propri come gli ottimi Face e Girl (in coppia con Fegredo), The Eaters (con Dean Ormston) e Egypt (con Glyn Dillon e Roberto Corona).
Nel 1996 esce per la Vertigo il volume di Rogan Gosh, disegnato da Brendan McCarthy, in precedenza presentato a puntate sulla britannica Revolver.
The Human Target per la Vertigo rappresenta un parziale cambio di rotta rispetto a certi esperimenti più sperimentali, e gli vale una certa notorietà, che lo porta nel 2001 a prendere le redini della testata mutante Marvel X-Force. Sotto la guida di Milligan e del disegnatore Mike Allred, X-Force diventa molto più satirica e assume toni da commedia dark. Col numero 129, la serie cambia nome in X-Statix, spingendo l’acceleratore sulla critica alla “società dello spettacolo” supereroistica. X-Statix diventa un piccolo caso editoriale con la censura di una storyline con protagonista il ritorno della principessa Diana Spencer (idea resa nota alla stampa e foriera di forti controversie), e chiude col numero 26.
Ultimamente, Milligan ha scritto The Programme per la Wildstorm, è stato lo sceneggiatore di X-Men nel 2005 (numeri 166-187) ed ha sceneggiato la serie regolare di Human Target.
Le sue ultime, apprezzate opere sono Sub-Mariner: The Depths per la Marvel e Greek Street con l’italiano Davide Gianfelice per la Vertigo.
Oltre che come scrittore di fumetti, Milligan lavora come sceneggiatore cinematografico e televisivo.

Ulteriori info biografiche: http://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Milligan
Bibliografia: http://comicbookdb.com/creator.php?ID=1500


giovedì 4 marzo 2010

DMC - Calculator

L’elettronica di Calculator del beatmaker napoletano DMC-aka John Cardema (al secolo Carmine de Maria) non è quella “fredda” di Autechre o Aphex Twin. Certo, ci sono droni, voci filtrate e glitch come di prammatica, ma le distorsioni restano comunque “umane” e tradiscono un’attitudine retro che affonda le sue radici in un approccio al ritmo in quattro quarti che deve molto all’hip hop (come ovvio che sia nel caso del giovane Carmine, che ha trascorsi da beatmaker anche in quel senso e che cita fra le influenze El-P, Madlib, Damu e MF Doom, insieme ai numi tutelari Zorn, Patton e NIN).
A questo riguardo, il fatto che il risultato finale dei 36 minuti di Calculator sia una sorta di tributo alla musica elettronica tedesca d’annata è dovuto sia a una scelta precisa che all’impostazione di fondo del musicista partenopeo. Se infatti non è possibile ignorare i compiaciuti ammiccamenti di Sweet Germany e Berlin, è altrettanto chiaro come neanche l’uso di un campione dei Portishead in Black Book / Wooze sia un caso.
Difatti, l’impostazione generale di DMC è quella di lavorare sul suono in maniera da creare atmosfere dilatate, con finalità più evocative che ritmiche, e rifuggendo dall’approccio straniante di certo suono “techno” modernista.
Calculator trasuda un certo gusto melodico che si abbina bene a ritmi a gradazione di bpm comunque relativamente bassa, e si fa ascoltare senza particolari problemi (anche per chi non mastica questo tipo di genere tutti i giorni come me).
La maturazione dell’autore, in costante evoluzione, sembra avviata sui binari giusti, e ciò si riflette in molti particolari importanti, dal mixaggio alla registrazione, dalla copertina di sapore quasi “magrittiano” (con l’aiuto di Fugu di Rap Maniacz) alla confezione tout court del CD.
Per maggiori informazioni su Calculator
(incluse le modalità di acquisto), fiondatevi sul myspace di DMC, su cui potrete trovare altri campioni del suono del prolifico musicista napoletano.